di Daniel Baylis | foto di Julien Lebreton

Un uomo di montagna soccombe al fascino di Montréal, e poco dopo ci si trasferisce. Daniel Baylis è uno scrittore, viaggiatore e conversatore. Nel 2002 trascorre una settimana a Montréal,dove si trasferisce un anno dopo. Oggi si diverte a parlare con entusiasmo della città in un blog chiamato The Montréal Buzz.

Un’altra giornata di pioggia. Sono stati sette giorni di precipitazioni costanti, e il mio umore è plumbeo all’idea di trascorrere un’altra giornata fradicia piantando alberelli di abete nel terreno roccioso. È l’estate del 2002 e sto lavorando come piantatore di alberi nelle colline del Northern British Columbia per finanziare la mia superflua laurea in Composizione Musicale.

Lo stile di vita del piantatore di alberi è impegnativo, per usare un eufemismo, se si considera la sveglia alle cinque di mattina, le dormite sul materassino autogonfiabile (sgonfio), la costante inondazione di zanzare-vampiro e, forse la cosa più stancante, il necessario e perenne flusso di coscienza motivante che scorre nella mente: “Non mollare. Non mollare. Non mollare.”

Le serate diventano la parte meravigliosa delle mie giornate, passate per lo più a nascondermi nelle macchine ad ascoltare musica. In un’occasione degna di nota, il mio amico avventuroso Sam, la versione contemporanea e borghese di Jack Kerouac, all’improvviso spalanca la portiera del camion diesel e si fionda all’interno, nel tentativo di minimizzare l’esposizione alla pioggia ostinata.

“Dan”, sospira, “A fine contratto dovremmo fare un viaggio. Dovremmo andare a Montréal. Dicono che sia davvero hip e bohemienne, un po’ tipo l’Europa.” Uno degli “argomenti di vendita” di Sam per Montréal era l’apertura ai gay. “Dico davvero, Dan. C’è un intero villaggio gay”, mi dice nel camion. Ne rimango affascinato. Nonostante la stanchezza, probabilmente influenzato dagli effetti tranquillizzanti di una sostanza erbosa, accetto felicemente. Qualsiasi altro posto suona meglio di questo.

Sam si rivela essere piuttosto serio, e solo qualche giorno dopo il termine del contratto estivo da piantatori di alberi, mi chiama e mi annuncia che ha trovato dei biglietti economici per Montréal. Con il mio conto incicciottito da un assegno post-contratto e un bisogno crescente di avventura (e forse anche di una pista da ballo sudata), i nostri piani si evolvono presto da “conversazione assonnata sul camion” a “Oh mio dio, stiamo andando sul serio”.

Arriviamo a Montréal accompagnati dal buon umore. Inizialmente siamo un po’ intimiditi dalla nostra scarsa dimestichezza con la lingua francese, ma siamo eccitati dall’idea di essere in un’oasi urbana, a 4000 km dagli insetti e dagli orsi che ci hanno perseguitato durante l’estate. (E comunque viene fuori che quasi tutti parlano l’inglese fluentemente).

Saliamo su un pulmino diretto al centro della città. Sbatacchia sulle strade malmesse ricordandomi quelle famigliari e rustiche della Columbia. Ma sento che questa conduce verso qualcosa di entusiasmante, un posto dove potrebbe cadere la pioggia inumidendo la città con altro fascino.

Dopo aver fatto il check-in nel nostro ostello, Sam e io girovaghiamo per le strade. Iniziamo da St. Catherine West, dove ci troviamo circondati da segnali intermittenti al neon e dal trambusto creato dai cittadini che fanno shopping o saltano da un bar all’altro. Per cena optiamo per una pizzeria modesta, e poi continuiamo a vagare e a osservare le persone per capire cosa fare della nostra serata.

Ma è la seconda sera che ci offre l’avventura che desideravamo da morire. Dopo un’ambiziosa partecipazione ad un buffet indiano “mangi-finché-non-ti-senti-male”, decidiamo che è ora di affrontare il Gay Village. Dopo essere stato recluso nei boschi ed aver quindi indebolito la mia vita sociale, sono agitato. Ma la mia curiosità e il coraggio da vino annullano qualsiasi inquietudine. Facciamo segno ad un taxi.

