di Dario Tecchio | darioegabri.too.it
foto di Luca Baldi

L’aeroporto è una striscia di asfalto e terra battuta, senza torre di controllo né servizi. C’è un bar con qualche panchina e due banchetti che vendono le solite cianfrusaglie. Non potendo atterrare i grossi aerei, il flusso di turisti non è eccessivo, e conseguentemente non servono grandi strutture ricettive e men che meno strade, auto, ristoranti. Si va a piedi o in barca, in mezzo alla natura. Saliamo in barca, attraversiamo la laguna di Canaima e ammiriamo le numerose cascate che la circondano. Poi a piedi attraversiamo delle zone sabbiose che fiancheggiano il Rio Charrao. Saliamo su rocce levigate di granito, ancora qualche piccola cascata e arriviamo al Salto el Sapo: per proseguire bisogna passare sotto un costone da cui è praticamente impossibile venire fuori asciutti. Per fortuna il clima è caldo e ventilato. Continuiamo la nostra camminata tra torrenti, foreste, salite sulle rocce e scorciatoie. Sono un po’ stanco e inizia a piovere. È un acquazzone, ma si va avanti. La nostra guida è una ragazza venezuelana, Aña, che mastica un po’ d’inglese. A chiudere c’è un altro ragazzo venezuelano, dai caratteri somatici indio, con un coltello e un machete. Finalmente smette di piovere e in pochi attimi siamo già asciutti. Tutt’intorno c’è una natura florida e rigogliosa: CURIOSO È L’EFFETTO DELLE IMMENSE DISTESE DI SABBIA ROSA E PRATI VERDI, AI PIEDI DEGLI IMPONENTI TEPUY, FORMAZIONI MONTANE CON LE CIME PIATTE. Si sente solo il rumore del Rio Charrao che ci accompagna col suo colore rosa. Aña dice che non possiamo fermarci. Il tramonto arriverà presto. Prima si rideva e si scherzava, ora solo qualche parola. Nulla di più.

