Diario di un risveglio in due atti

ATTO PRIMO

La sveglia suona alle 4:30.

Pochi letti sono occupati nel dormitorio di un ostello per giovani viaggiatori squattrinati e fortunatamente nessuno di quei pochi letti segnala movimento. La sveglia inopportuna non ha disturbato.

Mi chiudo la porta alle spalle ed esco nel buio. Il cancello è chiuso. Due giovani birmani dell’ostello dormono scomodi sulle poltrone della reception ma le loro giornate sono lunghe e pesanti, non voglio svegliarli. Carico la bicicletta in spalla, la appoggio a terra oltre il cancello e la seguo con un salto. È molto presto, l’alba è ancora lontana ed è decisamente buio, ma il silenzio ha già lasciato spazio alle voci di chi in strada sta già facendo colazione, con il canto di un gallo e una lontana litania religiosa ad accompagnare i primi minuti della nuova giornata che ancora deve nascere.

Controllo la mappa e mi dirigo verso sud. Lasciato il villaggio, non incontro quasi nessuno. Poche persone del posto ma nessun turista. Buon segno. Lontani si distinguono vagamente alcuni dei templi più grandi, avvolti di una flebile luce artificiale. I loro contorni si stagliano maestosi nella cornice di buio fitto che ancora li circonda.

Pedalo per alcuni minuti, cecando di intravedere qualche punto di riferimento ai due lati della strada. Mi fermo a controllare la mappa alla luce del telefono e una macchina si ferma al mio fianco. Un uomo si sporge dal finestrino, sembra divertito e sorpreso nel vedere uno straniero pedalare da solo nel buio a quest’ora. Chiede dove sto andando ma la mia risposta è vaga: “non lo so, ovunque possa trovare il punto adatto per guardare l’alba dalla cima di un tempio”.

Mi consiglia di girare a sinistra dopo un centinaio di metri e cercare “il grande tempio bianco”. Lo ringrazio trattenendo una risata: il grande tempio bianco è esattamente ciò che voglio evitare perché è lì che la maggior parte dei turisti si dirigono, sia all’alba che al tramonto. Almeno però ora ho un punto di riferimento: ho letto online che superato il grande tempio bianco, lasciando la strada principale e proseguendo per qualche minuto verso est, si possono trovare alcuni templi più piccoli, non molto frequentati e in ottima posizione per ammirare l’alba.

Indicazioni piuttosto vaghe considerando che sono circondato da più di duemila templi di tutte le dimensioni. Ma la fortuna è dalla mia parte: dopo un paio di minuti scorgo una luce alla mia sinistra; qualcuno sta camminando lungo uno dei sentieri ocra che si addentrano nella vallata.

La luce lascia intuire le sagome di alcuni templi nei paraggi. Scelgo quello che mi sembra più adatto: silenzioso, abbastanza alto da permettere una buona visuale e senza ostacoli vero est; abbandono la bici e mi inoltro nel buio, alla ricerca di una scala che possa condurmi di nuovo all’aperto, qualche metro più su.

Esploro l’interno del tempio, che sembra vuoto e privo di decorazioni, unico ornamento l’immancabile statua di un Buddha seduto in preghiera. Cammino lungo tutto il perimetro interno senza notare scale e mi ritrovo di nuovo all’entrata, rassegnato a cercare un altro tempio, quando improvvisamente noto una stretta apertura in un angolo che non avevo notato poco fa. La scala è ripida e i gradini impolverati, ma nel giro di pochi passi mi ritrovo all’aperto, l’intera piana di Bagan addormentata tutto intorno a me, solo le sagome di pochi templi riconoscibili nell’oscurità ancora fitta.

Raggiunto il punto più alto possibile, mi siedo, e negli ultimi quieti minuti notturni, attendo.

INTERMEZZO

L’ora successiva è estremamente difficile da descrivere. Quando la natura mette in scena un tale spettacolo le parole restano impotenti e solo un occhio capace dietro a una macchina fotografica può azzardarsi a raccontare. Ero solo, in cima a un tempio abbandonato nel punto più alto che potessi raggiungere. Centinaia di altri templi ancora invisibili davanti a me, in attesa di essere risvegliati dalla luce del sole. E tutto intorno un silenzio che sussurrava piano ma con insistenza: qualcosa di magnifico sta per accadere.

ATTO SECONDO

Il primo accenno è una striscia sottile lungo l’orizzonte. Non ha colore, non è propriamente luce; solo una diversa sfumatura di oscurità che schiarisce leggermente col passare dei minuti.

Non riesco a stare fermo a lungo. Mi alzo e mi risiedo, ogni volta in una posizione diversa. Scendo di qualche gradino e cammino lungo la cornice del tempio scattando foto qua e là. Cerco di fermarmi, di convincermi a rimettere la macchinetta nella borsa ed apprezzare l’alba che si avvicina coi miei occhi invece che dietro all’obiettivo. Invano.

Ora il cielo ricorda sé stesso negli attimi che precedono la notte, appena dopo il tramonto: una sfumatura rossastra appena sopra l’orizzonte. Nuove figure di pietra iniziano ad apparire di fronte a me, emergono dall’oscurità che la luce sta lentamente cacciando e i loro contorni si dipingono contro lo sfondo del cielo che lentamente schiarisce.

Un sottile velo di nebbia ricopre l’intera vallata e in combinazione con la luce che cresce svela uno scenario irreale, quasi fiabesco. Luce che nel frattempo ha ormai vinto la sua sfida quotidiana con la notte: quasi tutto è ormai emerso dall’ombra, tanto la pietra quanto le piante, e stormi di uccelli prendono il volo da punti diversi, come consapevoli del loro ruolo nella rappresentazione teatrale che la natura sta dirigendo.

Verso sud altri dei personaggi annunciati compaiono sulla scena: le prime mongolfiere si innalzano lente, prima due o tre, ma presto una dozzina, offrendo ai pochi turisti che possono permetterselo una delle esperienze più memorabili che il continente asiatico sappia offrire.

La scena è quasi completa, ma ancora manca il vero protagonista. Posso vedere e percepire il suo arrivo imminente in tutti i dettagli che mi stanno di fronte, ma so che quando apparirà, niente sarà più come prima.

Quando il primo minuscolo spicchio di fuoco fa capolino all’orizzonte, trattengo il respiro e una lacrima mi riga il viso. E la bellezza accecante a cui ho appena assistito nasconde il mondo che mi circonda.