testo di Guido Baligioni | foto di Arthur Lima

A La Paz, capitale della Bolivia, chi ha i soldi vive nei quartieri bassi. È l’unica città al mondo in cui succede una cosa del genere. D’altronde su un altopiano di quattromila metri, anche cento in meno fanno la differenza, per i polmoni. Per lo meno, per i miei polmoni. È davvero spiazzante trovarsi in una grande città che è alla stessa altitudine delle nostre montagne più alte.

Conosco dei ragazzi dalla pelle chiara: mi rivolgo a loro in inglese. Invece, mi rispondono in spagnolo di essere “bolivianos con cara de gringos” (boliviani con la faccia da americani): sono i ricchissimi discendenti dei primi conquistadores. Fanno parte, ancora oggi, della minoranza opulenta che possiede la maggior parte delle terre. E che vive nei quartieri bassi di La Paz. La maggioranza dei boliviani, invece, è fatta di persone abituate da generazioni all’ossigeno rarefatto. Per respirare un po’ meglio quasi tutti masticano foglie di coca. L’infuso di questa pianta, il mate, aiuta da sempre a lenire il “soroche”, il mal d’altitudine. La cocaina è un’altra storia, e non l’hanno inventata i boliviani.

Per scoprire però che cos’è davvero la tradizione del masticare le foglie della pianta sacra, mi basta andare nel coloratissimo mercato, e vedere gli enormi sacchetti pieni di foglie seccate. Mi colpisce una donna: vecchia, fragile, una di quelle che nei nostri paesini starebbe a chiacchierare seduta su una sedia davanti a casa. Se ne va via con un sacco formato-famiglia di quella pianta dai poteri magici e dal delicato odore amarognolo. Gli uomini, invece, mi sembrano più deboli delle loro compagne e delle loro madri: non hanno un accenno di barba, le loro guance sono quelle di un ragazzino. Forse per questo sono rimasti intimoriti, secoli fa, alla vista degli spagnoli, barbuti come Virachocha, il loro Dio fin da prima della civiltà Inca. Sarà perché ho letto di queste storie, sarà perché ho la barba incolta e sono un po’ più alto di loro, ma mi pare di vedere nei loro occhi il timore che avevano i loro antenati all’arrivo, profetizzato dalla religione tradizionale, dei primi “barbudos”.

Un uomo con un abito marroncino mi ferma: è entrato in una mia foto e se n’è accorto, ma non è arrabbiato, vuole solo sfogarsi un po’. “La Bolivia ha tutto, tranne il mare”, mi dice. Mi racconta della guerra del Pacifico. Dal 1884, cioè dopo aver perso contro gli inglesi, i boliviani non hanno accesso all’oceano e la marina militare è costretta a battere le sponde del lago Titicaca.

“O mar es un derecho” (il mare è un diritto), mi dice. Pochi giorni prima avevo letto queste parole vicino al palazzo della Marina, sulle sponde del Titicaca. Nonostante manchi un porto sul Pacifico, la Bolivia è ricchissima: metalli (montagne d’argento boliviano nelle chiese d’Europa), acqua dolce (eppure il popolo lotta per bere, e a ogni angolo c’è una scritta Coca-Cola) e ancora il litio del Salar de Uyuni con cui si fanno le batterie per le auto elettriche e i telefonini più recenti. Quest’uomo ha ragione da vendere, e dal suo racconto ho imparato più che da tanti articoli di geopolitica. Vorrei fargli qualche domanda, continuare a parlare con lui, ma mi saluta in fretta e se ne va, mescolandosi tra la gente.

Da La Paz decido di andare nel Parco Nazionale Madidi, a circa 200 km di distanza. Parto su un piccolo aereo a sei posti dall’aeroporto della capitale, il più alto del mondo. Il volo dura poco ed è tutto in discesa, se così si può dire, perché dall’altopiano bisogna arrivare al livello del mare. I vuoti d’aria si fanno sentire dal piccolissimo velivolo, per cui sono contento quando il pilota, sopra la foresta tropicale, dice di prepararsi all’atterraggio. “Dove?”, chiedo. Poi vedo la pista: è un rettangolino di prato rubato alla natura. Da questa prima immagine, capisco subito che a comandare, qui, non è l’uomo. Qui è già tanto riuscire a scavare un angolo nella foresta come Rurrenabaque: un villaggio circondato dagli alberi e dall’acqua.

Il Parco del Madidi è uno dei luoghi più incontaminati al mondo, con una ricchezza di biodiversità quasi impareggiabile. Nella stagione delle piogge il fiume, il río Beni, straripa e forma un enorme lago. La vegetazione lussureggiante si riflette nell’acqua, e forma simmetrie perfette che ricordano le macchie di Rorschach, quelle usate dagli psichiatri per l’indagine della personalità. Solo una piccola scia increspa lo specchio d’acqua calmissimo: è la nostra barchetta che ci porta nel cuore della foresta.

Nei tre giorni sul fiume dormiamo su una palafitta con Pedro, la nostra guida, e un piccolo gruppo di persone. Di giorno andiamo alla ricerca di animali bellissimi e la sera ci rilassiamo davanti alla porta di casa. In quei momenti veniva vicino Alona. Così chiamavano il coccodrillo femmina a cui davano da mangiare gli avanzi, come noi facciamo con il nostro cane. A questo animale spaventoso Pedro riesce a dare delle timide carezze. L’ultimo giorno, al tramonto, abbiamo fatto tutti un bagno nella zona presidiata dai delfini rosa: è l’unico punto della sterminata distesa d’acqua in cui si è sicuri di non incontrare animali pericolosi, tenuti lontani dai mammiferi. Poi, a motore spento, lasciando che la barchetta si faccia trasportare dalla corrente, provo una sensazione di pace assoluta. La notte che scaccia il giorno: in città non fa lo stesso effetto. La Bolivia, in questi giorni, mi ha dato la possibilità di scoprire com’è la vita nella natura selvaggia: piena di pericoli e di bellezza.

Mi rimane solo da vedere una cosa: l’avevo letto nei libri e me lo aveva detto anche l’uomo al mercato di La Paz: “La Bolivia ha tutto, anche una misteriosa storia antichissima”. Poco distante dal lago Titicaca c’è Tiahuanaco, un’antica capitale, mille volte meno famosa di Macchu Picciu in Perù ma mille volte più bella, più imponente, più misteriosa, e anche mille volte peggio gestita. Macchu Picchu è un gioiellino Inca in cima alle Ande con tanto di negozio che vende cachemire e vigogna. Tiahuanaco invece è quel che resta di una ricchissima città, probabilmente la capitale dell’impero che ci fu secoli prima degli Inca. L’incuria con cui l’area archeologica è tenuta non è riuscita a cancellare le tracce di una civiltà dall’arte raffinata e dalla tecnologia evoluta. La statua di un puma accovacciato con una maschera di uomo fra le mani ricorda che siamo nell’altro emisfero, coi piedi in alto e la testa all’ingiù. Ma il sistema di unire le pietre gigantesche per costruire palazzi e piramidi, identico a quello usato dagli egizi – colare del metallo in due incavi gemelli con forma di cunei nelle due pietre da unire – mette in dubbio ciò che è scritto nei libri di storia: sì, la Niña la Pinta e la Santa Maria, ma forse manca un pezzo.