La tanto attesa e temuta transiberiana. Ne avevamo sentito parlare, avevamo visto i video, ascoltato i racconti di chi, prima di noi, l’aveva vissuta. Non ci avevano detto, però, che nessun racconto avrebbe dato mai giustizia a quello che avremmo affrontato.

Un indimenticabile viaggio lungo percorsi e spazi interminabili: le grandi città, i boschi, i laghi lungo tutta la Russia, l’immensa Siberia, la Mongolia e la Cina. Una linea ferroviaria che da Mosca si dirama in due direzioni: verso Vladivostok (oltre 9000km) e verso Pechino (circa 6000km).

Arrivati alla stazione dei treni, Ekaterina ci lascia davanti ad uno di questi dove vediamo la Provodnitsa, la signora addetta alla tutela del vagone e dei suoi ospiti, già pronta a controllarci il biglietto e il passaporto. Saliti sul treno, lo scenario non era tanto diverso da quello immaginato: le cuccette stavano già per farsi accaparrare da famiglie, pendolari, viaggiatori che come noi, si preparavano all’imminente traversata.

Una volta sistemati gli zaini usando la tecnica del tetris, scopriamo che io e Matteo non saremo nello stesso scomparto. Se una volta ci saremmo spaventati o preoccupati, questa volta sarebbe stato diverso: la cordialità dei nostri vicini di branda avevano spazzato dubbi e timori. Il primo di loro a fare amicizia con noi è stato Serjey, uno studente russo che fortunatamente, avendo studiato un po’ d’italiano, ci introduce in punta di piedi verso questo mondo così riservato e diverso dal nostro. Lui è in viaggio con la mamma, hanno davanti a loro ben due giorni di treno da affrontare e li vediamo intenti a procurarsi l’occorrente per passare la notte. Ed è qui che arriva il divertente interrogatorio: chi siamo, da dove veniamo, perché affrontiamo questo tipo di viaggio, cosa ci porta a compiere un’impresa simile, il tutto condito da parole a noi incomprensibili ma che, con qualche sorriso e Spassiba (“grazie” in lingua russa) di troppo, riusciamo ad apprezzare.

La notte è lunga e la Provodnitsa passa di letto in letto a lasciare lenzuola e asciugamani per poter adibire al meglio la propria tana. Il treno tace. È una situazione surreale. Si sentono solo i movimenti delle coperte, il russare, qualche pianto di bambino, i tintinnii dei bicchieri da tè.

Ogni treno è diverso e unico. Ha un suo carattere, rivela cose degli uomini e delle terre che gli altri ti nasconderanno, solo perché non era il momento giusto per fartele conoscere. La mattina giunge in fretta, i primi sbadigli, l’odore del the sorvola nell’aria e Matteo arriva a svegliarmi, scrollandomi delicatamente il braccio. Scendere giù dalla cuccetta di prima mattina risulta un po’ traumatico ma niente che non si possa risolvere con una tazza di the e dei mini croissant.

Nina, la mamma di Serjey, seppur parlando solo in lingua russa, si avvicina a noi donandoci una barretta di cioccolato. Imbarazzati e impreparati davanti a questa gentilezza continua, ci stranisce quando, qualcuno che non conosci, soprattutto se di una cultura differente dalla tua, spontaneamente si appresta a darti quello che ha. La giornata trascorre piacevolmente e, tra una fermata e l’altra, Serjey ci racconta della sua passione per la storia, delle amicizie avute con ragazze italiane durante gli scambi culturali e ne approfittiamo, così, per farci spiegare le diversità tra linguaggio russo e quello italiano.

Perché non farlo sfruttando l’alfabeto?

Ok, possiamo dirlo. È un totale caos e a meno che tu non abbia familiarità con il greco antico, apprenderlo risulta davvero difficile.

Il cambiamento culturale è un po’ come il cambiamento continuo che si vede dal finestrino del treno: se prima scorrevano solo case, mura dalle tonalità grigie e tristi, ora è tempo del paesaggio naturale, dalle continue betulle, al verde che predomina su tutti gli altri colori.

Anche le persone cambiano costantemente ed è la volta di due ragazzi russi, uno di 21 anni che non parla molto ma non si fa problemi a dividere il suo pane e ad offrirci un bicchiere della sua birra, e l’altro ragazzo, Ivan, di 30 anni, che dopo qualche battuta e risata, ci lascia assaggiare i Pirozhki preparati da sua moglie: dei fagottini caldi farciti di patate, carne e cipolla. Le continue condivisioni non mancano, Serjey e gli altri ci dicono a parole loro che oramai gli stiamo a cuore e preoccupati ci chiedono se abbiamo tutto l’occorrente tecnico per affrontare il freddo siberiano e quello mongolo. Dopo averli rassicurati raccogliamo i nostri zaini, la successiva fermata sta per giungere e le emozioni sono di nuovo in subbuglio.

Credo che non ci faremo mai l’abitudine: la frenesia, la gioia che ci pervade anima e corpo, ci rende entusiasti di ogni piccola azione, ci fa comprendere come tutti possiamo essere amici senza pregiudizi, fregandosene delle barriere linguistiche. Siamo tutti uguali dal punto di vista emozionale e sapere che, esperienze come queste, te lo confermino solo.. beh non possiamo che esserne grati ed impazienti per la prossima avventura e conoscenza che ci porterà questa locomotiva in uso da così tanti anni.

Lungo il percorso le città siberiane come Kazan, Novosirbisk e Irkutsk, il quale da accesso al lago Baikal, il più grande lago del mondo, lasciano il posto ai paesaggi di montagna, deserti e steppe che da Ulan Batoor, capitale della Mongolia, attraversano il deserto del Gobi. Per giungervi, il treno da addio alla Siberia in direzione sud, lasciandoci godere un primo assaggio di vera Asia: Ulan Ude che dal ‘700 entrò a far parte della Russia, quando le terre del Baikal furono separate dal confine mongolo. Concludendo con l’arrivo alla capitale della Cina, l’antica e frenetica Pechino o per i nostalgici, Beijing. Il percorso è percorribile anche da qui all’indietro attraverso vari fusi orari prendendo il nome di transmongolica.