Australia_Pert & la West Coast_parte 1

Arriviamo direttamente dalle nuvole di Hong Kong al sole di Perth. E’ domenica, la città sembra piuttosto calma. Ne approfittiamo per fare una passeggiata sul riverside e subito entriamo nella Tower Bell, una costruzione moderna che conserva campane antiche australiane e persino inglesi: con l’occasione mi capita di suonare le campane di Saint Martin in the Fields a Londra…chi l’avrebbe mai detto! Con un taxi andiamo sulla collina a ovest del centro città, a Kings Park, dove c’è un orto botanico molto bello. Qui camminiamo moltissimo, è pieno di famiglie e amici che fanno picnic e è il primo contatto con le piante, i fiori e gli uccelli australiani. In albergo ci convincono a prendere una macchina 4×4 per partire, noi ci affidiamo. Così la mattina ci avviamo con questo bidone di macchina per la Brand Highway, l’autostrada costiera che volendo arriverebbe fino al nord del paese, ma a noi non interessa perché ci fermiamo prima. La prima tappa è “a soli” 220 chilometri da Perth, il Nambung National Park dove c’è il Pinnacles Desert. Quando arriviamo alla biglietteria la signora ci spiega che si può fare un percorso a piedi o in macchina nel deserto. Noi non vediamo l’ora di sgranchirci le gambe e quindi optiamo per la passeggiata. In pratica nel mezzo di questo deserto di sabbia gialla si innalzano migliaia di questi “pinnacoli” di calcare dalle forme varie, la maggior parte sono molto falliche! Questo che oggi è un deserto un tempo era la costa marina e le rocce calcaree ne testimoniano l’origine, e con i cicli di piogge e il vento che ne copre e scopre delle parti, la loro formazione è tuttora in atto.

Percorriamo ancora 250 chilometri e ci fermiamo  dormire a Geraldton, una piccola cittadina sulla costa. Ho l’impressione che le distanze abbiano un altro valore rispetto alle nostre abitudini. Questa strada ovviamente offre dei paesaggi indimenticabili, con pochissimi centri abitati, poche automobili, soprattutto autotreni lunghissimi fatti di tre elementi. La protagonista è la vegetazione che varia man mano che procediamo, eucalipti, cespugli e la terra con sfumature incredibili di rosso. La mattina riprendiamo il nostro bidone e ripartiamo diretti verso nord. Dopo altri 260 chilometri finalmente entriamo vittoriosi a Shark Bay, un’area dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco per il suo valore naturale. Shark Bay è una penisola che si distacca a ovest e corre parallela verso nord. Iniziamo subito con Hamlin Pool, un tratto di costa dove abitano le Stomatoliti, una grande e antica colonia di Cianobatteri. In Australia e alle Bahamas ci sono le uniche colonie viventi di questi batteri, discendenti degli organismi unicellulari omonimi che hanno iniziato a abitare il nostro pianeta 3,5 milioni di anni fa. Ho vaghe reminiscenze scolastiche, ma ricordo che recentemente ho letto un libro in cui si citavano proprio queste colonie, come il primo esempio di organismi unicellulari, cioè autosufficienti, che si è aggregato in colonie, primo passo verso l’evoluzione degli organismi pluricellulari, in cui le cellule svolgono specifiche funzioni anziché essere completamente autonome, e questo a sostegno di una tesi anti-darwiniana dell’evoluzione….sto dirazzando! Mentre percorro la pedana che porta al mare e raggiungo la colonia (su cui ovviamente non si può camminare!) sono molto emozionata perché mi sembra di assistere in diretta a un film antichissimo, quando nessuno di noi ancora esisteva e le stomatoliti si davano da fare a immettere l’ossigeno nell’atmosfera, proprio quello che respiriamo oggi, perché sono piante che fanno la fotosintesi. Sono entusiasta delle stomatoliti!

Iniziamo a addentrarci nella penisola e raggiungiamo la nostra prossima tappa, Shell Beach. L’acqua molto salata di queste acque, che ha permesso la sopravvivenza delle Stomatoliti, ha anche generato la proliferazione di un tipo di piccola conchiglia, mentre i suoi predatori non tolleravano le condizioni di questo luogo. Così si sono accumulate per circa 4000 anni qualcosa come una spiaggia di 60 chilometri di queste piccole conchiglie con una profondità che va dai 7 ai 10 metri! L’effetto arrivando è quello della spiaggia dei sogni, meravigliosamente bianca e candida, il mare cristallino, e poi camminando e infine sedendosi su questo letto non si può non restare totalmente stupiti dall’incredibile quantità di conchiglie ti circondano. Riprendiamo il cammino verso l’agognata meta finale: Monkey Mia. Dopo aver percorso 850 chilometri da Perth finalmente siamo arrivati.

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4 giorni a Hong Kong

L’incontro con Roberto all’aeroporto è più facile del previsto. Arriviamo contemporaneamente alla fila del controllo passaporti di Hong Kong e iniziamo così il nostro viaggio insieme. Dalla nostra stanza a Kowloon, al 37° piano, abbiamo una vista sul mare mozzafiato. A parte questa premessa entusiasmante, devo proprio ammettere che a me Hong Kong non piace molto. Innanzitutto mi rendo conto che questo è il paradiso dello shopping declinato in tutte le forme: mercatini di ogni genere a tutte le ore del giorno e della notte, mega shopping centers sempre più mega, negozi a ogni angolo della strada e di grattacielo, insomma se non ti piace fare shopping in breve ti chiedi: grazie per l’offerta, e ora che si fa???

Non so se mi atterrisce di più la parte di Hong Kong super moderna con questi mega grattacieli tutti vetri e metallo, dove entri e non riesci più a uscire intrappolato in un labirinto di negozi, ristoranti (addirittura piste di pattinaggio sul ghiaccio!) e camminamenti sopraelevati per cui una volta entrato non uscirai più a livello della strada, o la parte vecchia della città, con i negozi per strada e le torri-abitazioni strette, altissime e tutte affastellate, che diciamoci la verità, fossimo in Italia tutti direbbero apertamente che sono degli obbrobri.Tutte questo a su di me l’effetto di un frullatore di neuroni immerso nel mio cervello.

