«È un maggio molto strano». Mi guardo attorno al tavolino di un bar un po’ spoglio al porto di Otranto. Vedo solo un uomo sulla sessantina, seduto a qualche passo da me. Non mi guarda, ma siamo gli unici avventori del bar di quel pomeriggio un po’ uggioso.

Quindi rispondo, per non lasciar cadere a vuoto le sue parole: «Sì, dicono che pioverà ancora». Allora si gira, finalmente mi guarda, scoppia a ridere tra sé e mi dice: «Il Salento è come un’isola, nessuno può prevedere cosa succederà, signora» e torna a guardare un punto preciso nel mare, come se stesse vedendo qualcosa che io non vedo. So che da qualche parte, più a Nord, si trova un vecchio relitto, una carcassa di un peschereccio ora abitato dai pesci. Vorrei andarlo a cercare.
Torno a scrivere, annusando l’aria.

Trascrivo:
«Sabbia a perdita d’occhio, tra le ultime colline e il mare – il mare – nell’aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da Nord. La spiaggia. E il mare».
Il cameriere mi passa accanto distratto, controllando la pulizia dei venti tavolini bianchi e deserti.
«Potrebbe essere la perfezione – immagine per occhi divini – mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta […] ma ancora una volta è il salvifico granello dell’uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un’inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata». (Tratto da Oceano Mare di Alessandro Baricco)

La primavera porta già qualche segno di stanchezza, si addolcisce, ma poi torna repentinamente dispotica e bizzosa.
L’aria ha cambiato odore, ora acre di salso e di umori dei pini.
Pioverà, penso. E penso a quando pioveva al mare quando ero bambina e mia madre si disperava nel trovare qualcosa da farmi fare, per trattenermi dal correre fuori e prendermi un malanno. Suonano dolci oggi quelle parole lontane.

Mi sono decisa a passare questo mese in silenzio, o almeno, a camminare molto, specialmente sulla spiaggia. Cerco il riparo del verde, solo in questa stagione si può vedere questa terra così rigogliosa: pini marittimi, ulivi immersi in campi di papaveri, l’aglio delle isole coi suoi fiori viola che paiono stecchi di zucchero filato, la salvia, il timo e il rosmarino selvatico, i cardi e quel piccolo fiore giallo di cui ignoro il nome, che invade i bordi delle strade di campagna.

Per la mia famiglia, cresciuta in campagna, il mare era un lusso. Ci si andava due settimane d’estate, per respirare aria buona e fuggire alla calura della pianura padana. Le vacanze erano organizzate con largo anticipo: mia madre sfogliava le riviste delle case vacanze, ne vedeva qualcuna particolarmente bella e mio padre scuoteva la testa facendo su un quaderno i conti di quanto avremmo potuto spendere. E daccapo. Una casa un po’ più piccola, qualche giorno in meno.

Per due o forse tre anni consecutivi venimmo in Puglia.
Ricordo l’amica con cui giocavo, era gracile di costituzione, aveva una malattia, mi diceva mia madre, ma non seppi mai quale. Erano cose che ai bambini non si nominavano. Sara, credo si chiamasse.
Al mare sfuggendo dagli sguardi dei nostri genitori raggiungevamo uno scoglio, che ci pareva altissimo. Sara, così piccola, si tuffava immediatamente urlando di gioia. Io restavo poco più indietro, col cuore in gola. Cercavo di capire quanto fosse profonda l’acqua. Poi chiudevo gli occhi e mi buttavo. Hai ancora paura? mi chiedeva Sara. Hai ancora paura? le rispondevo io.

In Salento ci sono capitata un po’ per caso, o meglio, per una serie di coincidenze. Ci ho vissuto per un mese, una parte del diario che ho tenuto, dal 5 maggio al 21 maggio, è contenuta in queste pagine.

Prossimo appuntamento in Salento: la mostra fotografi ca FIM (Fotografi a Identità e Memoria) curata da Simona Ghizzoni.
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