Rotorua Pataua & Piha Beach

Partiamo dal Tongariro National Park in direzione Rotorua. Il tempo è terribile tutto coperto di nuvole, che fortuna che abbiamo avuto a fare il trekking ieri! La strada che percorriamo costeggia il lago Taupo e poco dopo deviamo per andare a visitare le Huka Falls. La passeggiata inizia dove si formano queste cascate: qui il letto del fiume Waikato che solitamente è largo 100 metri, si restringe repentinamente a una larghezza di 20 metri causando l’improvviso accumulo della sua portata. Così un dislivello di soli 8 metri genera un cascata piuttosto suggestiva per la quantità d’acqua che vi cade. Percorriamo la passeggiata che costeggia il fiume, lungo il bosco. Qui leggiamo un cartello di allerta per i padroni di cani che corrono il rischio di essere avvelenati in questa zona: uhm che stranezza. Già sull’isola di Rangitoto, di fronte a Auckland, avevamo visto delle trappole per topi e dei cartelli simili. Insomma è l’occasione per approfondire. In breve quello che succede in Nuova Zelanda è che le due isole si sono separate dalla Gondwana in tempi particolarmente precoci, circa 85 milioni di anni fa quando il mondo era ancora popolato dai dinosauri e non esistevano i mammiferi. E così la sua storia si è sviluppata autonomamente dal resto del mondo a livello di fauna e flora e, a parte i mammiferi marini, è stata popolata soltanto da uccelli che per millenni non hanno sviluppato alcun comportamento difensivo, poiché non esistevano predatori che li cacciassero. Quando intorno al 1350 d.C. gruppi numerosi di Maori sono arrivati a occupare le isole, hanno introdotto i primi mammiferi con cui avevano la consuetudine di vivere e sopravvivere, come per esempio i topi, che loro mangiavano, e i cani. E questi causarono l’estinzione di un grande uccello neozelandese, il moa, una specie di struzzo che non sapeva volare (poverino!) e che venne cacciato fino appunto alla sua scomparsa: oggi esistono solo testimonianze fossili e alcune uova mai schiuse. Così fecero anche gli Europei nei secoli successivi, introducendo una serie di mammiferi che non esistevano prima e che presto colonizzarono il paesaggio. Tra questi l’opossum e le lepri. Queste trappole e veleni che vediamo disseminati in posti tanto naturali non sono altro che il tentativo di controllare la popolazione dei mammiferi perché non prendano il sopravvento sulle colonie di volatili autoctone delle isole e sia assicurato un equilibrio nella conservazione della flora.

La passeggiata nel boschetto lungo il fiume, nella sua semplicità, ci è piaciuta molo. Ci rimettiamo in macchina e questa volta ci fermiamo a 27 chilometri da Rotorua, alla Wai-O-Tapu Thermal Wonderland. Tutta l’aerea, dal Tongariro fino a Rotorua, è un’enorme zona vulcanica e idrotermale. Quella che visitiamo adesso, in particolare, fa parte della Scenic Reserve che copre un’area di 18 km quadrati e di cui noi ovviamente vediamo soltanto una piccola porzione. Si tratta di una passeggiata a tratti surreali, non sembrerebbe di stare sulla terra se non fosse per la vegetazione e gli uccelli. Si cammina tra grandi crateri grigi, fino a 50 metri di larghezza, che contengono sorgenti di acqua calda e zolfo che ribollono e poi grande piscine con acque colorate dai minerali in mezzo a nubi di vapori che salgono dalle acque. Spesso di fronte ai colori della natura rimango sorpresa, quasi mi dimentico che essa ne è l’origine: il giallo e il verde dello zolfo, l’arancione dell’antimonio, il bianco della silice, il rosso del ferro, il viola del manganese e il nero del carbonio mescolato allo zolfo. Si percorre una pedana che costeggia la più grande “terrazza” di silicato di calcio della Nuova Zelanda, che è una spianata su cui da 700 anni l’acqua scorre e evapora depositando silicato. Si attraversa un bosco di pini per arrivare a un punto panoramico. Si incontra poi una fonte termale di 65 metri di diametro e 62 di profondità, la Champagne Pool, cosiddetta per il colore del le acque contengono minerali come l’oro, l’argento, il mercurio, lo zolfo, etc insomma un grande calderone di metalli. E poi un grande cratere riempito di acqua e zolfo le cui tonalità cambiano dal giallo canarino al verde fosforescente a seconda della luce del sole. Con la macchina andiamo qualche chilometro a nord nel parco per vedere delle pozze di fanghi densi che bollono e scoppiano in aria circondate di vapori come nel calderone di una strega.

Nel tardo pomeriggio finalmente arriviamo a Rotorua e ci sistemiamo in albergo.

La mattina andiamo visitare la chiesa di St Faith, costruita nel 1910 in stile Tudor ma decorata internamente con arte Maori: mi sorprende questa vetrata, realizzata nel 1965, in cui è raffigurato Cristo che cammina sulle acque del Lago Taupo vestito con la tunica Maori! E poi tutti i banchi della chiesa sono decorati con figure tribali, che forte. Di fronte alla chiesa si erige una antica wharenui, che non si può visitare internamente perché, essendo ancora in uso, è considerata un luogo sacro. Ma non è una chiesa o un luogo di venerazione, bensì il punto di riferimento per ogni attività culturale, economica o di altro tipo che riguarda la comunità maori per intero, il luogo rappresentativo della pace e dell’unità della tribù, ossia la casa comune. Anche solo esternamente si ha un’idea dell’arte scultorea che questi popoli prediligono: come di consueto la facciata della sala, con tetto a spioventi, è interamente ricoperto di decorazioni intagliate nel legno dipinto, con raffigurazioni degli antenati della tribù. Di fatto Rotorua oltre a essere un centro interessante per le attrazioni idrotermali, è il luogo deputato per entrare a contatto con le tradizioni e la cultura Maori. Andiamo a visitare un altro parco geo termale, Te Puia che è anche un centro della cultura Maori. Al sito si accede tramite un Waharoa, una porta tradizionale costituita di cinque passaggi che danno accesso allo spazio circolare del Te Haketanga-a-Rangi, intorno a cui 12 sculture monumentali si erigono verso il cielo, a rappresentare una complessa simbologia legata alle origini. Da qui partono le visite guidate gratuite offerte dal sito e a cui anche noi partecipiamo. Si possono visitare la Scuola Nazionale di Scultura e la Scuola Nazionale di Tessitura, che formano soltanto allievi di origine maori, e vedere gli studenti in azione. In un’altra parte del sito si svolgono delle performances tradizionali in una wharenui, e c’è un modello di villaggio maori. Infine si fa il percorso nel sito termale vero e proprio la cui attrattiva principale è il Pohutu Geyser che spara vapore in aria fino a 30 metri d’altezza. Non ho capito bene se questo geyser è aiutato a sparare o è tutta roba naturale… Comunque la leggenda Maori vuole che le due divinità femminili del fuoco, Te Pupu e Te Hoata, fossero venute dal centro della Terra in cerca del fratello Ngatoroirangi, che era rimasto intrappolato sul Monte Tongariro. Emerse sulla superficie terrestre portarono inevitabilmente parte del fuoco con loro e lasciarono nel loro passaggio geyser, sorgenti di acqua calde e piscine di fanghi termali che sono la peculiarità di queste zone. Il resto della passeggiata nel sito è piacevole ma meno spettacolare di quella fatta ieri.

Subito dopo andiamo a visitare il Buried Village, un piccolo villaggio sepolto dall’eruzione del Monte Tarawera nel 1886. Il sito onestamente non a niente che vedere con la nostra Pompei, perché è stato praticamente tutto distrutto e quel poco che rimane è piuttosto ricostruito. Però passeggiare in questi prati ombreggiati dagli alti pioppi piantati subito dopo l’eruzione, percorrere il romantico sentiero che corre lungo un ruscello e arrivare infine alle Wairere Falls nel bosco, è davvero una passeggiata che merita.

A qualche chilometri dal sito, inoltre, vale la pena arrivare al belvedere che si affaccia sul Lago Tarawera da cui si gode uno scenario unico e meraviglioso che ci lascia incantati.

