Rotorua Pataua & Piha Beach

Partiamo dal Tongariro National Park in direzione Rotorua. Il tempo è terribile tutto coperto di nuvole, che fortuna che abbiamo avuto a fare il trekking ieri! La strada che percorriamo costeggia il lago Taupo e poco dopo deviamo per andare a visitare le Huka Falls. La passeggiata inizia dove si formano queste cascate: qui il letto del fiume Waikato che solitamente è largo 100 metri, si restringe repentinamente a una larghezza di 20 metri causando l’improvviso accumulo della sua portata. Così un dislivello di soli 8 metri genera un cascata piuttosto suggestiva per la quantità d’acqua che vi cade. Percorriamo la passeggiata che costeggia il fiume, lungo il bosco. Qui leggiamo un cartello di allerta per i padroni di cani che corrono il rischio di essere avvelenati in questa zona: uhm che stranezza. Già sull’isola di Rangitoto, di fronte a Auckland, avevamo visto delle trappole per topi e dei cartelli simili. Insomma è l’occasione per approfondire. In breve quello che succede in Nuova Zelanda è che le due isole si sono separate dalla Gondwana in tempi particolarmente precoci, circa 85 milioni di anni fa quando il mondo era ancora popolato dai dinosauri e non esistevano i mammiferi. E così la sua storia si è sviluppata autonomamente dal resto del mondo a livello di fauna e flora e, a parte i mammiferi marini, è stata popolata soltanto da uccelli che per millenni non hanno sviluppato alcun comportamento difensivo, poiché non esistevano predatori che li cacciassero. Quando intorno al 1350 d.C. gruppi numerosi di Maori sono arrivati a occupare le isole, hanno introdotto i primi mammiferi con cui avevano la consuetudine di vivere e sopravvivere, come per esempio i topi, che loro mangiavano, e i cani. E questi causarono l’estinzione di un grande uccello neozelandese, il moa, una specie di struzzo che non sapeva volare (poverino!) e che venne cacciato fino appunto alla sua scomparsa: oggi esistono solo testimonianze fossili e alcune uova mai schiuse. Così fecero anche gli Europei nei secoli successivi, introducendo una serie di mammiferi che non esistevano prima e che presto colonizzarono il paesaggio. Tra questi l’opossum e le lepri. Queste trappole e veleni che vediamo disseminati in posti tanto naturali non sono altro che il tentativo di controllare la popolazione dei mammiferi perché non prendano il sopravvento sulle colonie di volatili autoctone delle isole e sia assicurato un equilibrio nella conservazione della flora.

La passeggiata nel boschetto lungo il fiume, nella sua semplicità, ci è piaciuta molo. Ci rimettiamo in macchina e questa volta ci fermiamo a 27 chilometri da Rotorua, alla Wai-O-Tapu Thermal Wonderland. Tutta l’aerea, dal Tongariro fino a Rotorua, è un’enorme zona vulcanica e idrotermale. Quella che visitiamo adesso, in particolare, fa parte della Scenic Reserve che copre un’area di 18 km quadrati e di cui noi ovviamente vediamo soltanto una piccola porzione. Si tratta di una passeggiata a tratti surreali, non sembrerebbe di stare sulla terra se non fosse per la vegetazione e gli uccelli. Si cammina tra grandi crateri grigi, fino a 50 metri di larghezza, che contengono sorgenti di acqua calda e zolfo che ribollono e poi grande piscine con acque colorate dai minerali in mezzo a nubi di vapori che salgono dalle acque. Spesso di fronte ai colori della natura rimango sorpresa, quasi mi dimentico che essa ne è l’origine: il giallo e il verde dello zolfo, l’arancione dell’antimonio, il bianco della silice, il rosso del ferro, il viola del manganese e il nero del carbonio mescolato allo zolfo. Si percorre una pedana che costeggia la più grande “terrazza” di silicato di calcio della Nuova Zelanda, che è una spianata su cui da 700 anni l’acqua scorre e evapora depositando silicato. Si attraversa un bosco di pini per arrivare a un punto panoramico. Si incontra poi una fonte termale di 65 metri di diametro e 62 di profondità, la Champagne Pool, cosiddetta per il colore del le acque contengono minerali come l’oro, l’argento, il mercurio, lo zolfo, etc insomma un grande calderone di metalli. E poi un grande cratere riempito di acqua e zolfo le cui tonalità cambiano dal giallo canarino al verde fosforescente a seconda della luce del sole. Con la macchina andiamo qualche chilometro a nord nel parco per vedere delle pozze di fanghi densi che bollono e scoppiano in aria circondate di vapori come nel calderone di una strega.

Nel tardo pomeriggio finalmente arriviamo a Rotorua e ci sistemiamo in albergo.

La mattina andiamo visitare la chiesa di St Faith, costruita nel 1910 in stile Tudor ma decorata internamente con arte Maori: mi sorprende questa vetrata, realizzata nel 1965, in cui è raffigurato Cristo che cammina sulle acque del Lago Taupo vestito con la tunica Maori! E poi tutti i banchi della chiesa sono decorati con figure tribali, che forte. Di fronte alla chiesa si erige una antica wharenui, che non si può visitare internamente perché, essendo ancora in uso, è considerata un luogo sacro. Ma non è una chiesa o un luogo di venerazione, bensì il punto di riferimento per ogni attività culturale, economica o di altro tipo che riguarda la comunità maori per intero, il luogo rappresentativo della pace e dell’unità della tribù, ossia la casa comune. Anche solo esternamente si ha un’idea dell’arte scultorea che questi popoli prediligono: come di consueto la facciata della sala, con tetto a spioventi, è interamente ricoperto di decorazioni intagliate nel legno dipinto, con raffigurazioni degli antenati della tribù. Di fatto Rotorua oltre a essere un centro interessante per le attrazioni idrotermali, è il luogo deputato per entrare a contatto con le tradizioni e la cultura Maori. Andiamo a visitare un altro parco geo termale, Te Puia che è anche un centro della cultura Maori. Al sito si accede tramite un Waharoa, una porta tradizionale costituita di cinque passaggi che danno accesso allo spazio circolare del Te Haketanga-a-Rangi, intorno a cui 12 sculture monumentali si erigono verso il cielo, a rappresentare una complessa simbologia legata alle origini. Da qui partono le visite guidate gratuite offerte dal sito e a cui anche noi partecipiamo. Si possono visitare la Scuola Nazionale di Scultura e la Scuola Nazionale di Tessitura, che formano soltanto allievi di origine maori, e vedere gli studenti in azione. In un’altra parte del sito si svolgono delle performances tradizionali in una wharenui, e c’è un modello di villaggio maori. Infine si fa il percorso nel sito termale vero e proprio la cui attrattiva principale è il Pohutu Geyser che spara vapore in aria fino a 30 metri d’altezza. Non ho capito bene se questo geyser è aiutato a sparare o è tutta roba naturale… Comunque la leggenda Maori vuole che le due divinità femminili del fuoco, Te Pupu e Te Hoata, fossero venute dal centro della Terra in cerca del fratello Ngatoroirangi, che era rimasto intrappolato sul Monte Tongariro. Emerse sulla superficie terrestre portarono inevitabilmente parte del fuoco con loro e lasciarono nel loro passaggio geyser, sorgenti di acqua calde e piscine di fanghi termali che sono la peculiarità di queste zone. Il resto della passeggiata nel sito è piacevole ma meno spettacolare di quella fatta ieri.

Subito dopo andiamo a visitare il Buried Village, un piccolo villaggio sepolto dall’eruzione del Monte Tarawera nel 1886. Il sito onestamente non a niente che vedere con la nostra Pompei, perché è stato praticamente tutto distrutto e quel poco che rimane è piuttosto ricostruito. Però passeggiare in questi prati ombreggiati dagli alti pioppi piantati subito dopo l’eruzione, percorrere il romantico sentiero che corre lungo un ruscello e arrivare infine alle Wairere Falls nel bosco, è davvero una passeggiata che merita.

A qualche chilometri dal sito, inoltre, vale la pena arrivare al belvedere che si affaccia sul Lago Tarawera da cui si gode uno scenario unico e meraviglioso che ci lascia incantati.

Ripartiamo verso Auckland, dove arrivando la sera ci accoglie un tramonto meraviglioso. La mattina seguente ripartiamo in direzione nord. Ci piacerebbe arrivare fino all’estremo nord dell’isola, ma ci mancano solo pochi giorni e abbiamo deciso di fermarci a metà strada e finalmente riposare! Così arrivati a Whangarei deviamo verso la costa. Abbiamo trovato su internet una piccola casa da affittare a Pataua. Facciamo una grande scorta al supermercato di Whangarei e diamo il via a una dieta sana e vegetariana perché non ne possiamo più di magiare carne, la pietanza prediletta dalla cucina neozelandese. Pataua è un piccolissimo centro che si popola prevalentemente di villeggianti durante l’estate, ha una bella spiaggia deserta che confina con l’estuario di un fiume, e tante colline punteggiate di animali alle sue spalle. Noi abitiamo su una di queste colline con la nostra casetta e per tre intensi giorni di totale riposo, il massimo spostamento che ci concediamo è arrivare a piedi alla spiaggia, ma non riusiamo a approfittare del mare perché il tempo, a parte il primo giorno, non è bellissimo e piove. Dopo tre giorni di questo meritato stop è arrivato di nuovo il tempo di mettersi in moto, ripartiamo verso Auckland perché domani abbiamo un aereo per Sidney. Sulla via del ritorno scegliamo di passare sulla costa est per andare a vedere la famosa spiaggia di Piha, una bellissima spiaggia di sabbia scura che si dipana lungo questa tratto di natura selvaggia. E’ molto bella sia vista dall’alto che camminandoci, peccato che ci sia davvero un tempo proibitivo, il cielo coperto e un vento freddo e per di più siamo vestiti troppo leggeri.

Con questa ultima visita sentiamo davvero che si sta concludendo il capitolo Nuova Zelanda: salutiamo Piha e un po’ nostalgici salutiamo questo paese che ci ha fatto esclamare entusiasti tante tante volte: “ma allora sulla Terra il paradiso esiste!”.



About Eleonora Pecorella

Sono nata e cresciuta a Roma dove ho studiato storia dell'arte e dopo laurea e scuola di specializzazione ho lavorato nel campo dell'arte contemporanea. Nel 2008 sono andata a vivere a Londra dove ho iniziato a dedicarmi completamente alla fotografia. Qui ho studiato alla St. Martins School of Arts.
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