In principio era il verbo americano a contare il 100% degli edifici più alti del mondo. Poi piano piano il panorama è cominciato a cambiare: nel 1990 la percentuale è diminuita fino all’80% e entro la fine del 2012 sarà solo del 20%. In tutti i paesi asiatici sembra ci sia una corsa irresistibile a costruire la tower più alta: non si tratta esclusivamente di un problema di ego, ma anche economico e di densità. Ovviamente sullo stesso appezzamento di terra questi grattacieli possono ospitare un maggior numero di appartamenti e/o uffici, per non parlare dei servizi, compresi fermate della metropolitana, parcheggi e shopping centers. La concentrazione di tutte le attività in un unico spazio-edificio è da alcuni proposta come la soluzione alla scelta, oggi considerata fallimentare, della zonizzazione urbana tipica dell’America degli Anni Sessanta-Settanta-Ottanta, dove si teorizzò prima e costruì poi secondo la severa divisione delle funzioni, cioè aree di solo uffici, di solo shopping, solo residenziali (queste a loro volta divise in base allo stesso livello economico, affinché il mercato immobiliare non avesse deprezzamenti), etc etc, il tutto servito da ampie strade e altrettanto ampi parcheggi. A parte il problema della zonizzazione urbana americana, davvero in queste città piene di grattacieli si vive meglio?? Sicuramente Hong Kong per la popolazione e lo spazio in cui questa è concentrata, è un posto servito in modo estremamente efficiente e moderno.

Abbiamo cercato di visitarla in modo da avere un’idea eterogenea della città, dalla Hollywood Road delle gallerie d’arte alla Tung Choi Street con le bancarelle più scadenti, dal mercato dei fiori e degli uccelli ai grandi e luccicanti shopping centers, dal famoso peak raggiunto con una corsa di un’ora su un autobus di linea e tornati giù in picchiata con il tram, abbiamo camminato per le strade sopraelevate e non, preso il tram a due piani, visitato l’isola dei pescatori Cheung Chau con il traghetto e il monastero di Po Lin con la metropolitana, i parchi cittadini e i ristoranti di moda, osservato l’infilata di grattacieli di Hong Kong Island da tutte le angolazioni e a tutte le ore del giorno e della notte, insomma ce l’abbiamo messa tutta per comprendere il fascino che questo luogo esercita su tante persone, ma onestamente io non sono andata via con il rimpianto di lasciare un luogo in cui ho amato stare e vorrei disperatamente tornare!


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Ultimo giorno a Hanoi, ultimo giorno in Vietnam.

Oggi è il mio ultimo giorno in Vietnam, stasera ho l’aereo per Hong Kong dove incontrerò Roberto. Sono un po’ triste di lasciare Hanoi perché so che una parte del viaggio si conclude qui e devo rimandare a una prossima volta tutte le cose che avrei desiderato fare, come per esempio visitare estensivamente il nord del paese. Oggi saluto i sapori, gli odori, i volti, i rumori (l’indimenticabile cantilena: madame motorbike?!), i colori di questi due paesi dove mi sono sentita sempre sicura e a mio agio viaggiando da sola, e ovviamente ho un sentimento di estrema gratitudine. Ho deciso che oggi sarà una giornata leggera, in omaggio a questo sentimento così dolce che provo. La mattina mi avvio verso il nord di Hanoi e visito il Quán Thánh Temple, uno dei luoghi più pacifici che ho incontrato in questa frenetica città. Il tempio, fondato nell’XI secolo, conserva una grande statua in bronzo fusa intorno al 1677, alta ca.4 metri e pesante 4 tonnellate, e raffigura un genio seduto intento a compiere una magia. E io sento proprio un’atmosfera incantata entrando nella sala che lo conserva! Ecco che le solite offerte di cibo e bevande mi riportano con i piedi sulla terra, questa volta è una lattina di heineken a farmi sorridere, appoggiata un po’ brilla accanto alla più tradizionale frutta.Il tempio è posto proprio all’estremità della strada che costeggia i due laghi a nord della città. A sinistra il West Lake, che si estende a perdita d’occhio, a destra il piccolo Trúc Bạch Lake. Non resisto ad andare a fotografare i pedalò a forma di cigno: credo che durante il fine settimana entrambi i laghi siano animati da tutti questi volatili in vetro-resina che oggi sonnecchiano all’attracco. Procedo per Than Niêm dove un’infilata di pescatori mi accompagna fino alla Trấn Quốc Pagoda, ancora in costruzione. Attraverso la strada e mi fermo a mangiare sul ristorante che affaccia sul Trúc Bạch Lake. Da questa prospettiva mi accorgo che gli edifici che affacciano sull’acqua offrono delle immagini riflesse che mi fanno presto sentire una novella pittrice impressionista cresciuta all’ombra del Costruttivismo Russo…un mix incredibile!

Riparto per le mie esplorazioni finali e vado all’orto botanico, anche questo poco distante. Quando arrivo trovo una luce morbida riverberata dai bacini d’acqua sulle anime che si sono raccolte qui, chi per amoreggiare, tanti per fare ginnastica, chi per fare le fotografie, insomma il repertorio consueto. Sono davvero grata di poter far parte di questa comunità ancora per qualche ora!

Finito il mio giro all’orto botanico, prendo un taxi, ho giusto il tempo rimanente per tornare nell’old quarter e andare a vedere lo spettacolo di marionette nell’acqua. Si tratta di una tradizione antica in cui i manovratori di marionette (poveracci!) muovono i loro pupazzi stando con le gambe a bagno in un bacino d’acqua. Solitamente devo ammettere che mi annoio a morte a questi spettacoli tradizionali, hanno un che di troppo turistico, ma questo davvero mi piace nonostante le mie titubanze e mi ritrovo a sorridere per il modo ironico con cui sono rappresentate le storie tradizionali. Musica rigorosamente dal vivo che a tratti stura i timpani. E’ davvero finito il mio tempo qui, giusto il tempo di prendere un altro taxi, andare velocemente in albergo a prendere la valigia e via all’aeroporto. Bye Bye Vietnam, davvero grazie!