Ripartiamo verso Auckland, dove arrivando la sera ci accoglie un tramonto meraviglioso. La mattina seguente ripartiamo in direzione nord. Ci piacerebbe arrivare fino all’estremo nord dell’isola, ma ci mancano solo pochi giorni e abbiamo deciso di fermarci a metà strada e finalmente riposare! Così arrivati a Whangarei deviamo verso la costa. Abbiamo trovato su internet una piccola casa da affittare a Pataua. Facciamo una grande scorta al supermercato di Whangarei e diamo il via a una dieta sana e vegetariana perché non ne possiamo più di magiare carne, la pietanza prediletta dalla cucina neozelandese. Pataua è un piccolissimo centro che si popola prevalentemente di villeggianti durante l’estate, ha una bella spiaggia deserta che confina con l’estuario di un fiume, e tante colline punteggiate di animali alle sue spalle. Noi abitiamo su una di queste colline con la nostra casetta e per tre intensi giorni di totale riposo, il massimo spostamento che ci concediamo è arrivare a piedi alla spiaggia, ma non riusiamo a approfittare del mare perché il tempo, a parte il primo giorno, non è bellissimo e piove. Dopo tre giorni di questo meritato stop è arrivato di nuovo il tempo di mettersi in moto, ripartiamo verso Auckland perché domani abbiamo un aereo per Sidney. Sulla via del ritorno scegliamo di passare sulla costa est per andare a vedere la famosa spiaggia di Piha, una bellissima spiaggia di sabbia scura che si dipana lungo questa tratto di natura selvaggia. E’ molto bella sia vista dall’alto che camminandoci, peccato che ci sia davvero un tempo proibitivo, il cielo coperto e un vento freddo e per di più siamo vestiti troppo leggeri.

Con questa ultima visita sentiamo davvero che si sta concludendo il capitolo Nuova Zelanda: salutiamo Piha e un po’ nostalgici salutiamo questo paese che ci ha fatto esclamare entusiasti tante tante volte: “ma allora sulla Terra il paradiso esiste!”.



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Tongariro National Park

Partendo da Kaikoura ripercorriamo la Highway 1 in direzione nord per raggiungere Picton, la città costiera dove prendiamo il traghetto che ci porta nell’Isola Nord della Nuova Zelanda. Siamo costretti a lasciare la macchina che abbiamo affittato qui perché non si possono imbarcare le auto noleggiate tra un’isola e l’altra. Il traghetto è una vecchia e sporca imbarcazione che attraversa lentamente il lungo fiordo Queen Charlotte prima di raggiungere il tratto di mare che porta a Wellington. Quando stiamo per sbarcare mi accorgo che questo traghetto non ha solo un nome italiano, regina elena, ma che è proprio un nave che in origine (penso almeno 30 anni fa!) viaggiava tra la Corsica e la Sardegna perché in un corridoio vedo dei vecchi e sbiaditi cartelloni pubblicitari di nuraghi e coste corse che nessuno si è mai preso la briga di rimuovere dalle cornici! Dormiamo una notte a Wellington e la mattina seguente ripartiamo con una nuova macchina. Giungiamo nel pomeriggio a Whakapapa Village che è veramente un minuscolo aggregato di hotel. Poco prima di arrivare abbiamo percorso una grande vallata  su cui incombeva una coltre di nuvole che si dissolveva all’orizzonte: il paesaggio si presenta piuttosto suggestivo. Prima di andare a dormire ci prenotiamo il tour per cui siamo venuti fin qui, il famoso Tongariro Alpine Crossing, un trekking di 20 chilometri da fare nel Parco. L’unico servizio indispensabile per poter fare il trekking in una giornata è che ti accompagnino al punto di inizio e soprattutto che ti vengano a riprendere al suo termine. Noi ci prenotiamo per l’ultimo pick up della mattina in hotel alle 9… siamo un po’ pigri, e la pagheremo cara! Il bus ci scarica insieme a altre persone all’inizio del percorso, ci danno una cartina con i tempi di percorrenza e ci suggeriscono di rispettare le tempistiche per arrivare puntuali alle 4.30 pm all’appuntamento dove ci verranno a riprendere. Apparentemente se perdi questo appuntamento poi sei costretto a arrangiarti da solo per tornare in albergo che è lontanissimo! Iniziamo la nostra passeggiata in questo posto davvero unico e spettacolare che non a caso è stato scelto come location principale dell’ultimo episodio del Signore degli Anelli. Il Tongariro, il Ngauruhoe e Ruapehu sono i tre vulcani intorno a cui si estende il National Park fondato già alla fine dell’Ottocento. La storia del parco è davvero affascinante: essendo infatti un luogo sacro per i Maori, Te Heuheu Tukino, il capo supremo di Ngati Tuwharetoa con grande lungimiranza comprese che soltanto attraverso la donazione alla Corona di queste terre egli sarebbe riuscito a preservarle, sia dalle pressioni dei coloni europei che dalle dispute delle tribù Maori. Con l’approvazione di tutti i capi delle terre Tuwharetoa la donazione e la nascita del Parco furono sanciti nel 1887. Ancora oggi questi vulcani e alcune parti come il Blue Lake sono sacre per i Maori. La nostra passeggiata comincia a 1150 metri e il paesaggio è ovviamente vulcanico. La prima parte, dove la lava è più antica, è ricoperta di vegetazione, e lentamente muta e diventa un paesaggio sempre più aspro e roccioso. Cominciamo la salita fino al South Crater: questa salita è chiamata Devil’s Staircase perché si tratta di una serie interminabile di scalini che corrono lungo il primo pendio ripido… non finiscono davvero mai! Il Tongariro Alpine Crossing è uno dei trekking più (giustamente!) famosi e frequentati della Nuova Zelanda. Vedo la gente che si affretta a salire velocemente su questo tratto così ripido, come per rendere la salita meno lunga, e poi si arresta appoggiata alle rocce, stremata dalla stanchezza. Dietro di me sale un’adolescente in tenuta cittadina che sospira in continuazione e mi fa tanto ridere! Finalmente raggiungiamo il South Crater: da qui si gode una vista del Vulcano Ngauruhoe davvero strepitosa. Proseguiamo lungo una piana estesa circondata da un crinale circolare di alti cumuli di eruzioni laviche. Poi una nuova e ripida ascesa su un crinale di piccole rocce sdrucciolose per arrivare al punto più alto della passeggiata, a 1886 metri. Da qui la vista è ancora più sorprendente: si gode di una panoramica a 360 gradi di tutto questo paesaggio vulcanico che si trasforma in lontananza in una serie di colline e montagne verdi. Nelle giornate limpide si possono vedere entrambe le coste dell’isola da qui. Accanto a noi si apre l’enorme e inquietante voragine del Red Crater, un cratere ancora attivo che ha alla sua sommità una crosta zoomorfa rossa. Ci affacciamo dall’altra parte e ancora un nuovo spettacolo: in basso i tre laghi smeraldo che devono la loro colorazione allo zolfo presente nell’acqua, circondati da fumorale e dalle rocce vulcaniche. In lontananza, dopo una grande piana, il Lago Blu e sulla sinistra il Monte Tongariro. Siamo incantati. Quando ci riprendiamo dalla stupore iniziamo la discesa verso gli Emerald Lakes: i piedi affondano nella cenere lavica e scendere non è un’operazione proprio agevole. Proseguiamo dopo una breve sosta e andiamo verso il Blue Lake. Superato anche questo cominciamo una lunghissima discesa verso la parte opposta del parco. Lentamente il paesaggio muta, riappare la vegetazione e il percorso procede lungo il pendio delle montagne. La camminata da ora in poi manca di punti impegnativi ma sembra non finire mai. Presto ci accorgiamo che sono le 3 e 30 e vediamo un cartello: mancano 6 chilometri e mezzo per raggiungere il parcheggio dove ci aspettano alle 4.30! Siamo già piuttosto stanchi e anche le forti emozioni hanno contribuito non poco ad esaurire la nostra carica energetica. Ci guardiamo e cominciamo silenziosamente una nostra marcia serrata. Gli ultimi chilometri siamo stanchissimi ma determinati ad arrivare in tempo, il passo si trasforma in una camminata-corsa. Raggiungiamo il parcheggio alle 4.31, soddisfattissimi ma distrutti: che giornata intensa… L’autista aspetta alcuni minuti qualche ritardatario che non si presenta, e poi parte. Noi per fortuna ci siamo!

