testo e foto di Alessia Pienzi

La macchina è il mezzo di trasporto per eccellenza, non solo perché i servizi pubblici sono inesistenti o mal funzionanti, ma anche, e soprattutto, perché è il modo più economico per spostarsi. Siamo nella Chavezlandia del petrolio, dove un pieno di benzina costa meno di trenta centesimi e di conseguenza l’ingorgo è parte integrante del paesaggio urbano. Macchine incolonnate che congestionano le strade dalle sei del mattino alle otto di sera senza sosta. L’aria è a tratti irrespirabile e l’inquinamento invade prepotentemente i polmoni scoraggiando i pochi e temerari pedoni.

Caracas si sviluppa dentro una bellissima valle tropicale delimitata dalla montagna El Àvila ai piedi della quale si trova l’unica strada a scorrimento rapido, l’Autopista Boyacà, chiamata anche Cota 1000. Essendo l’unica è costantemente congestionata ma, trovandosi a mille metri di altezza, regala una meravigliosa vista sulla città.

Il traffico coinvolge tutti: ricchi e poveri. Il traffico è democratico. I borghesi possono scappare dalla violenza rifugiandosi in case blindate circondate da filo elettrificato e con vigilanza armata, possono sottrarsi alla crisi economica attingendo ai conti esteri e cambiando i dollari al mercato parallelo, ma non possono fare niente davanti al quotidiano e onnipresente mostro della strada. I cittadini di classe A, B, C e D vivono lo stesso dramma e poeticamente combattano la stessa rivoluzione quando la domenica la Cota 1000 viene chiusa alle auto e la invadono.

La situazione è insolita: una passeggiata in autostrada che diventa un’area ricreativa per tutti. Sono quasi 10 km di asfalto invasi da ciclisti, maratoneti, anziani che passeggiano, bambini che sperimentano i pattini a rotelle o imparano ad andare in bicicletta. Ci sono venditori ambulanti che offrono succhi freschi di arance tropicali spremute all’istante, bibite ghiacciate e un po’ di ombra sotto gli ombrelloni dei loro chioschi. Lungo l’autopista ci sono molti accessi alla montagna El Àvila ed è possibile avventurarsi nel rigoglioso Parco Nazionale, una giungla tropicale di liane, palme e pappagalli coloratissimi.

La prima domenica a Cota 1000 la scena mi diverte. È curiosamente ironico questo popolo benzina-dipendente che si purifica i polmoni espiando le pigrizie settimanali sul luogo del delitto.

La seconda domenica invento una fantasia, forse un po’ forzata, di una città fatta di persone che vivono insieme senza mai toccarsi e si concedono il lusso di sfiorarsi solamente su questi pochi chilometri di asfalto.

Solo la terza domenica comprendo la vera particolarità di questo fenomeno urbo-tropicale: la totale integrazione tra autopista e persone. L’autostrada sembra essere qualcosa di più di un nonluogo di Marc Augé: ha un’identità propria. I guard drive diventano panchine per le coppie d’innamorati che si baciano ammirando il paesaggio. I cavalcavia e le sopraelevate vengono usati come ancore per gli scalatori che vi si assicurano praticando il climbing. Nel chilometro di pendenza massima gli skater si lanciano in gravity. La segnaletica stradale si ricopre di cartelloni con le istruzioni della competizione del giorno, generalmente una maratona. I sottopassaggi e gli svincoli sono presi d’assalto dai graffitari che lanciano messaggi al popolo del traffico. Anche le linee bianche di spartitraffico assumono una funzione specifica e sono rigorosamente rispettate: sulla carreggiata bassa circolano i ciclisti sul lato destro e i corridori sul lato sinistro, sulla carreggiata alta a destra sfrecciano gli skater e a sinistra i pedoni.

Non si perde mai la consapevolezza del luogo o la si perde tanto al punto di reinventarlo completamente? Ancora non lo capisco.

La quarta domenica abbandono il mio interesse socioantropologico per il fenomeno Cota 1000, mi sveglio presto, e alle 6.30 ho già le scarpe da ginnastica sull’autostrada. Il sole equatoriale è alto ma ancora debole, e la luce sulla citta sembra pennellare i tetti dei grattacieli. Incontro gli habitué che mi riconoscono, mi salutano, alcuni con un sorriso, altri con la mano.

Dei personaggi m’incuriosiscono più di altri, tra questi le bellissime ragazze dai poderosi seni al silicone che corrono a passi corti, imbudellate nei loro outfit Nike con una bella visiera in testa in perfetto stile jogging hollywoodiano. I ragazzini dei barrios, mal vestiti, sporchi e con skateboard di legno autoprodotti, osservano i borghesi e li sfidano nelle gare di gravity. E infine i miei preferiti: “i trasportatori”. Curiosamente a Caracas ci sono moltissimi bambini e pochissimi passeggini. I bambini sono trasportati in braccio, sempre e comunque, sia i neonati sia i più grandi. Allo stesso modo i cani “borghesi” non solo vengono ridicolamente abbigliati come principesse o ballerine, ma anche portati in braccio.

Sono le 13:00, la polizia passa in moto annunciando la riapertura dell’autostrada. Imbocco la prima uscita e sulla rampa incrocio un trasportatore di cani, lo saluto con la mano, lui ricambia con la voce. Inclino un po’ la testa, sorrido e torno a casa.