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Halong Bay

Halong Bay dista solo tre ore di macchina da Hanoi e è davvero un luogo che merita di essere visitato. Poiché la baia si esplora principalmente sulle junk boats, le imbarcazioni tradizionali cinesi in giunco, ho prenotato tutto dal mio albergo a Hanoi, sia il trasporto fin qui che la crociera. Arrivando al porto di Halong City si ha l’impressione che la pace sia completamente compromesso dal numero di barche e dalla frenesia che con cui i tour operators dirigono i turisti verso i pontili, come fossero gli animali di un gregge. Sulla sommità delle imbarcazioni è possibile leggere il nome delle barche e scopro anche il numero di stelle che corrisponde alla categoria di questi hotel galleggianti. Non bisogna credere ai depliants che mostrano queste affascinanti imbarcazioni navigare con le vele spiegate nella baia: credo che le abbiano aperte solo quando hanno fatto le fotografie! Ma comunque con mia grande sorpresa la mia barca, Oriental Sails, è molto pulita e il personale è super accogliente. I ragazzi dell’equipaggio, che sembrano davvero entusiasti, lavorano per 26 giorni consecutivi e poi fermano la barca per quattro giorni, quando riposano e vanno a trovare le famiglie. Quasi tutte le imbarcazioni offrono lo stesso tipo di servizio e giro della baia. Il primo pomeriggio visitiamo la Sung Sot Cave, una grande grotta piena di stalattiti e stalagmiti. Poi sostiamo nella baia circostante e diciamo che non siamo proprio gli unici a essere venuti qui! Chi vuole può fare un giro con il kayak. Su questa barca si mangia tantissimo e i cuochi sembrano appassionati a creare delle decorazioni estrose e sorprendenti con le verdure. La maggior parte dei passeggeri resta sulla mia barca una notte e due giorni, mentre io ho scelto di restare due notti. Così la mattina dopo, solo in tre partiamo con una barca più piccola e ci avventuriamo nell’estremità sud di Halong Bay dopo passiamo tuta la giornata nella pace divina di questo luogo. A dispetto della rada dove abbiamo dormito la notte scorsa, affollata di altre imbarcazioni, qui arrivano solo pochi turisti, saremo al massimo tre barche con 10 persone in totale, e quindi possiamo davvero goderci il silenzio, le acque turchesi e calde per fare il bagno, i colori delle rocce calcaree ricoperte di vegetazione e il giro in kayak di 2 ore per cui alla fine stramazzo e mi addormento su una spiaggetta. Disseminate intorno a queste grandi rocce ci sono le abitazioni galleggianti degli allevatori di pesce, che abitano in queste piccole casette intorno alle quali hanno costruito dei piccoli recinti nell’acqua dove crescono i pesci o immergono delle ceste con svariate specie di molluschi. Il ragazzo che guida la nostra barca mi racconta che anche lui vive in uno di questi paesi e mi spiega che una volta al giorno passa, casa per casa, una barca-negozio dove si possono acquistare i beni di prima necessità, così come l’acqua che gli viene portata da un’altra apposita imbarcazione. Dopo tutta una giornata di vero relax torniamo alla baia della grotta e risaliamo sulla junk boat per dormire, e qui ci aspettano i nuovi arrivati del giorno. Il terzo e ultimo partiamo per rientrare a ora di pranzo a Halong City e navigando visitiamo un villaggio di pescatori molto più “attrezzato” rispetto alle casette sparpagliate di ieri, qui c’è anche il distributore e una banca galleggiante! La crociera sta per concludersi, la barca si dirige verso il porto affollato dove siamo arrivati due giorni fa: è ora di sbarcare e tornare a Hanoi.

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Hanoi_Il culto di Ho Chi Minh e altri culti.

Non si può venire a Hanoi senza visitare il mausoleo e museo dedicati a Ho Chi Minh. Soprattutto perché anche se qualcuno non sapesse chi era, girando per il Vietnam sono talmente tante le sue riproduzioni, minimo una gigantografia davanti all’ingresso di ogni scuola, che anche il più svampito non potrebbe finire dopo qualche tempo per domandarsi chi era quell’omino minuto e elegante che campeggia a ogni angolo del paese. Ho Chi Minh è stato forse l’unico leader rivoluzionario marxista-leninista veramente degno di governare un paese, uno che pensava e agiva coerentemente con quanto diceva e oltretutto con grande acume e realismo politico e profonda umanità. La venerazione che gli tributano i vietnamiti non è una forma di sudditanza culturale, penso che tutti appena conoscono un po’ più approfonditamente la sua biografia finiscono per riconoscerne la statura morale e politica – To reap a return in 10 years, plant trees. To reap a return in 100, cultivate people (1969). Il suo mausoleo è un luogo serio e maestoso. Quello che ti aspetta andando a visitarlo è un terribile mix tra i controlli di sicurezza di Heathrow e il rispetto cerimoniale di quando incontri il Papa, con in più una forte irreggimentazione comunista, che si traduce in niente vestiti inappropriati, camminare al ritmo da loro stabilito, assolutamente non fermarsi davanti alla teca di vetro ma neanche andare troppo veloci (e che palle!), non parlare per carità, non fare rumori, e neanche tenere le braccia conserte anche se lì dentro fa un freddo boia… che mettessero allora il tapis rulant come ha fatto la Regina davanti ai suoi gioielli! Tutto questo per il corpo di un uomo imbalsamato che aveva espressamente scritto nel suo testamento di voler essere cremato e che non voleva che la sua tomba occupasse la terra destinata alle coltivazioni del suo popolo! Naturalmente mi indispettisco nel giro di dieci secondi, ma quando finalmente accedo alla camera gelata e vedo la teca con il piccolo grande uomo steso, mi coglie una improvvisa tenerezza per questo popolo e il suo amore per Ho Chi Minh. La visita continua alla dimora tradizionale e molto semplice che Uncle Ho si fece costruire nel recinto presidenziale: il palazzo usato fin allora dal governatore francese era troppo lussuoso per lui. E poi il museo, anche questo un enorme e imponente edificio che davvero contrasta con la sua vita contraria alla pomposità del potere. Qui è raccontata la storia politica del leader con una raccolta cronologica tra cui un archivio fotografico davvero interessante e una serie di reperti tra cui mi colpiscono i suoi sandali e i suoi vestiti, consumati sui polsi e sui colletti! E’ pieno di visitatori, non solo turisti stranieri, ma moltissimi vietnamiti e classi scolastiche di tutte le età.