Questo è uno dei posti naturali più belli e emozionanti che ho visto nella mia vita, penso che tornerò prima o poi e mi prenderò più giorni per esplorare il Parco e i suoi paesaggi meravigliosi. Sicuramente rifarò il trekking dell’Alpine Crossing, troppo meraviglioso per non ripeterlo, ma questa volta sono sicura che partirò con il bus delle 7 di mattina!

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Nelson & Kaikoura

Finalmente siamo arrivati all’asciutto della costa nord. Questa parte dell’isola è rinomata per essere un posto piuttosto soleggiato e questo è esattamente quello che ci vuole per asciugare l’umidità accumulata negli ultimi giorni. Nelson, dove arriviamo e ci fermiamo, è una piccola e vivace cittadina sul mare fondata nell’Ottocento che conserva una serie pittoresca di case vittoriane. Di fatto è la più antica cittadina dell’isola sud della Nuova Zelanda. La mattina un bus ci viene a prendere in albergo per portarci all’Abel Tasman National Park. Per la strada l’autista ci intrattiene con delle notizie locali raccontate al microfono. Roberto si addormenta dopo pochi minuti e io rimango sola a annoiarmi ascoltando storie infinite e dettagliatissime sulle mele coltivate nella regione. Finalmente arriviamo a Kaiteriteri Beach dove saliamo sul catamarano per fare la gita di una giornata. Dopo una ventina di minuti di navigazione entriamo nel vero e proprio parco dedicato a Abel Tasman, il primo esploratore europeo, olandese, ad arrivare sulle coste della Nuova Zelandia e della Tasmania che appunto a lui deve il proprio nome. Il Parco è costituito da una serie di verdi montagne che affacciano su delle spiagge dorate e un mare intenso e celeste. Qui abitano una colonia di foche e vari tipi di uccelli. Le temperature non sono alte al punto da farci tentare nel bagno, comunque lo spettacolo del mare e del sole sono rassicuranti. Ci dispiace solo di aver prenotato tutta la giornata in barca, mentre ci rendiamo conto che fare il percorso a piedi che costeggia il mare lungo queste montagne verdi deve essere proprio molto bello. Tra l’altro si sarebbe potuto combinare un andata e ritorno mescolando i piedi e la navigazione perché abbiamo visto che da Kaiteriteri Beach partivano dei water-taxi diretti al parco. Sarà per la prossima volta…. Oltrepassiamo la famosa roccia spaccata perfettamente in due, simbolo del parco, scendiamo in spiaggia per pranzare, navighiamo su e giù, e questa giornata di totale relax presto finisce.La mattina ripartiamo diretti sulla costa est dell’isola, destinazione Kaikoura. La strada ancora ci sorprende per la sua bellezza: dopo aver oltrepassato la zona di Blenheim coltivata a vigneti, e tante pittoresche e morbide colline verdi punteggiate di animali, arriviamo sulla strada costiera, dove sulle lunghissime spiagge, spalleggiate da montagne che sembrano cascare in mare, spumeggia il mare e batte un bel vento. Nel primo pomeriggio arriviamo alla nostra meta, ci sistemiamo in albergo e andiamo a fare una passeggiata sulla penisola che aggetta nel mare oltre il piccolo paese di Kaikoura. Qui si dipanano due passeggiate parallele, una lungo la costa e l’altra sull’alto della scogliera che vi si affaccia. Noi cominciamo percorrendo la prima per poi tornare indietro dalla seconda, camminando tra strane forme di rocce calcaree dove abitano una colonia di gabbiani che stanno nidificando e delle foche. Qui incontro anche da vicino queste enormi piante marine che battezzo “le fettuccine di mare” perché sembrano proprio delle enormi fettuccine marroni. Questa passeggiata è strepitosa: si mescolano alla luce calda del tardo pomeriggio il blu del mare, i bianchi e i grigi delle rocce, il verde delle alghe e il giallo delle spighe e viola dei fiori, insomma è tutto un susseguirsi di colori morbidi e forme bizzarre. Quando poi saliamo sopra la scogliera lo stesso paesaggio assume forme e colori ancora più sorprendenti e quando ci avviamo per tornare indietro ecco che si apre davanti a noi lo scenario delle montagne che corrono lungo la costa alle nostre spalle. Torniamo in albergo davvero colmi di questi spettacoli naturali.Il motivo per cui siamo venuti a Kaikoura però non è questo, ma sono le balene. Qui infatti, a poche miglia dalla costa, c’è un canyon marino profondo tre chilometri che con il contributo di forti correnti che ne rigenerano continuamente la vita, determina la presenza stanziale dei capodogli. Queste gigantesche balene sono lunghe fino a 18 metri e pesano circa 60 tonnellate, e per il fatto di poter andare fino a 3000 metri sott’acqua e restare a cacciarvi anche fino a due ore, sono l’ultimo anello della ricca catena alimentare del canyon di Kaikoura. Io sono davvero molto felice di poter andare a vedere da vicino questi animali meravigliosi, e abbiamo prenotato al centro che gestisce le visite una barca che parte la mattina. Per arrivare fuori dalla costa dove riposano le balene tra un’immersione e l’altra bisogna infatti a percorrere un tratto di circa 45 minuti su una barca molto veloce, come un aliscafo, su cui al solito ci intrattengono con notizie scientifiche sulle balene e gli altri animali che vivono questa costa (per lo meno non sono storie di mele!). Quando arriviamo, avvistiamo finalmente un capodoglio, immobile a filo d’acqua: quello che in verità emerge è solo una piccola porzione del suo gigantesco corpo, soprattutto la parte frontale, enorme, rimane sempre immersa nell’acqua. Poco dopo un’altra di queste barche veloci si avvicina, e poi in alto arriva un elicottero con il rumore inquietante delle sue pale, e poi un aereo da diporto… insomma sembra di essere in uno scenario di guerra piuttosto che a godere di uno spettacolo naturale e restiamo molto delusi da questo tipo di sfruttamento delle risorse naturalistiche che ha dei tratti quasi ridicoli. Il capodoglio pacificamente nuota per qualche minuto, poi lentamente si immerge e sparisce sotto il filo dell’acqua.

Torniamo di nuovo sulla terraferma e decidiamo di consolarci andando a fare una passeggiata nell’entroterra. Ci addentriamo in uno dei tanti percorsi che salgono e si addentrano verso le montagne. Così drogati da tutti queste tonalità di verdi che ci avvolgono come in un sogno e dal rumore degli insetti, ci dimentichiamo degli elicotteri e degli aerei che trasformano l’armonia silenziosa e la pace che le balene ci potrebbero insegnare, in un superficiale e rumoroso incontro fatto dall’alto.

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Wanaka, i ghiacciai e i pancakes

Il lago di Wanaka è un posto molto più tranquillo rispetto a quello di Queenstown. E’ circondato di montagne e sul lato sud si sviluppa il paese omonimo dove la gente non chiude a chiave la porta di casa quando esce. Da qui si vede solo un a piccola porzione del lago che ha una sorta di protuberanza verso ovest che dà l’impressione che finisca subito, mentre invece è enorme. Facciamo un trekking lungo questa costa, tra alberi di melaleuca, leprotti che saltano e uccelli che cantano, e quando arriviamo a circa dodici chilometri dal paese ci accorgiamo che potremmo continuare per ore senza arrivare a circumnavigarlo. Torniamo indietro anche perché il tempo non è dei migliori, ogni tanto uno scroscio di acquazzone fa coucou, per fortuna abbiamo dei ponci di plastica…gialli! Il paesaggio ovviamente è piuttosto suggestivo anche con queste nuvole, un susseguirsi di colline e montagne che sembrano accavallarsi e rincorrersi all’orizzonte.