Nella nostra ingenuità ci vergognamo entrambi di chiedere al tassista di portarci al Gay Village. Abbiamo paura di essere giudicati. Diamo quindi un’occhiata alla cartina e tiriamo ad indovinare su dove potrebbe essere il villaggio. “Ci porti alla fermata metro Frontenac”, chiediamo, sparando su una stazione che sembra essere proprio nel villaggio.

Una volta arrivati, usciamo dal taxi aspettando di vedere dozzine di drag queen ispirate a Celine Dion, ma non c’è nemmeno una bandiera arcobaleno che segnali l’arrivo al quartiere gay.

Colpo non riuscito.

Facciamo segno ad un altro taxi e, con la voce più blasé che riesco a tirare fuori, chiedo all’autista di portarci al villaggio gay. “Certo”, dice lui con un sorriso, “Quale discoteca cercate?”. Capiamo subito che la nostra ingenuità è da scemi di paese. Non solo ci regala un sorriso a trentadue denti, ma conosce perfettamente dove sono tutti i locali gay.

Alla fine scopriamo che avremmo potuto raggiungerlo facilmente dalla stazione metro Beaudry Village (tre stazioni prima di Frontenac, verso il centro). Dopo aver chiesto a qualche bel ragazzo quale locale potrebbe fare al caso nostro, optiamo per lo “Sky Bar”, che offre tre piani con musiche e ambienti diversi. Balliamo e beviamo e festeggiamo la nostra nuova felicità urbana. Ed io torno a casa con un pacchetto di cerini con su scritto il numero di un ragazzo carino.

Mi sento come se Montréal mi avesse (ri)trasmesso confidenza e rivelazione.

Il viaggio si trasforma in una settimana di piacevoli sorprese e trascorre velocemente ma senza fretta. Io e Sam beviamo del vino in deliziosi bistrot, osserviamo gli artisti di strada della vecchia Montréal, passeggiamo fino alla cima del Mount Royal, vediamo un film al Festival des Film du Monde e vaghiamo per la vivace fiera all’aperto lungo Ave Mont Royal. La città è sofisticata ma energica, sfacciata ma mai volgare.

Ci sono certe città che si visitano e che colpiscono per la loro bellezza, senza però solleticare l’idea di viverci. Ad esempio l’Havana e Brisbane sono fantastiche ma durante i miei viaggi non mi sono mai immaginato di stabilirmi lì. Durante questo di viaggio, invece, sento Montréal che mi chiama. Mi dice che ci sono persone ed esperienze che aspettano il mio arrivo.

Un anno dopo lascio la mia noiosa cittadina del Canada occidentale e mi trasferisco a Montréal. Decido di darmi un anno per vedere come va. In un attimo gli anni diventano sette, e la città di cui mi sono innamorato quando ero un ragazzo continua a sedurmi con i suoi abitanti pieni d’ardore, le sue culture diverse, la sua architettura affascinante.

E da qualche parte nel mio comodo appartamento a Plateau, in una scatola coperta di polvere, tengo ancora un pacchetto di cerini con un numero scarabocchiato sopra. È la prova preziosa di un invito, un richiamo che ho felicemente seguito.

Julien Lebreton_CANADA_Montreal_Palais de Congres_the_trip_magazine

Palais de Congès. Montréal (Canada)

Daniel Baylis is a writer, traveler and conversationalist. After his weeklong visit to Montréal in 2002, he permanently moved to the city a year later. He now enjoys gushing about the city on a blog entitled The Montréal Buzz.

Another day of rain. It has been seven days of consistent downfall, and my spirits are heavy with the thought of spending another sopping day pushing spruce tree saplings into rocky soil. It’s the summer of 2002, and I am working as a treeplanter in the hills of Northern British Columbia to fund my superfluous college diploma in Music composition.

The lifestyle of the treeplanter is challenging, to say the least, requiring 5 AM wake ups, sleeping on an under-inflated Therm-a-Rest mattress, a constant deluge of blood-thirsty black flies and, perhaps the most exhausting, a necessary and consistent flow of self-motivating dialogue streaming through one’s head – “Keep going. Keep going. Keep going.”