Proprio vicino alla residenza presidenziale vi è un altro luogo di culto davvero importante per gli abitanti di Hanoi. Il cosiddetto Tempio della Letteratura è racchiuso in un recinto in cui si susseguono cortili verdi che ospitano quella che è considerata la prima università vietnamita, un centro di studi fondato nel 1076 e dedicato a Confucio. Qui si coltivava l’istruzione dei futuri mandarini, con cicli di studi da 3 a 7 anni alla fine dei quali si teneva l’esame Dình, cioè reale poiché era il re stesso a porre le domande e decidere le votazioni. Entrando nei cortili mi incuriosisce vedere che ci sono gruppi di ragazze vestite eleganti che posano per farsi le foto. Scopro che sono studentesse universitarie e che questo sarà l’ultimo anno in cui seguono le lezioni all’università poiché parte degli studi consiste in stages dislocati presso sedi e aziende. Questo è il momento che considerano ideale per farsi le foto insieme prima di separarsi, innanzitutto perché il clima è perfetto per fare le foto e non morire di caldo, e poi perché a fine gennaio saranno tutti concentrati nell’esame finale per completare questa prima parte degli studi. Sono deliziose, allegre e rumorose e ovviamente finiscono per chiedermi di farmi le foto con loro. Quando arrivo al vero e proprio tempio, che è davvero una profusione di pigmento rosso laccato steso su tutte le superfici disponibili, incontro un altro gruppo di studenti, questi dichiaratamente tali perché indossano delle toghe anche queste rosse! Quando hanno terminato di pregare, fare offerte e fotografarsi mi impiccio e scopro che hanno terminato un PHd in storia dell’arte e sono venuti a ringraziare Confucio per il bon esito dell’esame finale, che bravi!

Mi rimetto in cammino, diretta verso un altro museo. Camminando per una delle strade trafficate della zona mi accorgo che c’è uno strano assembramento di persone davanti a me. Un uomo purtroppo è appena morto in un incidente stradale con il suo motorino e giace a terra sul marciapiede, coperto con un telo. Quello che succede è che tantissime persone che passano per la strada, dove il traffico è piuttosto congestionato, fermano il proprio motorino e scendono a deporre dei soldi sul corpo del defunto. La scena è piuttosto toccante naturalmente, soprattutto perché percepisco che in questi gesti si cela una premura tutta spirituale: infatti scopro che offrendo del denaro si scongiura la presenza di spiriti negativi intorno all’anima del morto, proprio per la repentinità con cui è accaduto l’incidente. Nella tragicità della morte, è bello osservare il gesto degli sconosciuti che, passando, si arrestano a compiere questo atto di compassione. Arrivo al Museo di Storia che è molto interessante e qui mi colpisce una teca con un bacino di monete del III secolo rintracciate in un contesto funerario. Ecco come la tradizione dell’offerta di denaro si è tramandata e trasformata nel contesto contemporaneo.

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Hanoi_Dông Xuân Market

Stamattina esco per andare a completare il mio giro di fotografie della gente di Hanoi. Sono diretta al Dông Xuân Market, il mercato coperto vero e proprio, anche se tutte le strade dell’Old Quarter non posso che definirle se non un gigantesco mercato cittadino. Per arrivare percorro Phùng Hưng, una strada dove, addossata alle sostruzioni della ferrovia che corre parallela, vi è un’infilata di bancarelle e negozi di cibo. Qualche giorno fa, viaggiando su un pullman, abbiamo superato un motorino che trasportava alcune gabbie con tanti cani di taglia media. Non riuscivano quasi a muoversi tanto erano stipati. Sapevo che in Vietnam la carne di cane è considerata una prelibatezza. Vedere i cani nelle gabbie è stato davvero toccante. Adesso trovarmeli inaspettatamente davanti, arrostiti su un tavolo del mercato, è semplicemente scioccante… Cerco di non giudicare il consumo di questa carne. Altrimenti mi basterebbe ricordare le mucche che siedono placidamente in mezzo al traffico estenuante delle città indiane e alla loro venerazione (Nandy nel pantheon induista) e paragonare questa con la nostra parallela adorazione della bistecca chianina! Però certo trovarsela davanti mi fa davvero un effetto perturbante. Cerco di superare la rivolta dello stomaco e fare comunque delle fotografie. La carne di cane è bandita in alcuni paesi asiatici come la Thailandia, le Filippine, Hong Kong e Taiwan, mentre il suo consumo è diffuso in Vietnam, Laos, Cambogia e Cina. Le associazioni animaliste combattono per estendere il bando a  tutti i paesi, ma obiettivamente non si capisce perché si dovrebbe bandire la carne del cane e non quella dei polli o dei maiali! In ogni caso la recente diffusione di malattie come il colera e la rabbia attraverso il consumo di questa carne, ha acceso per lo meno il dibattito sulla regolamentazione dell’allevamento di questi animali. A titolo di informazione la carne di cane si chiama in Thḷt Chó e ogni volta che si trova un ristorante con questo nome fuori si puà scappare a gambe levate. Il mio ribrezzo deve essere piuttosto evidente perché ho la sensazione che di tutta risposta la signora del banco sia un filino sprezzante con me. Mi chiede dei soldi per fare le foto, non esito a darglieli per rendere la pratica il più veloce possibile. Onestamente mi costa meno fatica fotografare i banchi colorati di frutta e banane! Percorrendo tutta questa strada arrivo al vero e proprio mercato coperto, Dông Xuân Market. Qui le botteghe sono ancora più affastellate una all’altra e in certi punti il passaggio è così stretto che stento a camminare con il mio zaino. L’edificio è su tre piani e al suo centro si apre una zona libera dal commercio dove vi trovo tante persone tutte prese a riempire e svuotare di mercanzie dei grandi sacchi. Cammino per il mercato e mi accorgo che in ogni spazio non occupato dalle bancarelle ci sono uomini e donne impegnati a trasportare, vuotare e riempire di merce questi grandi sacchi. Che poi non sono altro che i grandi sacchi che fuori ho visto trasportare, o meglio, tentare di trasportare, sui motorini. Anche qui dentro mi ritorna il dubbio amletico che mi ha assalito spesso in questo viaggio: ma tutta questa roba a chi serve? chi la comprerà? A parte le persone che freneticamente svuotano e riempiono i sacchi, mi sembra che non ci sia un gran movimento di affari. Rifletto. Certo è ovvio che il prodotto interno lordo cinese ha un ritmo di crescita costante che fa invidia alle nostre economie asfittiche e soffocate dalla morsa della recessione, ma se questo significa invadere il mondo di oggetti destinati a impolverarsi sugli scaffali dei mercati del mondo, credo che presto soccomberemo sotto la mole di merci inutili, così come vedo i vietnamiti scomparire sotto la mole di questi grandi sacchi. Esco di nuovo all’aperto, cammino in Nguyễn Thiện Thuật e Cầu Đȏng dove trovo ancora altri negozi più o meno improvvisati di cibo, verdure e spezie. Decisamente preferisco questi soggetti, anche perché qui l’elemento olfattivo produce un’esperienza 3D. Mentre cammino, davanti ai miei piedi trovo questa bella cesta poggiata a terra. La sua semplicità mi lascia esterrefatta: un foglio di giornale, un po’ d’acqua e dei pesci ancora vivi che ci “sguazzano” dentro.