2_Parque National Canaima

Ci fermiamo in una piccola spiaggia dove ci aspettano due giovani ragazzi venezuelani con una barchetta scoperta e con tutti i nostri bagagli. Partiamo contenti per esserci finalmente seduti dopo circa tre ore e mezza di marcia, ma ricomincia a piovere. Un quarto d’ora, mezz’ora, un’ora e non smette. A un certo punto il motore fa le bizze, borbotta un po’ e si spegne. I due ragazzi, armati di un semplice cacciavite, cercano di sistemarlo. Nel frattempo piove sempre più forte, le gocce diventano sempre più grosse, ormai siamo tutti zuppi e rassegnati. Inizia a tramontare il sole e piove, piove, piove ancora. Si riparte, ma siamo ancora troppo lenti. Aña non nasconde un po’ di preoccupazione. Le chiediamo quanto manca, ma è da un’ora che risponde solo “Fra dieci minuti arriviamo”. A TRATTI IL RIO CHARRAO SI RESTRINGE E DAVANTI A NOI NON SI VEDE CHE QUALCHE METRO D’ACQUA. I RAMI DEGLI ALBERI INVADONO IL LETTO DEL FIUME, INCONTRANDOSI IN QUALCHE PUNTO QUASI A FORMARE UN SOFFITTO. Ogni tanto la barca è costretta a manovre d’emergenza perché la pioggia ingrossa il fiume e alimenta le rapide. Ho freddo. Guardo gli altri. Nessuno parla più. La ragazza di fronte a me sta tremando, non so se per il freddo o per la tensione. Io quasi non riesco a tenere gli occhi aperti per la violenza delle gocce sul viso. Finalmente arriviamo. Ci fermiamo in un’altra spiaggetta con grossi massi di granito e sabbia rosa. E continua a piovere. Ognuno prende il proprio bagaglio e ci incamminiamo. La pioggia finalmente smette e termina il lungo tormento. Raggiungiamo l’accampamento Aonda quando ormai è buio pesto. Ci appare davanti una tettoia costruita con pali di legno e qualche mattone, senza pareti e senza letti. Sì, perché qui si dorme in amaca. Tutti assieme. Solo i bagni sono divisi per uomini e donne. Le docce? Tubi di plastica con acqua piovana. Nulla più. A cena ci sediamo tutti intorno a un’unica tavola. Che dire? Sono contento. Contento della fatica che abbiamo fatto per arrivare fin qui e del tragitto sotto la pioggia. Contento di questa grande capanna, contento che tutto è spartano e nel rispetto della natura. Non desidero e non sento il bisogno di una doccia calda, del buffet e di tante altre cose, qui sicuramente inutili. È ora di coricarsi, siamo stanchi morti. È da stamattina alle quattro che siamo in piedi. Prima però diamo un’occhiata a un venezuelano che dorme in amaca, per vedere come si è sistemato. Cerchiamo di fare lo stesso per non svegliarci il giorno dopo con le ossa anchilosate. Penso che stanotte la passerò in bianco, nessuno di noi è abituato a dormire in un’amaca… Zzzzzzzzzzz… Canta il gallo. Mi alzo, guardo alle mie spalle verso la foresta e vedo l’Ayantepui. Una meraviglia. Fa un effetto strano avere a pochi metri un massiccio così imponente. Le pareti rocciose sono a picco sulla foresta e la vetta, un po’ coperta dalle nuvole, è quasi completamente piatta. PENSATE CHE QUESTA MONTAGNA HA UNA SUPERFICIE DI CIRCA SETTECENTO CHILOMETRI QUADRATI, COME L’ISOLA MARGARITA. IL SALTO ANGEL SI GETTA PROPRIO DA QUESTA VETTA CHE IN LINGUA PEMÒN SIGNIFICA MONTAGNA DEL DIO DEL MALE. Il Salto Angel, l’Auyantepui e la zona circostante sono posti entro i confini del Parque Nacional Canaima, il secondo parco nazionale più grande del Venezuela. Quest’area protetta occupa una superficie di trentamila chilometri quadrati e si estende a Est e a Sud verso il confine con il Brasile, abbracciando gran parte della Gran Sabana. Facciamo colazione, andiamo verso la spiaggia sul Rio Charrao, saliamo sulla curiara e risaliamo il Rio Churun, fino all’isola Ratoncito. Qui scendiamo e inizia la camminata in mezzo alla foresta. All’inizio il percorso è semplice poi s’inerpica sempre più. Il cielo quasi non si vede da quanto è fitta la vegetazione. Gli alberi e le piante ci opprimono: cespugli con foglie grandi come una ruota di un autocarro, radici che creano trabocchetti, foglie taglienti come lamette e le famose formiche 24 ore, chiamate così perché, se ti pungono, provocano un febbrone per circa ventiquattro ore. Proseguiamo fino al Mirador Laime, un affioramento posto proprio davanti al Salto Angel. Alzo gli occhi ed eccola: la cascata più alta del mondo. 979 metri. È il salto ininterrotto più alto del mondo. 807 metri, sedici volte quello delle cascate del Niagara. L’ACQUA PRECIPITA DAL CAÑOÑ DEL DIABLO, NELLA PARTE CENTRALE DELLA PARETE ROCCIOSA, E ARRIVA GIÙ ORMAI RIDOTTA A PULVISCOLO. In sommità ci sono ancora un po’ di nuvole, la cima s’intravede solo per brevi intervalli. Arriviamo ai piedi di una piccola cascata a circa duecento metri dai piedi del Salto Angel. Forma una vasca dove ci si può bagnare tranquillamente, o appollaiare sulle rocce rosa ad ammirare lo spettacolo. Qualcuno si lascia massaggiare dall’acqua che cade. Tutt’intorno qualche aquila volteggia con impercettibile movimenti d’ali. Il giorno dopo ci prepariamo per il rientro. Man mano che ci avviciniamo alla Laguna di Canaima il gruppo rallenta, qualcuno si ferma, altri si siedono su una roccia. Leggo nei loro volti una certa amarezza.

3_Salto AngelSpesso ci volgiamo indietro come se ci fosse qualcosa che ci chiama, qualcosa che ci riconvoca. Poi si riparte, ma siamo lenti. La stanchezza? Non penso, all’andata è stata più dura, e nessuno si è fermato. È la cascata. Quella magica cascata del Salto Angel che precipita dall’Auyantepui. La nostra anima, il nostro spirito e la nostra coscienza non se ne vogliono separare.

TRAVEL TIPS
PAESE VENEZUELA / VISTO NON È RICHIESTO PER I CITTADINI ITALIANI / VACCINI NESSUNO / COSA MANGIARE LA HALLACA, UNA SPECIE DI PASTA SFOGLIA DI SOIA CHE AVVOLGE UN IMPASTO DI CARNE DI MANZO, MAIALE, POLLO E NOCI. SQUISITO! / CONSIGLI CARACAS È UNA CITTÀ PERICOLOSA. È PREFERIBILE NON GIRARE PER STRADA DOPO LE 17 E NON FERMARSI AL SEMAFORO ROSSO PER EVITARE DI ESSERE ASSALITI