The evenings become the most blissful part of my days, and are often spent hiding in vehicles and listening to music. On one notable occasion, my adventurous friend Sam, a contemporary middleclass version of Jack Keroac, suddenly throws opens the door of the diesel truck and throws himself into the vehicle, in an attempt to minimize exposure to the unrelenting rain.

“Dan,” he expires, “Once this contract wraps up, we oughta take a trip. We should go to Montreal. It’s supposed to be a really hip and bohemian city, sort of like going to Europe.” One of Sam’s ‘selling factors’ for Montréal was the open gay culture. “Seriously Dan, there’s a whole village for gays,” he tells me in the truck. I am fascinated. In my weariness, possibly influenced by the tranquilizing effects of a grassy substance, I happily agree. Anywhere but here sounds good.

It turns out that Sam is quite serious, and only days after we have completed our summer treeplanting contract, he phones me up and announces that he has found cheap tickets from Montréal. With my bank account fattened by a large post-contract cheque and an increasing need for adventure (and perhaps a sweaty dance floor), our plans are quickly evolve from sleepy-truck-conversation to OMG-we’re-really-going.

We arrive to Montréal in good spirits.  We are initially timid with our lack of French language skills, but thrilled to be in an urban oasis, 4000 km away from the bugs and bears that harassed us throughout the summer. (And it turns out that nearly everyone that we meets speaks English fluently.)

We board a shuttle bus bound for downtown. It jiggles across the poorly maintained roads of the city, reminding me of a familiar logging road. But I sense that this road  leads to something inspiring; a place where the rain could fall, and it would simply dampen the city with more charm.

After checking into our hostel, Sam and I wander out to the street. We start on St. Catherine West amidst flashing neon signs and the hustle and bustle of locals shopping and bar hopping. For supper, we settle on a modest pizzeria, and then continue to meander and people-watch for the evening.

It is our second evening that provides for the adventure we crave. Following an overly ambitious trip to an all-you-can-eat Indian buffet, we decide that we are ready to ‘tackle’ the Gay Village. After being secluded in the woods for this period that has weakened my social suaveness, I am nervous. But my curiosity and wine-fuelled bravery overrule any anxieties. We hail a taxi.

Both of us, in our naivety are too nervous to ask the taxi driver to take us to the ‘Gay Village.’ Would he look at us with judgement? So we glance at our caricatured street map and guestimate where the village might be. “Take us to Frontenac Metro,” we ask, shooting for a subway station that appears to be in the village.

Upon arrival, we exit the taxi, expecting to see dozens of Celine Dion inspired drag queens, but not a single rainbow flag appears to signal an arrival to the Gayborhood.

Big miss.

We hail a second taxi, and in my most blasé voice, I instruct the driver to take us to the Gay Village. “Sure,” he says with a smile, “Which nightclub are you looking for?” We realize immediately that our naivety is a comedy of fools. Not only does he flash us a big smile, but he knows the locations of the gay clubs.

It turns out that we could have easily arrived via Beaudry Village metro station (incidentally three stations closer to downtown than Frontenac). After asking some attractive men on the street about which nightclub might be our best option, we opt for Sky Bar, which provides three floors of dance room choices. We dance and drink and celebrate our new found urban bliss. And I leave with the phone number of a cute boy written on a packet of matches.

I feel as if Montréal has (re)infused me with confidence and revelation.

The trip becomes a week of pleasant surprises, and passes quickly, but leisurely. Sam and I sip wine in lovely bistros, watch street performers in Old Montréal, stroll to the top of Mount Royal, take in a film at the World Film Festival and wander through the lively street fair along Ave Mont Royal. The city feels sophisticated but energetic, cheeky but never crass.

There are certain cities that we visit and that are lovely, but that don’t necessarily call us to be present there. For instance, Havana and Brisbane are wonderful, but on my visits I never imagined staying permanently. On my visit, I feel Montréal calling me. She tells me that there are people and experiences that await my arrival.

A year later I leave my sleepy Western Canadian city, and move to Montréal. I decide to give myself a year to see how it goes. But one year quickly turns to seven, and the city that I fell in love with as a young man continues to seduce me with its spirited people, diverse cultures and charming architecture.

And somewhere in my cozy Plateau apartment, in a dust-covered box, I keep a sentimental packet of matches with a phone number scratched on it. It is my cherished artefact of an invitation, a call that I so blissfully answered.