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People of Hanoi

Ho deciso di dedicare il mio primo post su Hanoi con una collezione di fotografie dedicate alla gente di qui. Questa città che conta 6 milioni e mezzo di abitanti e 3 milioni e 200 mila motorini, è davvero la quintessenza di tutto quello che ho visto in Vietnam in un contesto estremamente affascinante. La vitalità che percorre le sue strade, insieme alle abitudini dei vietnamiti, la rendono per me così attraente che ho una voglia irresistibile di camminare a qualsiasi ora del giorno e della sera, per cercare di catturare con le foto questa varietà, che percepisco avere un carattere profondamente uniforme, seppur declinata in tante voci diverse. Il centro di Hanoi si compone fondamentalmente di una parte antica dove ci sono le attività commerciali tradizionali chiamata old quarter, una parte francese dove ci sono edifici più eleganti e i negozi di lusso, come si trovano ormai in qualsiasi capitale, e la zona delle sedi istituzionali. E un lago, più un lago, più un altro lago e un altro ancora. Gli edifici che affacciano sulla strada sono principalmente a due piani, e derivando dall’architettura tradizionale vietnamita, si sviluppano in profondità per molti metri, necessitando spesso dell’apertura di cortili interni per far accedere la luce alle stanze sul retro. Camminando si intravedono tra gli edifici dei passaggi stretti e spesso bui, che la mente occidentale associa facilmente al degrado o al pericolo, mentre sono semplicemente dei passaggi che conducono alle abitazioni più interne, a volte arrivano fino alla strada parallela, e non hanno proprio niente di losco! Sul fronte di questi edifici si aprono le botteghe delle attività commerciali e dei laboratori. Un’infinità di negozi di tutti i generi e stile, un’infinità di persone intente a svolgere il proprio lavoro, che a volte consiste soltanto nell’aspettare con una calma olimpica l’arrivo del prossimo cliente. La gente qui, come già ho notato in altri posti, compie tutto quello che ha da fare preferibilmente per strada, sicuramente perché le botteghe e i negozi sono spesso troppo piccoli, ma credo che la ragione principale sia che la vera vita si svolge per la strada e tutti sono e si sentono parte attiva di questa “comunità stradale”. Cammino, osservo, e fotografo, non voglio fare altro! A volte i commercianti sono talmente sopraffatti dagli oggetti che stento a rintracciarli tra la merce. Ci sono delle strade monotematiche, come quella dove si preparano solo lapidi e piccole urne di marmo, o quella con un’infilata di negozi di migliaia di scarpe. E c’è la strada con bellissime lanterne di carta rosse e gli articoli di cartoleria, molti dei quali, con mio grande stupore, sono dediti alla vendita di decorazioni natalizie! Incuriosita chiedo a una ragazza se la comunità cristiana di Hanoi è così numerosa da giustificare tanta profusione di alberi di natale. Lei mi guarda attonita e mi risponde: “ma come? è Santa Claus!” Questa verità tanto semplice quanto obiettiva colpisce repentinamente i miei neuroni e mi ammutolisce per un secondo. Poi comprendo e sorrido. Potesse un giorno rispondere così anche il Papa a chi gli dona quel bel abete che è cresciuto in montagna e improvvisamente si trova strappato alla sua terra per finire davanti a un obelisco in mezzo a una piazza del Seicento a ricordare ai cattolici romani e di tutto il mondo che si deve festeggiare il Santo Natale. Ognuno ha le sue manifestazioni da venerare. Io ho appena assistito all’epifania della Santa Ragione e per questo sorrido!

Più giro e più mi rendo conto che tutti qui si siedono su delle seggiolone di plastica molto molto basse. E’ vero che loro sono di statura più piccola degli occidentali, comunque le seggiolone noi le offriremmo soltanto al posteriore dei bambini. E ci sono moltissimi posti, tirati su con niente, in cui arriva una donna con un pentolone bollente e allestisce in un angoletto disponibile una mensa dove il passante si ferma a mangiare: una pentola, un po’ di cibo, un fornello portatile, un tavolo di plastica e qualche seggiolina. Anche nei negozi e nelle botteghe tutti sono seduti su queste seggioline. Poi ci sono i bar con le seggioline, io li chiamo i bar dei nani. Non tutti i bar dei nani sono uguali, c’è il bar dei nani dei giovani dove si mangiano montagne di bruscolini e si beve la birra locale, i bar dei nani degli uomini dove si beve birra e mangiano arachidi, e i ristoranti dei nani dove ovviamente si consuma del cibo. Comunque la seggiolina è il must. Poi quando è finita l’ora di servire i pasti le donne, accovacciate per terra, lavano i piatti: tutto per strada naturalmente.

