di Tommaso Iorio e Federica Spurio Pompili

 

La Transiberiana è più di una linea definita su una mappa, è un concetto astratto, un luogo della mente, un posto nel cuore.

transiberiana 2

Mosca/Москва: partenza – Nella Santa Madre Russia, anche se rappresenta 1/3 delle terre emerse del mondo, tutto parte da Mosca. Anche noi, quindi. All’uscita del Domodedovo il tassista sfreccia liberamente a 200/h sull’autostrada a 5 corsie, non parla altro che russo. Periferia. Molte città raccontano parecchio anche dalle periferie. Quella a nord di Mosca l’abbiamo trovata diversa rispetto a Kiev o San Pietroburgo. È in atto una corsa al cemento incredibile, costruzione di case alveari ancora più grandi di quelli soviet style, forse architettonicamente più armoniose, ma comunque angoscianti, nuove centralità dove la vita sarà grama.

Il centro di Mosca invece rispecchia l’opulenza degli ultimi anni. L’immagine che ci è rimasta più impressa? Coppia, tarchiatello lui con camicia e pantaloncini, modella siberiana lei. Non tanto per questo, ma per il valletto venticinquenne aggraziato che, dietro a loro, portava le buste degli acquisti super costosi. Davanti alla Lubianka ormai svetta un centro commerciale enorme, interamente dedicato ai bambini. Piani e piani di vestiti e giocattoli. Ma Anche spettacoli, giostre e spazi ricreativi, compreso quello di Orso e Masha. Tutto di fronte alla prigione e sede della polizia politica. Dove un tempo si privava del futuro adesso, a distanza di tempo, si cerca di renderlo il più confortevole possibile.

transiberiana 3

Treno #004 – Il nostro treno parte alle 23.45, il numero 4 con capolinea Pechino. Mentre andiamo verso la stazione Yaroslavsky siamo eccitati come dei bambini che stanno per incontrare una persona importante. Per noi l’incontro è con quel treno che abbiamo spesso sognato e immaginato nei modi più disparati. La stazione, anche se in periferia, è luminosissima e, soprattutto presidiata. Non potrebbe muoversi uno spillo senza che esercito o polizia lo sappiano. I viaggiatori attendono pazienti. I più disparati: famiglie, donne con bambini, preti, militari. Tutti pronti per un lungo viaggio, ovunque debbano andare. Il treno in Russia è ancora mito, è ancora IL mezzo di trasporto. È ancora romantico. È condivisione. È meraviglia. È popolo.

Attendiamo un po’ e una volta il binario appare sul tabellone, ci incamminiamo. La destinazione del treno è Pechino, quindi è gestito a metà tra ferrovie russe e cinesi. Il vagone ristorante e un altro di seconda classe sono russi, mentre tutti gli altri, compresi i 2 di prima classe, sono cinesi. La gestione funziona a vagone, ciò significa che i vagoni russi sono gestiti da russi e quelli cinesi da cinesi. Come comunicano? Rimane un mistero. Troviamo il nostro vagone e saliamo. Al controllo il “provodnik” cinese ci continua a ripetere insistentemente, sempre più vigorosamente, una domanda in mandarino che per noi è effettivamente impossibile comprendere. Ci salva James, un ragazzo cinese che vive a Coventry (UK) e torna a casa per le vacanze, ospite di uno degli scompartimenti vicino al nostro. Il controllore voleva sapere dove scendessimo. quando gli abbiamo detto Irkutsk, cioè 4 giorni dopo, ha alzato la mano e l’ha portata dietro la spalla nel più classico gesto romano del “aaaah vabbè e me lo potevi dì prima no!?.

Il gioco del Tetris nello scompartimento è durato il dovuto, ma alla fine tutto si è incastrato alla perfezione. Abbiamo subito tolto le sopraccoperte che gridavano aiuto e disinfettato tutto, messo le lenzuola, e ci siamo addormentati. Lo scompartimento di prima classe dei treni cinesi (Ruanwò) ha una doccia e lavandino in condivisione con lo scompartimento accanto, mentre i bagni sono due in condivisione con il vagone. Nel vagone di prima classe ci sono solo 16 persone. Sul nostro però siamo solo 4. Noi, James e Niels un ragazzo tedesco di 19 anni (nel suo anno libero tra il liceo e l’università) che starà 3 mesi fuori e arriverà fino in India. (I tedeschi sono matti).

Il gestore del vagone ristorante è un tipo taciturno dalla faccia dura, assolutamente preciso, che tiene molto a fare il proprio lavoro al meglio. Dopo qualche tempo abbiamo provato a parlargli in russo, e allora si è sciolto come il burro. I russi non sono duri, li disegnano così. Se anche solo provi a comunicare nella loro lingua, ti dimostrano che apprezzano veramente tanto il tentativo e cercano di aiutarti con un gran sorriso.

Proprio al vagone ristorante abbiamo conosciuto Malcolm, un signore di una 50ina d’anni neozelandese che ha passato la sua vita sulle navi, sia da carico che da crociera. Ha visto praticamente ogni porto e solcato i sette mari. Del resto la sua barba grigia gli da una vaga aria da vecchio filibustiere.

La stessa sera abbiamo conosciuto anche Antonio, di Alicante, che viaggia solo e parla poco. Anna, una ragazza tedesca che viaggia sola e dopo Pechino andrà in Vietnam, Birmania e, successivamente in India. (I tedeschi sono matti).

Einstein forse non è mai stato in Russia, ma la sua teoria della relatività del tempo si applica perfettamente alla Transiberiana. Sul treno il tempo si dilata e la percezione di esso è mutevole. Il convoglio viaggia verso est con l’orario di Mosca. A bordo c’è sempre l’ora di Mosca. Fuori invece, man mano che ti inoltri nella Russia profonda il sole sorge prima e i fusi orari cambiano, così come gli occhi dei viaggiatori si allungano. Tu viaggi con l’ora di Mosca, ma appena sceso da questa macchina del tempo ti catapulti 2, 3, 4, 5 ore avanti. Tutte le stazioni russe mostrano l’ora di Mosca perché tutti i treni viaggiano con quella, quindi potreste trovare una stazione, come quella di Irkutsk, che alle 7 di mattina mostra come orario le 2 di notte. Il principale problema è la ricerca del lento variare del tuo metabolismo. Quando ti alzi? Quando mangi? Quando dormi? È tutto relativo.

Il “passa” – “tempo” non c’è nome più azzeccato. Effettivamente ne abbiamo escogitati parecchi. La nostra giornata tipo sul treno è caratterizzata da una sveglia indefinita tra l’ora di Mosca e l’ora locale, una colazione con le nostre tazze kitsch piene di thé o caffé insieme a macine e gocciole, trucco e parrucco a turno, un film (abbiamo organizzato gli iPad con diverse nuove visioni), una passeggiata nella stazione di turno, il pranzo, riposino con libri e scrittura dei diari, quattro chiacchiere con uno dei nostri amici di passaggio, cena, altra stazione, altro film o lettura-scrittura. Alla fine la dilatazione del tempo, che forse all’inizio ci spaventava visto che venivamo dalla vita frenetica di Roma, ci è corsa incontro regalandoci un relax inaspettato.

L’ultima sera a bordo prima di scendere a Irkutsk (poi sarà la volta di Ulan-Bator e Pechino) passa in malinconia. Ormai ci fa strano dover lasciare questo paese viaggiante, fatto di tante lingue, tante culture: russa, cinese, tedesca, italiana, francese, spagnola, neozelandese, britannica, pronte a condividere esperienze, pensieri, cazzate ma anche solo una birra. Si era creata una particolare routine e anche i rapporti umani si stavano consolidando. Con i cinesi abbiamo apertamente parlato del Partito, di Piazza Tiananmen e del terrorismo in Italia. Nuove generazioni, niente più barriere. Abbiamo detto ciao alla comitiva con una cena tutti insieme salutando anche il nostro amico del ristorante. Proprio stasera abbiamo scoperto essere in realtà turco di origine, chissà che strana vita avventurosa ha avuto. Sappiamo solo che il sorriso che ci ha regalato quando lo abbiamo ringraziato con un sentito Tessekür ederim (“grazie mille” in turco) ce lo porteremo per sempre nel cuore.