La mattina partiamo anche da Wanaka e ci dirigiamo verso nord. Sulla barca di Milford avevo conosciuto un ragazzo che aveva fatto la strada inversa alla nostra da nord verso sud e mi aveva detto che erano esausti dalla pioggia incontrata sulla costa ovest. Durante il viaggio in macchina mi inizio a rendere conto a cosa facesse riferimento. Gli scrosci di ieri sono stati soltanto un tenero assaggio di una pioggia incredibilmente fitta e tenace che incontriamo poco dopo essere partiti. Il paesaggio è stupendo ma la pioggia è così tanta che siamo esterrefatti. Nel pomeriggio arriviamo al primo dei due ghiacciai che vorremmo visitare, il Fox Glacier. La peculiarità è che sulla costa ovest della Nuova Zelanda il fronte di questi due ghiacciai arriva ad un’altitudine decisamente bassa rispetto al livello del mare, cosa che nel resto del mondo accade soltanto in Argentina e Cile. Ma anche qui l’acquazzone è così fitto che per quanto amiamo la natura non se ne parla proprio di andare oggi a visitarlo. Ci chiudiamo in hotel sperando che finisca prima o poi. La mattina ci svegliamo con un’improvvisa tregua dalla pioggia che non ha smesso da quando siamo partiti ieri mattina, ma è previsto che in qualche ora ricomincerà. Le opzioni allora sono o andare a camminare sul ghiacciaio Fox e partire, oppure visitare solo il fronte sia di questo che dell’altro che dista circa 25 chilometri, e rinunciare a camminare sopra il ghiacciaio. Scegliamo questa seconda opzione anche perché saremmo sempre in grado di scappare indietro se iniziasse a piovere, mentre partecipando alla passeggiata con le guide e i ramponi saremmo comunque costretti a terminare la camminata cum aut sine pioggia. Entrambi i posti sono molto belli, il Franz Joseph Glacier è forse più suggestivo perché si fa una lunga passeggiata lungo la piana che il ghiacciaio si è lasciato alle spalle quando si è ritirato (anche se adesso è entrato in una fase di avanzamento, evviva!) e il limite della passeggiata è molto più prossima al fronte del ghiacciaio.

Non facciamo in tempo a ritornare in macchina che via ricomincia il diluvio… appena in tempo! La nostra meta adesso è toglierci il più presto possibile da questo lato di costa così umida.

Ripartiamo verso nord percorrendo una strada costiera molto suggestiva e ci fermiamo a dormire in prossimità di Punakaiki, un luogo reso famoso al mondo neozelandese per la presenza di queste strane formazioni rocciose che sono comunemente note come Pancakes per la loro forma che ricorda appunto i dolci della colazione. La pioggia ci dà una tregua prima di cena e posso fare una bella passeggiata sulla spiaggia di fronte all’albergo. I cavalloni nel mare e un tramonto drammatico mi fanno dimenticare tutto questo umido…ma solo per poco, perché appena cala il sole, il cielo si richiude e si ricomincia!

La mattina abbiamo nuovamente la fortuna di visitare i Pancakes senza pioggia. Queste curiose formazioni calcaree si sono generate attraverso un fenomeno di sedimentazione che rimane tuttora oscuro nei suoi particolari: il risultato è appunto l’emergenza di queste rocce che sembrano pancakes sovrapposti l’uno sopra l’altro che si dipanano lungo un tratto di costa battuto dal Mar di Tasmania. Con un certo sollievo stasera dovremmo arrivare sulla costa nord e dire finalmente basta alla pioggia!

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Milford & Doubtful Sound

Stamattina partiamo da Te Anau per andare a visitare Milford Sound. Questo è uno dei posti più famosi della Nuova Zelanda e siamo super curiosi. Te Anau è la località più vicina al sound, vicina si fa per dire perché dista 120 chilometri. Ci sono molti tour che organizzano il viaggio compreso del trasporto e poi della visita al fiordo sulla barca. Noi andiamo autonomamente con la nostra macchina senza prenotare prima la barca perché no sappiamo quanto tempo ci metteremo a fare questa strada. L’impressione che abbiamo avuto ieri in macchina, questi stupefacenti paesaggi, se possibile sono ancora più magnificenti! Costeggiamo il grande lago di Te Anau e poi ci inoltriamo in un paesaggio di boschi, torrenti, pianure e animali che ricorda le fiabe. Lungo la strada ci sono molti trekking da fare, ma noi preferiamo andare dritti alla meta e eventualmente fermarci sulla via del ritorno, Quando raggiungiamo una grande vallata bionda con le montagne del fiordo sullo sfondo rimaniamo senza fiato e poi ancora si sale attraversando maestose montagne finché la strada non scende giù all’attracco delle barche. Fortunatamente senza aspettare un minuto partiamo. La barca percorre tutto il fiordo fino al mare costeggiando le alte montagne fittamente coperte di vegetazione. Lo spettacolo è davvero suggestivo e non si rimane delusi dalle alte aspettative. Devo dire che, dal nostro punto di vista, siamo anche piuttosto fortunati perché lungo la costa ovest della Nuova Zelanda, l’estate piove tantissimo (Milford Sound è considerato il posto più piovoso del paese con una media di 7 metri di pioggia all’anno che principalmente si scarica nei mesi estivi, cioè ora!). Stranamente invece è da qualche settimana che non piove, e oggi è una giornata discretamente bella e ci dicono che anche il colore dell’acqua è più limpido. Il ghiacciaio che ritirandosi ha dato origine al fiordo ha lasciato alla sua imboccatura verso il mare una montagna di detriti che rende l’acqua in questo punto piuttosto bassa, rispetto alla profondità del solco scavato dalle masse di ghiaccio all’interno del fiordo. Per questo motivo le acque del fiordo non ricevono un grande ricambio di acqua né dal mare, né dalle piogge che scorrono lungo le pareti delle montagne circostanti caricandosi di limo e foglie dei boschi che le ricoprono e dando il tipico colore del tè a queste acque. Ovviamente questo non ha un effetto solo estetico! Infatti le acque piovane mescolandosi con quelle marine formano uno strato più leggero di acqua che galleggia per circa 5 metri sopra l’acqua sottostante senza mescolarsi veramente e questo determina la salita in superficie di organismi viventi che generalmente vivono molto più in profondità. Il fiordo neanche a dirlo è una riserva naturale, e al suo interno hanno costruito una postazione di studio che consiste in una camera termica profonda dieci metri e immersa nell’acqua in prossimità di una parete rocciosa (ovviamente il punto è stato scelto per motivi di studio). Pagando un sovrapprezzo, alcune barche ti lasciano sulla piattaforma di accesso al Underwater Observatory, una postazione sottomarina costruita per motivi di studio e accessibile anche ai visitatori del fiordo. Qui ci sono ovviamente interessanti pannelli esplicativi e documentari sulla vita di Milford Sound e poi si scende in una stanza circolare circondata di finestre da cui si osserva la vita marina a 10 metri di profondità. E’ uno spettacolo di pesci e pescetti, coralli neri, spugne e alghe.

Torniamo con la prossima barca all’attracco, il fiordo ora che lo conosciamo e con la luce morbida del pomeriggio è ancora più accogliente e seducente.

Per visitare Doubtful Sound ci si deve affidare per forza a un tour perché oltre al lago Manapouri non si può arrivare con mezzi propri. Questa mattina piove tantissimo, siamo davvero scoraggiati. Comunque abbiamo pagato i biglietti e quindi tanto vale avventurarsi. Saliamo su una prima barca che attraversa il lago di Manapouri e già qui il panorama delle montagne ricoperte di scura vegetazione ci entusiasma. Scendiamo all’estremità ovest del lago dove saliamo su un pulmino che ci porterà all’attracco del fiordo. La differenza di altitudine tra questo punto e l’estremità interna di Doubtful Sound ha reso possibile la costruzione di una centrale idroelettrica proprio in questo punto. Scavata nella montagna, a 200 metri di profondità, le turbine trasformano la forza motrice dell’acqua in energia elettrica. La costruzione di questa centrale elettrica fu motivo di orgoglio negli Anni ’60 essendo un progetto tecnico piuttosto elaborato all’epoca, ma non solo, vide nascere la coscienza naturalista da parte della comunità neozelandese che si trovò unita nel movimento Save Manapouri, contrario all’aumento del livello del lago al fine di aumentare la capacità della centrale.