A tutte le ore è possibile assistere a scene divertenti, perché con i motorini i vietnamiti trasportano tutto. E sembra che abbiano sempre qualcosa d trasportare da un posto a l’altro perché basta fermarsi a osservare e si vedono passare queste anime sopraffatte dalla merce che strabocca da tutte le parti e sotto, da qualche parte, si intuisce esserci un motorino. Anche le biciclette naturalmente possono servire al trasporto delle merci. Ne incrocio una che mi rammenta l’uomo che trasportava i polli in campagna: ecco che fine hanno fatto tutti quei polletti!

Alle 5.30 circa è l’ora di punta. Il traffico dei motorini aumenta improvvisamente e di conseguenza anche il rumore diventa frastuono. Compaiono delle donne che vendono baguettes agli angoli delle strade. I motorini, tornando a casa, si fermano a comprarne.Verso le 6.30 è già buio. I negozi si accendono di luci artificiali e basta stare su un marciapiede per osservare dei quadretti di vita domestica incorniciati dagli stipiti dei negozi, senza tra l’altro violarne l’intimità. Poiché molti commercianti abitano nelle case retrostanti i propri negozi, la maggior parte non deve tornare a casa per cenare. E cenando prima dell’orario di chiusura, semplicemente la famiglia si raduna a mangiare proprio lì, nei negozi. Così è arrivata anche per me l’ora di cena e di poggiare la macchina fotografica.


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Hue

Day1

Sono arrivata a Hue con un pullman da Hoi An. Ho pagato 2 dollari per 3 ore di viaggio. Tutti i turisti che salgono, di primo acchito, fanno la stessa espressione interrogativa: è un pullman con tutti sedili reclinabili su due livelli, un’antesignana versione della business class per i bus. Peccato che solo dopo delle ragazze mi hanno detto che questo tratto è più suggestivo farlo in treno perché si attraversano le montagne e si viaggia a picco sullo strapiombo..forse meglio così. Arrivo a Hue all’ora di pranzo. Non sapevo che qui è quasi sempre brutto tempo perché alle spalle della cittadina ci sono delle montagne che arrestano le nuvole cariche di umidità che arrivano dal mare. Mi sistemo in hotel, bevo un tè al ginseng e prendo una bicicletta. Non ho calcolato che Hue non è un paesello come Hoi An ma una città e mi ritrovo quindi a pedalare tra un mare di motorini e motorette. Pas mal. Oggi pomeriggio voglio visitare subito la città imperiale, anche questa designata World Heritge Site nel 1993. L’enorme fortezza comprende tre recinti concentrici che demarcano la parte civica, quella imperiale e la città proibita ed è stata costruita all’inizio dell’Ottocento dall’imperatore Gia Long, secondo un’equilibrata fusione tra i principi costruttivi della divinazione cinese e quelli militari francesi…che miscuglio!

Durante la Guerra Indocinese ha subito pesanti danneggiamenti e oggi è sottoposta a ampi restauri. Per questo camminare in questo enorme complesso è piuttosto stupefacente perché accanto a edifici completamente in rovina si incontrano intonaci luccicanti e perfette laccature e comprendo che qui il concetto restauro è chiaramente inteso come ricostruzione. Non oppongo dubbi teorici all’intervento perché onestamente di storia dell’architettura vietnamita non ne so molto e comunque il risultato è piuttosto gradevole! Cammino tutto il pomeriggio tra un palazzo di un re e quello di una regina, padiglioni, pagode, templi dedicati a questo o quel sovrano, e gigantesche urne funerarie. E’ la quintessenza della esaltazione dinastica. Ognuno qui ha il suo palazzo, con grandi sale per ricevere i visitatori secondo la rigida etichetta dell’epoca, aperte su cortili pieni di meravigliosi bonsai. Ed è un continuo attraversare eleganti porte per accedere a questi edifici, decorate con intonaci colorati e pezzi di ceramiche bianche e blu assemblati a riprodurre gli animali mitologici della tradizione orientale o composizioni di sinogrammi che vorranno sicuramente dire qualcosa a favore dell’occupante. Dopo aver completato il giro mi ritrovo di fronte al grande Cot Co, la torre che sorregge la bandiera all’ingresso della cittadella. Finisco di fare le foto. Sono le 5.30 pm,  inizia il crepuscolo. Sotto alla bandiera si raccolgono i ragazzi a giocare a pallone. Io prendo la bicicletta, è l’ora di punta. Devo attraversare il grande ponte che sorpassa il Perfume River per andare in albergo. Questa è la vera prova che sono diventata una ciclista vietnamita.

Day 2

Oggi piove tanto. Rimango in albergo tutta la mattina, non mi voglio bagnare. Esco il pomeriggio, ma senza macchina fotografica e visito il Museo di Antichità Imperiali, nella residenza dell’Imperatore Khai DInh, un re appassionato di architettura francese. E infatti sembra piuttosto la declinazione orientale di un elegante hôtel particulier parigino, rispetto alle dimore di chiara derivazione cinese che sono nella Città Imperiale. Non c’è nulla di interessante a livello museale, ma il posto è geniale. Prendo un taxi e mi avvio a visitare qualche pagoda fuori dai percorsi più turistici. Dopo la prima, mi avvio a piedi e in pochi minuti mi perdo. Ancora non me ne faccio una ragione di come mi perdo tanto facilmente. Comunque camminare per queste strade mi piace molto perché osservo con piacere le attività dei vietnamiti che hanno un gran da fare a cucinare, mangiare, parlare, vendere, lavorare, accudire alla casa e al negozio, e siccome fanno tutto a bordo strada non è difficile osservarli, veramente basta camminare. Se gestissi un’agenzia turistica inserirei sicuramente un pomeriggio tra  queste strade nei posti da visitare a Hue, perché ho il dubbio che altrimenti si possa andare via con un’idea limitata del posto e non si colga come attorno ai siti meravigliosi, pullula tutta una vita parallela. E’ buio, è ora di tornare. Chiedo delle indicazioni a una signora. Riprendo un taxi e torno nelle zone dei musi occidentali.

