di Federico Di Vita

Mi chiamo Sergei Ostrogoro’v,

scrivo da quella che era una delle più isolate città chiuse dell’Unione Sovietica. Il nostro avamposto, in Siberia, credo che fosse il più a Nord in assoluto, almeno tra quelli segreti. La città dove sono nato sorge per metà sul versante settentrionale del continente e per metà su di un’isola che si distende davanti alla costa. La divisione degli spazi urbani è definita benché, di fatto, solo teorica, essendo le due parti della cittadina unite da una calotta di ghiaccio perenne che ricopre il braccio di mare disteso tra le sponde. Alla fine degli anni Ottanta il mondo sapeva della chiusura di una quarantina di avamposti, ben più numerosi quelli la cui ubicazione o, meglio ancora, la cui esistenza, doveva restare assolutamente ignota. Tra queste la mia. C’erano diversi motivi per cui le popolazioni di alcune città venivano segregate, le ragioni potevano essere militari, i centri erano usati come basi per esperimenti atomici; oppure commerciali – venivano chiusi diversi porti; erano isolate, a volte, città poste lungo confini considerati pericolosamente permeabili; o ancora, come nel nostro caso, le ragioni della separazione erano geologiche. In pochi anni nel fazzoletto delle nostre tundre, da sempre generose solo di fondi minerari, saltarono fuori, tra le altre, le cave di due metalli rarissimi: il torio e una particolare qualità di afnio. Rarissimi e, per quanto ne sapevamo allora, sostanzialmente inutili. Ma tanto bastò ai maggiorenti del Partito per sancire la nostra separazione. Dal giorno in cui la città venne chiusa nessuno avrebbe potuto più entrarvi, se non per mezzo dei permessi centellinati dal Ministero. Le poche vie di accesso vennero ridotte a una che passava per una stretta gola, presidiata dall’esercito. Il nome del nostro villaggio fu cancellato da tutte le mappe, per scriverci occorreva indirizzare le lettere al lontano capoluogo dell’immensa regione, il nome della provincia doveva essere seguito da una misteriosa indicazione postale: per mandarle a noi bisognava spedire le buste a Норильск-079. Le nostre corrispondenze venivano monitorate. Per ovvie ragioni le popolazioni delle città chiuse tendono a sviluppare una certa autonomia, dalle nostri parti pesce e patate non mancano, e con verdure e tuberi della tundra mettiamo insieme una minestra nutriente. Forse è per questo che quando a metà degli anni Novanta venne rivelata l’esistenza di tanti di questi centri – e molti furono addirittura riaperti – non ci fece particolare impressione l’arretrare del posto di blocco. Tempo dopo ne constatammo la sparizione e la strada occlusa da una frana. Eravamo isolati, non cambiava niente: lo eravamo da anni. Credo che nel trambusto delle riorganizzazioni territoriali qualcuno si fosse semplicemente scordato di noi, un paesino segretato per precauzione, rivelatosi superfluo, quindi dimenticato. Pochi mesi dopo scoprimmo come fare l’oro. Il sogno degli alchimisti ce l’avevamo sotto i piedi, ci è bastato mescolare insieme i metalli delle nostre miniere, bombardarli di radiazioni, fonderli ancora e aspettare che si raffreddassero. Ero bambino la prima volta che successe, allora era chiaro a tutti il miracolo, ma il paradosso dell’immensa fortuna si schiantò contro le pareti della nostra bolla. Avevamo l’oro, avevamo tanto oro che presto cominciò a non valere niente. Ricordo, da piccolo, i discorsi sulle difficoltà statali di coprire il valore della carta-moneta, da noi il difficile era procurarsi la cellulosa per scambiarci il costo in picchiata del metallo dei re. Quando la calotta tra i due lati della città dette segni di cedimento, costruimmo un ponte in cui per cemento armato e tiranti producemmo una lega di acciaio e aurum: per risparmiare il primo. Negli ultimi anni, certe volte, abbiamo sostituito i mattoni delle case e le lastre di pietra dell’impiantito urbano con lingotti, ci era più comodo produrre quelli, in centro, che spaccare pietre nella steppa. La lettera che state leggendo è incisa su una lamina dorata, e anche il vetro della bottiglia in cui l’ho affidata ai flutti è soffiato insieme al metallo. Tanti, come me, hanno provato a consegnare un messaggio alle onde, tentare di raggiungere qualcuno è un rito e l’unica speranza di uscire al mondo. Prima di fondere la lastra finite di leggere, abbiamo molto da offrirvi, se riuscite a liberarci; sul retro di questo foglio ho inciso le nostre coordinate: