di Rebecca Vespa | traintocopenhagen.org
foto di Jaroslav Konečný

Io ci sono arrivata di notte. Sono lì ad aspettare che albeggi per vederlo. «Sarà come prendere fiato, un lungo e profondo respiro», mi dice Vladimir, fido capo-vagone assieme a Oxana, di cui ancora custodisco il ricordo palatale di pasti a base di cipolla. In realtà siamo tutti in trepidante attesa. Io, Roberto, Margarete, Olga, Richard, Eugene e Ivan. Tutti parte di un equipaggio straordinario che, partito da Vladivostosk in direzione di Mosca, tappa dopo tappa, viaggia per raccogliere testimonianze sugli effetti del cambiamento climatico in Russia, per portare un messaggio di sostenibilità alla COP 15, l’incontro internazionale delle potenze mondiali per ridiscutere lo stato ambientale del pianeta che quell’anno si sarebbe tenuto a Copenhagen.

Il treno procede veloce. Perché se di giorno sembra che si muovano per inerzia, la notte i treni della Transiberiana sfrecciano da tenersi saldi ai letti nelle carrozze. Fuori è buio pesto. Forse a Nord non incombono più su di noi le montagne della Repubblica autonoma della Buriazia, abitata da un condensato di umanità. Russi, tatari, ucraini, bielorussi ma soprattutto buriati, una minoranza etnica di origine mongola da cui prende il nome la Repubblica autonoma. Ulan Udé, capitale della regione e snodo ferroviario centrale tra la Transiberiana e la Transmongolica, ce la siamo lasciata alle spalle già da un pezzo. A Sud immagino ancora il profilo ondulato della vicina Mongolia.

Alla fine è un tuffo. Dopo novanta ore, quattromila chilometri percorsi, occhi pieni di steppa ghiacciata e innevata, piccoli villaggi con case dai comignoli fumanti e tapparelle azzurre alle finestre, Lenin, mezzi Lenin, Lenin decapitati, le sculture dell’uomo mito della rivoluzione russa che sono il benvenuto e l’arrivederci di ogni stazione transiberiana, la monotonia del paesaggio – che con la monotonia poi non ha niente a che fare – all’improvviso è solo acqua. Davanti a me, a tutti noi, si allunga placida la distesa senza orizzonte del lago Bajkal.

È fine novembre e il ghiaccio, nelle sue forme più varie, si limita a ispessirne le anse. Fuori fanno meno venti gradi, il lago ancora non è del tutto ghiacciato (il congelamento dell’intera superficie si verifica a dicembre inoltrato). Lasciamo il nostro treno nella stazione di Sludyanka, dove ad attenderci c’è la nostra guida, Marina, una russa dalla faccia ghiotta. Ci imbarchiamo sulla Circumbaikalica, la linea ferroviaria che connette la cittadina di Sludyanka con Port Bajkal e che costeggia la riva Sud Est del lago. La Circumbaikalica è parte dell’antica linea ferroviaria della Transiberiana. Viene anche chiamata la fibbia dorata della Transiberiana perché collega le parti della ferrovia divise dal Bajkal. D’oro per gli alti costi di costruzione.

Durante il tragitto è possibile scendere dal treno e camminare attraverso uno dei tanti tunnel che fiancheggiano la Circumbaikalica. Oltre ai tunnel è possibile trovare una serie di ponti e muri di supporto, tra i quali quello costruito da operai italiani, il cosiddetto“muro italiano”. Per una notte ho la fortuna di dormire in un meraviglioso cottage proprio a ridosso delle rive del lago, il Business Relations Center of Eastern Siberia Railways. Mi dicono che è qui che Boris El’cin passava parte delle sue estati. Lui che è stato il primo presidente della Russia post URSS.

Dopo mezzanotte Eugene decide di farsi un bagno nel lago. L’acqua deve essere gelata. Lui convinto e sorridente dice che non sa se gli ricapiterà mai di tornare a fare visita al grande lago Bajkal, che le acque sono purificatrici e lui vuole ricevere il suo battesimo.

Il giorno dopo, durante il tragitto in barca che da Port Bajkal tira dritto verso la cittadina di Listvianka per andare a visitare il Museo Limnologico, Marina mi racconta del battesimo del lago: il giorno del natale russo persone di tutte le età si immergono per tre volte per purificarsi. Dopotutto il lago Bajkal è anche il Dalai-Nor, il lago sacro. È così che viene chiamato dal popolo dei buriati.

curiosità…

Al confine fra i territori dell’Oblast’ di Irkutsk e della Repubblica della Buriazia, il lago Bajkal è geologicamente una frattura della crosta terrestre prodotta dal movimento di placche tettoniche. Lungo 636 km, largo fino a ottanta, la sua forma ricorda quella di una gigantesca banana. Una Danimarca fa un lago Bajkal, più o meno. Non parliamo delle profondità, davvero oceaniche. Con una massima di 1.642 metri nella parte centrale, il lago Bajkal contiene circa il venti per cento della riserva d’acqua dolce del pianeta. L’acqua è così trasparente da permettere una visibilità fino a trenta metri di profondità ed è talmente pura da essere potabile. Riconosciuto come patrimonio dell’Unesco nel 1996, è abitato da più di millecinquecento specie animali e vegetali, per la maggior parte endemiche. Grazie all’alta concentrazione di ossigeno queste forme di vita sopravvivono a profondità impensabili, fino a trecento metri. Il pesce omul è il più noto, una specie di storione che vive solo qui. Purtroppo a causa del riscaldamento globale si sta verificando un accorciamento del periodo di congelamento della superficie del lago che danneggia parte del suo ecosistema. Questo fenomeno di congelamento, che prima si verificava da inizi dicembre fino ad aprile, ora inizia tardi e il suo scioglimento avviene troppo presto. A pagarne le spese soprattutto la nerpa, foca del lago Bajkal, o meglio i suoi cuccioli. I piccoli nerpa nascono a cavallo tra febbraio e marzo, quando il lago è ancora ghiacciato. Lo scioglimento anticipato della superficie non permette ai cuccioli di terminare lo svezzamento e di crescere abbastanza. I piccoli nerpa cadono in acqua e, incapaci di nuotare, annegano.

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