Day 3

Stamattina Duy, che gestisce l’albergo dove sto e che passa tutta la sua giornata davanti a uno schermo gigante collegato a un bizzarro driver esterno sostenuto da una statuetta femminile, mi organizza la visita alle tombe reali con un suo amico in moto. Questo si presenta con una yamaha e sono proprio contenta della scelta. Come prima tappa visito la Tu Hieu Pagoda, un posto immerso in un bosco di pini indimenticabile per la pace antica che promana. Poi ci avviamo per la campagna intorno a Hue dove sono state costruite le tombe dagli stessi imperatori che hanno abitato la Città Imperiale. Queste sono dei veri e propri palazzi reali ricreati per assicurarsi lo stesso tenore di vita nell’al di là, e a volte anche prima della morte, come quella di Tu Duc preferita dall’imperatore come dimora mentre era ancora in vita. Sono immerse in boschi di pini e circondate da moltissimi alberi di frangipane, che in questa stagione stanno germogliando con le prime gemme: lo sfondo verde filtrato dalla fitta trama dei rami grigi è un effetto naturale che aggiunge alle costruzioni delle tombe ancora più suggestione. Sulla via della prossima tappa il mio autista si ferma in un negozio di incensi dove una giovane vietnamita mostra come si producono i profumati bastoncini. Per me che sono una consumatrice accanita di incenso è finalmente un mistero svelato! Con l’agilità della mano esperta, avvolge il bastoncino di legno su una pasta di legno macinato, mescolato con le essenze per esempio della cannella. Da quanto comprendo l’acqua credo sia il legante. Alla tomba di Minh Mang, circondata da un ampio lago, incontro delle farfalle giganti e siccome non c’è nessun altro visitatore, il custode si diverte con me a inseguirle per fargli le foto. L’ultima tomba che visito è quella di Khai Dinh dislocata sul pendio di una collina. Il mio autista ovviamente si guarda bene dal salire le irte scale, che conducono a un cortile intermedio dove sono rappresentati in pietra i dignitari di corte, così come accadeva nella realtà al tempo dei ricevimenti imperiali. Alla sommità della collina si entra in una grande costruzione, la tomba vera e propria, conservata in una sala completamente ricoperta di decorazioni che il pannello descrittivo definisce eufemisticamente “eccentriche”, io le chiamerei semplicemente kitsch. Il nostro giro finisce dall’altra parte del placido Perfume River, alla Thien Mu Pagoda dove assisto al rito serale dei monaci, tutti molto giovani, alcuni dei bambini, che hanno i capelli completamente rasati eccetto per un ciuffo lungo sulla fronte. E’ l’ora del tramonto, questa luce morbida si adatta perfettamente al carattere di queste anime misteriose che vivono nel monastero buddista. Finito il rito si ritirano tutte nella porta posteriore del tempio. Anche per me è ora di ritirarmi.

Tu Hieu Pagoda

Tu Hieu Pagoda

Tu Duc Tomb

Tu Duc Tomb

Tu Duc Tomb

Tu Duc Tomb

Tu Duc Tomb

Minh Mang Tomb

Minh Mang Tomb

Minh Mang Tomb

Khai Dinh Tomb

Khai Dinh Tomb

Khai Dinh Tomb

Khai Dinh Tomb

Khai Dinh Tomb

Khai Dinh Tomb

Thien Mu Pagoda

Thien Mu Pagoda

Thien Mu Pagoda

Thien Mu Pagoda

Perfume River


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My Son

My Son è un sito che dista circa quarantacinque chilometri da Hoi An. Io una mattina mi sono svegliata presto e mi sono fatta accompagnare da una macchina. My Son è stato dichiarato patrimonio dell’Unesco nel 1999 perché è uno dei siti archeologici più antichi del Vietnam, rappresentativo della cultura Cham e in uso tra il IV secolo al XIV. Il sito era per lo più un luogo religioso, una distesa di circa 70 templi e tombe, oltre a numerose importantissime steli con iscrizioni sia in lingua Sanscrita che Cham. Dopo aver sopravvissuto alle conquiste di popolazioni aggressive e all’abbandono per vari secoli, un patrimonio davvero unico è stato tristemente raso quasi tutto al suolo in una sola settimana da un B52 americano che ha bombardato la regione senza tregua. Era l’agosto del 1969. Mi rammento i Buddha di Bamiyan che, datati al VI secolo, sono stati distrutti dalla mano dinamitarda dei talebani trent’anni dopo questi ordigni americani caduti dal cielo. Secoli per costruire, attimi per distruggerne la memoria. Posso definitivamente concludere che i tempi umani tendono ad accorciarsi drasticamente. Ancora oggi percorrendo il sito si possono vedere i crateri lasciati dalle esplosioni di queste odiose bombe. La magnifica costruzione catalogata con la sigla A1, così come era stata scoperta da un francese alla fine dell’Ottocento, probabilmente il più ricco e raffinato edificio del complesso, è ridotta oggi a un cumulo di resti ricoperti dalla vegetazione.

edificio A1

bombetta

Gli edifici che si sono salvati sono per lo più quelli del X secolo, circa lo stesso periodo di Angkor in Cambogia. Tra questi spicca il kosagrha, una costruzione coperta con un tetto a forma di sella e che era destinata a conservare i tesori del culto divino. Il complesso sacro era dedicato al culto di Shiva perché i sovrani Champa erano induisti. Ci sono ancora oggi vari altari con i Lingam, caratteristici di questo culto. Anche nel piccolo museo annesso al sito sono conservate alcune sculture piuttosto raffinate, tra cui un piccolo Lingam che mentre lo osservo per fotografarlo mi fa fare tutta un altro tipo di riflessione. I Lingam sono la raffigurazione del fallo maschile che poggia su una lastra generalmente di pietra su cui è inciso un solco, lo Yoni, che sintetizza ovviamente la vagina, e su cui scorreva acqua, rappresentando in modo magistralmente sintetico il potere creativo dell’unione dell’elemento femminile e maschile. I templi indiani, essendo l’India un paese principalmente induista, sono pieni di queste sculture. Ma soltanto qui, nel segno di in una linea che traduce l’elemento fisico del fallo maschile nella pietra, mi rendo improvvisamente conto di quale totale e ostinata negazione del carattere puramente creativo della sessualità umana, si celi nella storia di un falegname che non ha mai avuto rapporti sessuali con sua moglie! Noi non solo non cresciamo in mezzo alle raffigurazioni di Lingam e Yoni, come mi sembrerebbe naturale, ma siamo instillati fin da piccoli dall’idea che la donna e l’uomo più giusti tra i giusti, lo siano stati proprio grazie al fatto di aver negato i loro Yoni e i loro Lingam… evidentemente basta poco poco nella vita per cambiare molto!

