di Stefano Feraco

foto di Angelica Parroni

È mattina. Dalle terrazze di Chichen Itza la vista della giungla è magnifica.

Sulle piramidi, dipinte di rosso, si levano costruzioni in legno sontuosamente decorate con oro e piume. Due pietre sacrificali, poste di fronte alle divinità, Colibrì azzurro e Tlaloc, Dio della fertilità e Signore di tutte le acque, sono intrise di sangue.

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I sacerdoti Maya, interamente dipinti di nero con una mistura allucinogena di erbe ed insetti tritati, hanno i capelli graveolenti di sangue rappreso, e danzando ondeggiano recipienti dai lunghi manici dai quali si leva il fumo bianco dell’incenso copale. L’ipnotico rullare dei tamburi rende l’aria densa. Una fila di donne, schiavi e bambini, adorni di monili d’oro e paramenti di coloratissime piume, cantano, danzano e avanzano verso il bordo del Cenote Sacro dove si lasciano cadere in sacrificio al Dio Chac Mool.

La parola “cenote” deriva dal termine Maya “d’zonot” (acqua sacra che dà la vita), ed è una cavità sotterranea con acqua permanente, per la maggior parte dolce, proveniente dai fiumi e dall’acqua piovana. Queste cavità, formatesi diversi milioni di anni fa, prevalentemente nella regione dello Yucatan in Messico, sono state vitali per l’esistenza e le cerimonie delle popolazioni Maya. Nei cenotes avvenivano sacrifici umani e i Maya credevano fossero i luoghi dove si andava dopo la vita. Il più famoso è il Cenote Sacro di Chichen Itza, in fondo al quale furono rinvenuti gioielli e manufatti, ma anche ossa umane e animali.

Ore 8:00 – Siamo a Playa del Carmen e la nostra guida, Carlos, controlla l’attrezzatura che ci garantirà la sopravvivenza quando saremo immersi a più di venti metri sotto terra.

Ore 8:30: ci inerpichiamo nella giungla, per raggiungere, a pochi chilometri da Playa del Carmen, il cenote Ponderosa e El Eden.

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Nel cenote si entra solo con una guida munita di uno speciale permesso: troppi i subacquei, attratti dall’avventura o dalla speranza di trovare resti preziosi degli antichi Maya, che non sono più tornati in superficie.

temperatura acqua: 26°C

visibilità: circa 70 metri

durata immersione: 70 minuti

profondità media: 20 metri

tipologia percorso: in grotta di diametro da 3 a 8 metri

penetrazione: circa un chilometro.

L’autista ci recupererà da un’altra apertura.

Ore 9:00 – Sono esaltato e vigile. Un brivido corre lungo la schiena quando mi lascio cadere nell’acqua, appesantito da diversi chili di zavorra. Svuoto GAV e polmoni, e in assetto orizzontale mi lascio cadere nella profondità come un paracadutista nell’aria. Immediatamente lo stupore vince ogni altra emozione: l’acqua è così trasparente che sembra di volare.

A quindici metri di profondità accendo la torcia primaria. Carlos, davanti a me, inizia a srotolare il filo di Arianna.

Tutt’intorno si dirama un dedalo di gallerie: ora posso capire quanto sia facile smarrirsi. Il sole filtra ancora nella cavità con fasci dorati, ma si spegne appena iniziamo a penetrare le profondità della terra.

L’atmosfera è surreale. Tutto è immobile. Sembra di essere nel vuoto, nello spazio siderale. Con la torcia illumino formazioni di stalattiti e stalagmiti completamente immerse che formano sculture monumentali. Sembrano scolpite dalla mano di un dio che ha voluto nascondere alla vista dell’uomo, spesso distruttore, un capolavoro di bellezza incomparabile. I fasci di luce che colpiscono zone di quarzo creano innumerevoli piccoli bagliori e rilasciano caleidoscopiche immagini multicolori.

Vorrei gridare dalla felicità.

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In milioni di anni l’acqua delle piogge, filtrando nel terreno, ha costruito fragili cattedrali di carbonato di calcio che formano guglie e colonne con forme incredibili.

Raggiungiamo i venti metri di profondità e per un paio di metri l’alloclino – il passaggio dallo strato di acqua dolce superiore a quello di acqua salata inferiore – rende la vista tanto sfocata che non riesco più a leggere gli strumenti.

Continuiamo il nostro viaggio fuori dal tempo, e dopo circa un’ora, passata come fosse un minuto, inizio a vedere la luce che filtra da un apertura: è la nostra via d’uscita.

Ci fermiamo ancora un attimo a gustare quel mondo remoto, mi giro a testa in giù, braccia e gambe aperte. Spengo la torcia: il buio è immobile, il silenzio assoluto.

Penso ai milioni di anni che sono serviti per creare questo mondo senza suoni fatto di forme di incredibile bellezza e armonia.

Penso alla nostra esistenza, una traiettoria nel tempo e nello spazio insignificante nell’evoluzione dell’universo; eppure questa vita così breve ci dona attimi di completa immedesimazione con la natura facendoci sentire parte integrante e fondamentale del tutto.

Ore 15:00: il successivo cenote, il “Taj-Mahal”, è meno angusto, più luminoso e con maggiori formazioni calcaree che si allungano fino a venti metri di altezza. Caliamo il nostro equipaggiamento su lunghe scale di legno a pioli. I turisti, che si bagnano e nuotano nella parte più esterna, ci guardano stralunati quando scompariamo sotto la superficie cristallina dell’imboccatura della grotta primaria.

Ore 17:30: siamo di nuovo sul pick-up con i capelli al vento. Si torna alla base. Distrutti dalla stanchezza, fieri e appagati, ci godiamo il tramonto. Il mondo esterno non è poi così male: le palme e accarezzano il cielo, che si tinge di rosa e poi di viola.

Ringrazio Chac Mool, Dio di tutte le acque, e prego per avere al più presto tra le mani una birra ghiacciata.