Partiamo con il pulmino diretti verso il fiordo. Ci fermiamo in un punto panoramico da cui si osserva dall’alto l’insinuarsi del mare tra le alte montagne. Poi arriviamo alla barca e cominciamo la navigazione. Il tempo per fortuna è molto migliorato e ci rendiamo presto conto che la difficoltà di accesso di questo fiordo lo rende ancora più suggestivo di Milford Sound perché siamo praticamente soli nella navigazione e questo luogo ha un’atmosfera ancora più incontaminato. Di nuovo si susseguono pareti fitte di vegetazione ricchissima che si sviluppa tra faggi e felci arboree lungo le pendici delle montagne. Ci spiegano che in modo naturale e repentino a volte si verificano delle frane di alberi perché il terreno roccioso con l’azione delle forti piogge non offre sufficiente profondità alle loro radici e osservando la naturale ricrescita si calcola che la montagna impieghi circa settanta anni a ricostituire la vegetazione. Proprio all’imboccatura del fiordo con il mare di Tasmania una colonia di foche riposa su uno scoglio nonostante il mare qui sia piuttosto agitato per l’improvviso abbassamento del livello del fondo. Le foche neozelandesi erano quasi estinte a causa della pesante caccia che avevano subito da parte della popolazione locale finché non fu finalmente vietata nel 1978 e oggi le colonie si stanno ricostituendo numerose. Così come per le balena, la cui caccia è vietata in Nuova Zelanda, ma non essendo questi animali stanziali ovviamente la loro protezione è molto più a rischio.

Verso la fine della traversata la barca si inoltra in un braccio del fiordo, si avvicina alla costa e il comandante chiede a tutti di rispettare il massimo silenzio, poi spegne i motori e finalmente tutti godiamo dei rumori naturali di questo posto, anche se per solo qualche minuto. Ritorniamo al molo e il pulmino ci riporta indietro. A questo punto si può scegliere di proseguire e scendere nelle profondità della montagna per visitare la sala delle turbine della centrale elettrica. La discesa con il pulmino per questo tunnel scuro scavato nella roccia è un po’ inquietante, poi scesi sembra di stare sul set di un film di James Bond, con questa roccia tagliata a nudo che sembra finta! Anche la sala della centrale ha delle apparecchiature che hanno un tono un po’ retro’. Ritorniamo in superficie, ripercorriamo in barca il lago Manapouri e rientriamo da questa magnifica giornata in albergo.

La mattina seguente è tempo di partire, andiamo verso il lago Wanaka, un lago di montagna sempre sulla costa est dell’isola. Ripassiamo per la strada percorsa per arrivare fin qui e poi superato il lago di Queenstowns proseguiamo: la strada è meravigliosa, montagne e pianure coltivate, colline dolci punteggiate di animali che pascolano, alberi e laghi, insomma sempre di più si insinua in me l’idea che questo sia il paradiso terrestre… d’altronde è paradiso e è terrestre!

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Auckland & Te Anau

Siamo stati a Auckland soltanto due giorni. In uno abbiamo cercato di girare il più possibile nonostante la pioggia. L’altro il tempo era bellissimo e siamo andati a Rangitoto, un’isola vulcanica di fronte alla città, che si raggiunge con uno dei tanti traghetti che partono dal Queens Wharf. Il nostro albergo è vicino al Princes Wharf, il molo da cui partono le navi da crociera. Stare così vicini a queste grandi costruzioni è davvero impressionante e ora che sono entrate tristemente nella cronaca fa anche più effetto. I locali ci dicono che il traffico di questo tipo di viaggi è molto aumentato recentemente e ce n’è quasi una al giorno, con clienti che principalmente arrivano direttamente dall’aeroporto, salgono e partono, senza contribuire all’economica locale. Dietro questo wharf c’è il Viaduct Basin, con il museo marittimo e un porto turistico che ha ricevuto un grande implemento già per l’America’s Cup del 2000, perché qui c’erano i cantieri destinati ai paesi concorrenti, e poi con i mondiali di rugby del 2011. Per quelli come me che non capiscono niente di vela e poco di rugby, il risultato è che si tratta di un posto super carino dove fare una bella passeggiata, pieno di ristoranti e locali, e alla fine del ponte pedonale si raggiunge una zona industriale riservata alle navi che trovo molto affascinante. Comunque in acqua ci sono anche le barche del team neozelandese!

La città per il resto è una bella città moderna organizzata molto bene dove non c’è troppo traffico e ci sono tutti i servizi disponibili.

La nostra gita a Rangitoto è per me molto più interessante! Arrivando con il traghetto dal mare si vede un lembo di terra completamente ricoperto di vegetazione con la classica forma conica del vulcano sebbene sia alto solo 260 m. Effettivamente si tratta di un’isola vulcanica e camminando la sorpresa è proprio nella scoperta che questa vegetazione così rigogliosa nasce direttamente da un terreno completamente lavico. L’isola infatti è stata creata da una serie di eruzioni geologicamente recenti 550-600 anni fa. Appena scesi dal traghetto si incontra una serie di piccoli edifici sparpagliati tra gli alberi: si tratta di alcune case di vacanza degli Anni ’20-30, le ultime costruite prima che venne introdotto un bando contro la costruzione e molto delle quali furono abbattute. Si può fare la passeggiata fino alla cima del vulcano; noi scegliamo quella costiera perché il tempo è bello e io non disdegno di fare i bagno a mare. Il sentiero si inoltra tra campi di lava su cui miracolosamente crescono le piante e il contrasto del nero e del verde è molto bello. C’è anche un boschetto di alberi che ci rinfresca nella passeggiata. Da qui si hanno anche delle belle vedute della città in lontananza. Arriviamo fino al faro e poi ci fermiamo a fare il bagno in una caletta.

Purtroppo non possiamo fermarci troppo perché la via del ritorno è lunga e non possiamo perdere l’ultimo traghetto.

In albergo ci spiegano che in Nuova Zelanda è ora alta stagione perché ci sono le vacanze scolastiche, che iniziano a Natale e terminano alla fine di gennaio. Per questo motivo le agenzie si permettono il lusso in questo periodo di non affittarti la macchina se la vuoi prendere a Ackland e lasciarla in un’altra città come avevamo pensato noi. Decidiamo quindi di cambiare programma, di non viaggiare dal nord verso il sud, ma di invertire e di andare al sud con un aereo e risalire con la macchina. Sul traghetto che collega le due isole, inoltre, non si possono imbarcare le macchine in affitto. Noi prendiamo quindi un aereo e andiamo direttamente a Queenstown perché vogliamo andare a vedere il famosissimo Milford Sound, considerato uno degli highlight del paese. Non ci fermiamo a dormire a Queenstown perché, nonostante il suo lago sia meraviglioso e lo percorriamo con la macchina fermandoci varie volte, la località è piuttosto famosa per tutti tipi di attività che a noi interessano poco tipo bungy jumping, jet boat ride, skydive, paragliding, aerobatic stunt plane, hang gliding, para sailing, etc etc. insomma tutte le attività che trasformano un pacifico e contemplativo lago alpino in un luogo altamente adrenalinico… personalmente non riesco a prendere sul serio questo tipo di paradossi!

Andiamo a dormire a Te Anau anche per motivi di praticità, essendo l’ultima località prima di Milford Sound, da cui comunque dista 120 chilometri. A Milford infatti non c’è nulla, solo l’attracco delle barche e un lodge per dormire. Te Anau è un posto molto semplice con una posizione privilegiata in termini di turismo poiché giace proprio al confine di FIordland, il parco nazionale di cui Milford Sound fa parte. Anche Te Anau affaccia su un lago di origine alpina, il più grande lago dell’Isola del Sud.

La mattina senza programma mi sveglia all’alba il suono di un gioco elettronico che nel silenzio del luogo fa un rumore piuttosto forte. Non posso credere che qualcuno alle 5 am stia giocando a un gioco elettronico e piuttosto innervosita mi alzo e esco sulla terrazza per vedere di chi si tratta. Con mio grandissimo stupore mi accorgo che non è un aggeggio elettronico a fare quel suono ma un uccello!! A questo punto sono sveglia e anche divertita dall’accaduto, e decido di andare al lago a fotografare le prime luci dell’alba. Sono ovviamente sola, in compagnia di qualche uccello e gabbiano. Questo è un bell’inizio di giornata!