Lingam

Meglio tornare ai pensieri archeologici: la curiosità costruttiva di questo luogo è che gli edifici erano tutti costruiti in mattoni con poche e limitate decorazioni in pietra. Anche la maggior parte delle sculture decorative sono state realizzate in mattoni e tutt’oggi non si sa se questi decorazioni aggettanti siano state realizzate direttamente sulla struttura già realizzata o applicatevi successivamente. L’incognita maggiore resta comunque per gli archeologi la tecnica costruttiva degli edifici perché vi sono tracce estese di bruciature e non si sa se i mattoni fossero bruciati prima o dopo la messa in opera e per quale motivo.Il sito non è grande, ho anche un momento di gloria campanilistica perché vedo che l’Italia contribuisce agli studi. Dopo aver visitato il gruppo A decido di tornare indietro al gruppo B-C per fare altre foto. Senza saperlo la sorte mi è stata amica: arrivando presto al sito l’ho visitato con pochissima gente. Scopro infatti che i gruppi si fermano in un capanno all’ingresso per vedere uno spettacolo di danze tradizionali che finisce alle 10am. Ora che ritorno per fare le foto lo ritrovo invaso di decine e decine di persone evidentemente eccitate dalla musica appena finita e suonata sparata dagli altoparlanti. Mi sembra che tutti urlino, e comunque sono troppi e disordinati per fare delle belle foto. Scappo via e giungo a un altro gruppo di costruzioni piuttosto danneggiate, anche queste, ma con un loro fascino. Visito da sola gli ultimi edifici e mi affretto a raggiungere il mio autista per tornare indietro. Sulla via del ritorno faccio degli incontri che mi divertono: il chicken-man, ribattezzato da me perché ovviamente qui non ha un nome specifico, e che è semplicemente un tipo che trasporta un sacco di polli sul suo motorino. E una processione che sta andando al tempio con uomini mascherati per l’occasione e accompagnatori pronti con le loro offerte tra cui i famosi soldi finti.

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Hoi An

Da Ho CHi Minh City ho preso un aereo e sono venuta qualche giorno a Hoi An, sulla costa centrale del Vietnam. Questo luogo è stato un fiorente porto fino alla fine del XIX secolo lungo il fiume Thu Bon in cui si erano stabiliti sia commercianti cinesi secolo, sia giapponesi, che controllavano il traffico tra il sud est asiatico, l’India, la Cina e Il Giappone. Questo ha permesso alla cittadina di sviluppare una discreta ricchezza che si è riverberata ovviamente nell’architettura, che è un miscuglio tra la tradizione cinese, quella giapponese e la vietnamita. In un centro davvero non troppo esteso che si percorre a piedi tranquillamente, Hoi An è divisa in cinque quadranti ognuno rappresentato in antico da un clan con la propria pagoda. L’evento fortunato che dobbiamo ringraziare perché ci ha consegnato Hoi An preservata così com’era, è che il fiume Thu Bon dalla fine dell’Ottocento ha iniziato a insabbiarsi e oggi scorre placido e sereno, ma talmente basso che è soltanto accessibile a imbarcazioni con una chiglia bassa. Da Nang, una ventina di chilometri a nord sulla costa, ha sostituito man mano il ruolo di centro di scambi e oggi è diventata una moderna cittadina portuale, mentre Hoi An ha guadagnato l’ambito riconoscimento dell’Unesco di essere patrimonio dell’umanità. Restano testimoni della storia passata le case tradizionali in cui gli abitanti vantano ancor oggi di abitarle da molte generazioni. La struttura di queste abitazioni è quella tradizionale vietnamita, la cosiddetta tube houses, che malgrado la facciata piuttosto stretta, si sviluppa in profondità per molti metri con un susseguirsi di stanze e uno o due cortili interni, riservati alla vita privata degli abitanti. Alla struttura si sovrappongono elementi strutturali e decorativi sia cinesi, come i tetti, che giapponesi, come le travi di supporto. Ovviamente oggi la tutela del patrimonio impedisce di costruire e modificare gli edifici nel centro.

A queste si aggiungono una serie numerosa di Assembly Halls dove si riunivano le comunità dei quadranti e che insieme alle pagode sono tutte decorate con dipinti floreali, incisioni in legno, dragoni sui tetti e bonsai nei cortili, e sempre tanti incensi offerti alle statue delle divinità. Qui mi accorgo quanto è diffusa in Vietnam la venerazione degli antenati, che deriva dalla filosofia confuciana. Nella maggior parte di questi luoghi e anche nelle case trovo degli altari dedicati a questo culto, dove sono esposte delle tavolette di legno in cui sono scritte le vite degli antenati della famiglia, mentre per i morti più recenti si usano direttamente le foto che sono molto più dirette nell’evocare la memoria. In questi altari si offrono cibi come frutta e biscotti e bevande possibilmente alcoliche, che poi dopo un po’, non ho capito quanto, vengono consumate dai vivi. E tra le offerte molto comuni sono delle mazzette di soldi finti, più frequentemente dollari americani piuttosto che banconote vietnamite, perché si vede che nella loro percezione i dollari valgono di più!

A Hoi An la cosa più bella è che è vietato il traffico alle macchine nel centro e ci sono pochissimi motorini quindi il centro si può quasi definire un’area pedonale e questo mi rincuora dopo tutto il traffico che ho subito a Ho Chi Minh City.

Ho preso un albergo a metà strada tra il centro e la spiaggia perché c’è anche una bella spiaggia dove andare al mare e e finalmente mi avventuro ad andare in bicicletta perché vedo che qui il traffico ha un andamento incoraggiante, molto simile al nostro. Ho deciso che Hoi An sarà la tappa centrale del mio viaggio in Vietnam e che qui proprio mi voglio godere questo entrare e uscire dalle pagode e della case antiche, le lanterne colorate che la sera illuminano le strade insieme ai lampioni, lo scorrere lento del fiume, i tanti ristoranti sparpagliati nelle stradine del paese, il piccolo quartiere francese e soprattutto questo ritmo rilassato che davvero mi corrisponde!


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