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Sydney

Siamo arrivati a Sydney il 30 gennaio, pomeriggio. Dormiamo a Woolloomooloo, in un vecchio molo abbandonato e poi ristrutturato, che si getta nel mare della baia tra il sito delle navi militari e l’orto botanico. E’ una posizione geniale perché siamo vicini ai posti da visitare di giorno e a King Cross, un quartiere pieno di ristorantini per la sera. Abbiamo solo il tempo di cenare e camminare qui, un quartiere pieno di case di epoca vittoriana deliziose. Il 31 finalmente ci avventuriamo per l’esplorazione della città. Appena saliamo al Domain, un grande parco pubblico, che diventa poi l’orto botanico, notiamo una fila lunghissima, un serpentone interminabile di gente con cestini da picnic che aspetta per entrare chissà dove. Scopriamo che stanno aspettando di entrare nelle aree dell’orto botanico attrezzate a accogliere le persone per i fuochi d’artificio che ci saranno stanotte. Non poco sorpresi dalla quantità di gente continuiamo la nostra passeggiata verso il centro e ci rendiamo conto che tutta quest’area è affetta da deviazioni di traffico stradale e pedonale per dirigere la gente verso le zone in cui si vedono i fuochi. Ma è ancora mattina!! Conosco bene questo tipo di partecipazione anglosassone agli eventi in cui regna il cestino del picnic (l’ho fatto anche io a Londra e è super divertente!), e comunque ogni volta noto che l’atteggiamento della gente rispetto al nostro approccio ha qualcosa di profondamente diverso: ho la sensazione fortissima che loro hanno l’abitudine, e forse la volontà, collettiva di collaborare con la parte coordinatrice perché l’organizzazione risulti impeccabile.Proseguiamo verso il centro città dove si mescolano gli stili architettonici di vecchi edifici e grattacieli. Incontriamo anche uno sparuto gruppo di Occupy Sydney a cui oggi nessuno degna di attenzione. In questa zona c’è il centro dello shopping, con una serie di grandi magazzini e mall che comunicano uno con l’altro. Camminando arriviamo al Darling Harbour, una baia completamente convertita alla vita cittadina, con il museo marittimo, l’acquario, il centro convegni, milioni di ristoranti per i grandi e playgrounds e fontane per i bambini. Da qui prendiamo il water taxi per tornare in albergo, che è davvero un utile strumento per osservare lo skyline della città da un altro punto di vista. Innanzitutto dal mare si ha una percezione della struttura della città diversa che di primo acchito può sfuggire soltanto camminando, essendo distribuita intorno a un continuo susseguirsi di piccole insenature; poi vediamo che ci sono molti vecchi moli ristrutturati e destinati a abitazioni e è bellissimo il contrasto con le costruzioni più moderne che gli campeggiano dietro. Passiamo sotto il grande ponte di Sydney (che, per chi non soffre di vertigini, si può anche scalare!) e finalmente davanti all’Opera House! E’ molto divertente rendersi conto che la gente si sta raccogliendo su tutta la superficie disponibile di questo lungomare, su entrambe le sponde, per vedere i fuochi e anche il mare è pieno di barche che hanno preso la postazione per la sera. Ci ritiriamo anche noi e ci prepariamo per uscire. Stasera andiamo al concerto dell’Opera di Sydney e così non solo sentiamo un concerto in questo posto così famoso, ma anche avremo una postazione doc da cui vedere i fuochi, che prevalentemente partono dal Sydney Harbour Bridge. La serata è veramente indimenticabile. Il concerto ci piace molto e l’atmosfera è molto simile a quella dei concerti a Londra, dove è la passione per la musica a riunire le persone piuttosto che un’affiliazione di tipo sociale, così come anche il party dopo-concerto, dove non c’è nessun tipo di formalità di abbigliamento o di comportamento e si mescolano persone di tutte le età. In questo devo dire che gli anglosassoni sono proprio geniali! E finalmente i fuochi d’artificio. Io non sapevo proprio che fossero un evento così sentito dalla popolazione. Sembra che si siano radunati tutti qui per vederli, e hanno fatto bene perché sono davvero stupendi!!

Gli altri giorni che passiamo a Sydney cerchiamo di visitarla e avere un’idea globale dell’atmosfera che c’è qui: a me sembra tanto di stare a Londra con il sole e il mare…niente male! Innanzitutto visitiamo il Giardino Botanico, che è un parco aperto al pubblico stupendo e molto grande. Oltre agli ibis che camminano indisturbati tra le persone, si contestano la proprietà degli alberi i bellissimi Sulphur Crested Cockatoos, che fanno un canto simile a quello di un gallo incavolato, e le raccapriccianti Volpi Volanti, con una colonia stabile e numerosa che sta causando molti danni agli alberi e per cui si stanno tentando mezzi di dissuasione naturale. Visitiamo la Art Gallery, un edificio neoclassico (ancora questa abitudine di tradurre i nomi dei nostri pittori!) a cui è stata addossata un’ala contemporanea molto bella. Visitiamo il Circular Bay, il Museo di Arte Contemporanea, che purtroppo è in parte chiuso per ristrutturazione, The Rocks, il quartiere storico con piccole costruzioni di epoca vittoriana e tanti locali carini, e la Chinatown locale che invece non troviamo affatto interessante. Poi visitiamo i graziosissimi Chinese Gardens: peccato che dietro incombono questi grandi edifici che proprio contrastano con la delicatezza del giardino. E poi ho la cattivissima idea di proporre la visita all’acquario, che mi aspetto sia un luogo di ricerca e sensibilizzazione scientifica, mentre invece è solo pienissimo di visitatori e le vasche mi sembrano proprio piccole e stipate di pesci, insomma una grande delusione. Infine non ci facciamo mancare una gita alla famosa Bondi Beach. Anche la strada per arrivare attraversa quartieri di Sydney molto belli e ti chiedi se davvero questi australiani non abbiano trovato la formula ideale per vivere bene in città! Certo sono avvantaggiati dalla posizione sul mare e dal clima… La spiaggia di Bondi è molto carina, super organizzata a livello pratico (cartelli, parcheggi, bagnini sulle moto d’acqua che si occupano di smistare il traffico marino di bagnanti e surfisti) e anche qui l’atmosfera è molto informale. Una panoramica passeggiata lungo la costa collega poi diverse spiagge. Con il sole e il mare salutiamo questa città e l’Australia. Domani abbiamo un aereo per Auckland.

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Uluru & Kata Tjuta

Per chi ama i paesaggi, il viaggio in macchina da Alice Springs a Uluru è molto suggestivo, attraverso il territorio semi-desertico dell’outback pochissimo popolato di gente e meno di automobili. Dopo chilometri avvistiamo la grande Mount Connor che ci fa presagire l’emozionante forma di Uluru. Ci sistemiamo in albergo, l’unico punto di accoglienza subito fuori dal parco di Uluru e Kata Tjuta, che è un centro ospitalità per tutte le tasche e sistemazioni, dalla tenda alla stanza d’albergo, e in più qui c’è anche un supermercato, alcuni negozi e una pompa di benzina, quest’ultima attività di grande valore perché per la strada i distributori sono davvero pochi. Il resort è organizzato molto bene e smista in pratica tutta la popolazione che visita il sito, perché è difficile arrivare e andare via in giornata, tanto è distante da tutto il resto del mondo. Restare almeno due notti qui è fondamentale per avere il tempo “minimo” di visitare e davvero cogliere l’atmosfera di questo luogo, il cui isolamento sicuramente contribuisce a renderlo un posto davvero magico. Istituzionalmente il parco è di proprietà della popolazione aborigena degli Anangu che ha dato formalmente in concessione al governo per 100 anni la gestione del posto. Questa strana formula è in realtà la soluzione pacifica e esemplare della convivenza tra australiani di origine europea e aborigeni. Le popolazioni aborigene (che abitano il territorio australiano da circa 50-80 mila anni!) per tradizione si considerano custodi della terra in cui vivono. Ciascuna tribù è discendente delle divinità ancestrali che hanno creato il mondo nelle forme in cui appare, e loro compito è restare nelle terre di origine, proteggerle e tramandarne la storia delle origini alle generazioni. Per questo motivo la conoscenza degli anziani è molto rispettata e i giovani, maschi e femmine, vengono iniziati ai miti dell’origine, la Tjukuritja, attraverso storie, canti, danze e cerimonie. Dato che le popolazioni aborigene australiane non costruiscono architetture stabili, preferendo radunarsi nelle grotte e negli abbrivi naturali, nell’Ottocento fu piuttosto banale per gli inglesi avallare la teoria giuridica della terra nullius, ovvero che la terra non apparteneva a nessuno, e appropriarsene senza considerazione alcuna per questa cultura antichissima e il fragile rapporto che le popolazioni avevano conservato con la terra. Soltanto negli Anni’90, dopo anni di battaglie legali Eddie Koiki Mabo riuscì a vincere in un tribunale australiano una causa legata alla terra della sua tribù, la Murray Island, e a far riconoscere il diritto dei nativi a possedere la terra, diritto considerato ora precedente l’arrivo dei colonizzatori europei, detto Native Title. Uluru e Kata Tuja, neanche a dirlo, sono due luoghi sacri per la tribù Anangu. Quando la proprietà del parco è stata formalmente restituita a questa tribù, il nome Ayers Rock precedentemente attribuitogli è tornato l’originario aborigeno Uluru e per suggellare la riconciliazione il parco è oggi gestito in collaborazione tra il governo e la tribù. Bisogna avere una macchina o utilizzare uno dei tour che offre anche l’albergo perché le dimensioni di questo posto sono così vaste che non è nemmeno pensabile andare a piedi: soltanto per arrivare a Uluru dall’entrata ci sono 20 chilometri, 50 per Kata Tjuta.

Prima di avventurarsi nell’incontro con le montagne è consigliabile visitare il centro culturale del National Park, un percorso realizzato dagli aborigeni per spiegare e trasmettere le storie sacre legate al sito e insegnare a noi le modalità con cui si tramandano queste tradizioni orali. Le narrazioni mitologiche che sono raccontate dagli anziani ai giovani iniziati alla vita degli adulti, trasmetteno insieme alle storie, gli insegnamenti fondamentali per la conoscenza della vita e la sopravvivenza nel deserto. Di base le donne imparano a cacciare piccoli animali e sopratutto a raccogliere e conservare bacche e erbe, mentre gli uomini si dedicano alla caccia di animali più grandi come i canguri e gli emu, una specie di struzzo locale. Qui si possono leggere i miti di creazione di Uluru, mentre le storie collegate a Kata Tjuta non sono rese pubbliche poiché talmente sacre che vengono trasmesse in modo esclusivo ai maschi della tribù.

E’ possibile scegliere tra vari percorsi intorno alla montagna, si può fare anche il giro completo, mentre gli Anangu chiedono il rispetto di non salirci sopra. Ma tutto sommato con questo caldo se ti viene lo schiribizzo di scalare Uluru sei un po’ picchiato di testa… e oltretutto appena si comincia la passeggiata alla sua base si prova una sensazione di pace così profonda che non si chiede altro che poter essere lì, senza frustrazione o eccitazione di dover invadere, solo la sorpresa estasiata di osservare e riempirsi gli occhi. I colori sono incredibili, il rosso della roccia che si mescola con il verde della vegetazione e il blu del cielo, le forme sono stupefacenti. Uluru è il più grande monolite che esiste sulla superficie terrestre, alto 350 metri e si pensa profondo nel suolo fino a tre chilometri. E’ normale che qui si senta un’energia fortissima. E poi questi buchi, queste ferite nella roccia che è viva, ognuna ha una sua storia nella mitologia aborigena. Noi camminiamo lungo il percorso Lungkata Walk e arriviamo alla fonte Mutitjulu. L’acqua, preziosissima per la vita degli animali e degli umani nel deserto, si raccoglie in questo bacino dove regna un’atmosfera molto dolce. Ritorniamo alla macchina giusto in tempo per andare a Talinguru Nyakunytjaku e osservare da qui il tramonto. Questo posto è una scelta meno popolare poiché il sole cala dietro Uluru anziché davanti, cosicché la parte visibile di montagna è più scura mentre il resto del paesaggio si illumina dei colori caldi del tramonto. Rientriamo in albergo, domani ci aspetta un’altra lunga giornata.

Ci svegliamo prima dell’alba e partiamo con la macchina. Stamattina andiamo a vedere l’alba su Kata Tjuta che è più distante. Lo spettacolo ripaga in abbondanza ogni sforzo di essersi svegliati presto. Riprendiamo la macchina e ci avviciniamo a questo complesso di rocce che a differenza di Uluru è costituito da diversi elementi. Cominciamo la passeggiata del circuito completo e mano mano che ci addentriamo restiamo sempre più sorpresi dalla grandiosità di questo posto. Le formazioni rocciose sono così imponenti e anche così tanto diverse da Uluru dove avevamo sentito insinuarsi la purezza della dolcezza, mentre qui ci assale un senso di maestosità assoluta. Se dovessi distinguere non potrei che attribuire a Uluru il carattere della tenerezza e della cura femminile, a Kata Tjuta il potere e il vigore maschile. E non penso sia a caso che questo sia il luogo dell’iniziazione degli uomini della tribù aborigena. Sono sorpresa e estasiata, queste giornate sono incredibilmente piene di emozioni così come è incredibile semplicemente camminare in un luogo e sentire delle sensazioni così forti e sapere che ti vengono trasmesse direttamente dalla Terra. Il percorso questa volta è completamente diverso: ci si addentra tra le montagne, in parte scavalcandole, e appena si raggiunge la parte interna ci si rende conto che è un luogo ricchissimo di vegetazione, poiché nonostante l’aspetto, questo rocce sono piene di minerali e questo permette il rigoglio inaspettato di verde. Il giro completo, di 7.5 chilometri, è una passeggiata meravigliosa, che consiglio davvero a tutti quelli in grado di farla. Noi per fortuna la facciamo la mattina presto, perché oltretutto più tardi le temperature superano i 36 gradi e viene chiusa per evitare malori. Riprendiamo la macchina e andiamo a fare la passeggiata del Walpa Gorge più breve (per fortuna!) ma bellissima anche questa, che si insinua in una gola tra le rocce. Ritorniamo infine in albergo e ci andiamo a riposare. Nel pomeriggio torniamo a Uluru e camminiamo per la Mala Walk fino alla fonte Kantju Gorge.

Al tramonto andiamo al punto di osservazione più famoso: ovviamente qui c’è molta più gente rispetto a ieri ma c’è da dire che Uluru regala uno spettacolo da cartolina, con le sue rocce rosse che cambiano colore in un modo così armonioso insieme al paesaggio che la circonda. La sensazione che sia un elemento vivo davanti ai nostri occhi è davvero forte. Siamo riempiti da questo scenario e tanto tanto grati di essere venuti qui in questo posto davvero magico dove auguro a tutti di poter venire!

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Darwin & Alice Springs

E’ la vigilia di Natale quando arriviamo a Darwin. Nella nostro programma c’è il desiderio di visitare il Parco Nazionale di Kakadu che dista da qui circa 250 chilometri. Purtroppo però sulla città incombe un ciclone tropicale che per ora sta viaggiando sul Timor Sea e siccome Darwin è stata rasa al suolo quasi completamente negli Anni ’70 da un’evento simile, gli abitanti e le autorità sono piuttosto allarmate. La congiuntura 25 dicembre e ciclone è per noi una miscela micidiale. Tutti ci sconsigliano di prendere la macchina e avventurarci verso il Parco Nazionale, poiché anche arrivando prima dell’arrivo del ciclone, non è detto che la strada sarebbe agibile dopo, per tornare in tempo per il nostro prossimo aereo. E oltretutto qualsiasi alternativa più vicina è chiusa per il temuto arrivo del ciclone. Ecco che ci ritroviamo bloccati in una cittadina semi-deserta che di per sé non sembra offrire molto e in cui per di più c’è un clima monsonico con un’umidità davvero insopportabile. Per lo meno ci sono degli alberi dai tronchi contorti che mi intrattengono e uccelli per me nuovi e farfalle colorate. Nonostante tutto rimaniamo speranzosi fino all’ultimo minuto, ma alla fine siamo costretti a a rassegnarci a dare uno stop di due giorni al viaggio. Cerchiamo di riempire il tempo come possiamo, visitando la zona del Convention Centre, ma davvero è tutto chiuso e c’è un’aria piuttosto desolata. Neanche a dire che ci facciamo il bagno al mare, perché nonostante l’apparenza invitante, il mare qui è pieno di coccodrilli che proliferano in quest’area ricca di corsi d’acqua. Proviamo l’opzione orto botanico, di cui io sono una fervente appassionata, e mentre andiamo il tassista ci racconta che il ciclone dell’anno precedente a fatto cadere tanti alberi… ma che ce l’avete con noi?? Andiamo lo stesso, la serrata a casa è per le sei di sera e sono soltanto le 3 di pomeriggio. Il giardino è bellissimo e dopo averlo visitato ci coglie una pioggia monsonica che in dieci minuti ci riduce in due poltiglie bagnate. Questa zona è anche una delle parti del’Australia con numerosi insediamenti di aborigeni. Il nostro primo impatto con questa parte della popolazione è assai scioccante, perché camminando di sera per le strade del centro città ne incrociamo molti che, ubriachi, sono buttati per terra o barcollano cercando di raggiungere chissà quale meta. Sono piuttosto rattristata perché credevo che il problema dell’alcolismo tra gli aborigeni fosse ormai una cosa superata, addirittura ricordo che era una tema di cui si parlava almeno vent’anni fa e invece qui sembra essere una realtà davvero ancora presente. Sono due giorni e mezzo di riposo e letture. Per fortuna che dalla nostra stanza riusciamo a vedere dei tramonti sul mare davvero drammatici.

Finalmente partiamo per Alice Springs. Dall’aereo, prima dell’atterraggio la vista è memorabile. In mezzo a un territorio desertico si staglia la MacDonnell Range, una catena montuosa incredibile che consiste in una sola serie di creste che corre da est a ovest per circa 645 chilometri. Appena usciti dall’aereo respiriamo subito un’altra atmosfera: qui c’è un bel caldo secco e un sole sorridente in mezzo al cielo. Proprio il clima che io adoro! Prendiamo la macchina in affitto e andiamo a visitare Alice Springs. Non abbiamo molto tempo perché domani già ripartiamo. Alice Springs era nell’Ottocento una delle tappe del telegrafo che da Adelaide arrivava fino a Darwin e poi fino alla Gran Bretagna! Ancora oggi c’è solo una strada che collega il territorio australiano da nord a sud. Qui viveva soltanto il telegrafista con la sua famiglia. La comunità è cominciata a crescere quando si scoprirono dei giacimenti d’oro nelle vicinanze e oggi è una semplice cittadina immersa in un panorama davvero interessante. A Alice Springs ci sono due istituzioni che destano molto la nostra curiosità occidentale: il Royal Flying Doctor Service e la School of the AIr entrambe soluzioni geniali ai problemi di isolamento della popolazione di queste remote zone.

Il primo è un servizio di cure mediche prestato alla popolazione sparsa nelle aree rurali del territorio, che qui chiamano outback, che viene raggiunta tramite mezzi aerei. Il Servizio opera per tutto il Northern Territory con il supporto economico dello Stato, del Governo e del Commonwealth, e è stato fondato nel 1939 (il primo in assoluto in Australia è del 1928 in Queensland). Mentre la Scuola dell’Aria, anche questa con sede a Alice, è l’istituzione parallela in termini di educazione. Questa iniziativa geniale è stata fondata nel 1951 con lo scopo di portare la scuola in tutte le case dell’outback: gli insegnanti trasmettevano le lezioni tramite la radio e visitavano regolarmente gli studenti raggiungendoli in aereo e sottoponendoli a test e esami come nelle classi “normali”. Questa istituzione continua tutt’oggi la sua attività utilizzando tecnologie decisamente più avanzate come internet e il computer! A Alice poi la popolazione aborigena sembra avere uno stile di vita normale e sembra soffrire meno dei problemi sociali rispetto a Darwin. Vediamo che molti si radunano sotto gli alberi di eucalipti lungo il letto asciutto del fiume Todd seduti a parlare.

La mattina presto, prima di partire, ci prendiamo il tempo di visitare l’antica stazione del telegrafo, poco fuori città, e intorno a cui c’è un parco meraviglioso costituito da rocce rosse, arbusti e eucalipti profumati dove potremmo camminare per ore e ore. E qui avvistiamo il nostro primo canguro!

Purtroppo è tempo di partire… la mistica Uluru ci aspetta.

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Australia_Pert & la West Coast_parte 2

A Shark Bay si può dormire a Denham l’ultimo paese sulla penisola, o come abbiamo scelto noi al Monkey Mia Dolphin Resort che è un posto che mi piace un sacco perché è molto democratico, c’è una sistemazione per tutti, dalla tenda al dormitorio, alla stanza d’albergo o la villa. Il resort è l’unica struttura che si affaccia sul tratto di mare compreso tra la penisola e la terra ferma, un paradiso per gli animali. E anche per gli esseri umani perché la costa è meravigliosa! La fama di questo posto è data dai delfini che spontaneamente dagli Anni Sessanta interagiscono con gli uomini praticamente ogni giorno dell’anno e per questo la spiaggia si chiama Dolphin Beach. Non ci sono appuntamenti precisi con i delfini, che appaiono in un tratto di costa che è stato loro riservato. Generalmente la mattina intorno alle 7.30 c’è il primo incontro e nella mattinata tornano spesso altre due volte. Il ranger spiega la storia del posto, degli aneddoti su questi animali e di come oggi non si possano toccare per non trasmettere loro malattie, mentre i delfini gli scorrazzano intorno. I visitatori come noi restano sul bagnasciuga perché è nato da poco un cucciolo e si vuole evitare il pericolo che si insabbi. Poi gli danno qualche pescetto e dopo un po’ i delfini vanno via a nuotare nel mare. Anche i pellicani, bizzarre creature, si intrufolano in questa situazione e sfilano nell’acqua avanti e indietro come se nulla fosse. Andiamo a fare una passeggiata molto emozionati perché l’incontro con i delfini è stata davvero un’esperienza che ci risveglia un senso profondo della dolcezza della natura, e quando torniamo anche i delfini sono di nuovo lì e questa volta c’è pochissima gente (sono tutti andati a fare colazione!) così ci godiamo di nuovo la presenza di questi pacifici animali. Dopo colazione vado in spiaggia e faccio una piccola passeggiata per allontanarmi dal resort e godermi la solitudine totale di questo posto, ma non sono sola! Incontro una famiglia di emu, madre con tanti figli e non mi avvicino troppo per non spaventarli. L’acqua è cristallina e calmissima. All’ora di pranzo abbiamo deciso di fare una crociera nelle acque della riserva con il catamarano del resort, super ecologico naturalmente. Veleggiamo verso l’estremità della penisola, una striscia di terra che fa da sfondo rosso e verde alle acque placide del mare. Incontriamo ancora tanti delfini che nuotano con noi, tartarughe marine, dugongo, le mante e anche uno squalo tigre!

La nostra giornata non può che concludersi con la luce morbida del tramonto su questa terra incontaminata che mi ha riempito di emozione tutta la giornata.

Ripartiamo la mattina seguente. Abbiamo deciso di guidare indietro verso Perth e arrivare fin dove riusciamo. Sulla strada deviamo per andare a visitare il Kalbarri National Park. Ci sorprendiamo dalla loro civiltà perché per accedere al parco non c’è una vera e propria biglietteria, ma semplicemente un punto dove sostare con la macchina, riempire un modulo e infilarlo con i soldi dentro una cassetta. Non siamo troppo lontani dalla penisola di Shark Bay, eppure lo scenario è completamente differente. Qui la terra rossa punteggiata da bassi arbusti e da piante di erica, è stata scavata profondamente dal Murchison River che ha creato delle ripide gole nel tratto interno del parco, mentre sulla costa ci sono delle spettacolari scogliere scolpite dal vento e dal mare. Le passeggiate sono tutte piuttosto semplici e accessibili. Ne scegliamo alcune e passiamo tutto il tempo a dire uuuhhh che bello!Ci rimettiamo in macchina e partiamo. Roberto è un eroe perché guida fino a Perth facendo qualcosa come mille chilometri in un giorno! Ecco, oggi è l’ultimo giorno sulla west coast, relax totale. Andiamo al tramonto sulla spiaggia. Gli abitanti di Perth sono qui radunati a godersi lo spettacolo con un bicchiere di vino. In Vietnam un australiano mi ha spiegato che di Perth si dice che non è il posto ma lo stile di vita. In effetti ora capisco cosa intendeva dire! Per finire la serata andiamo a cena in un sobborgo della città che si chiama Subiaco: chissà chi gli avrà dato questo nome…

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