Alessandro ed io ci conosciamo solo da qualche mese e in comune abbiamo forse troppo poco. Lui fuori dagli schemi, io dentro. Lui notte, io giorno. Lui locali bui e musica elettronica, io aperitivo con le amiche e shopping sfrenato.
Due gocce d’acqua, insomma, e con un sogno da condividere: Machu Picchu.
Non so bene come sia successo ma un pomeriggio ci siamo fermati in un’agenzia di viaggi e abbiamo trovato due biglietti: i nostri.
Il 4 Agosto 2007 arriviamo a Lima. In mano solo una guida con ancora la plastica intorno. Non abbiamo programmato nulla e siamo solo dall’altra parte del mondo…
Troviamo una stanza in un albergo triste e mal messo: El Balcon Dorado. Siamo stanchissimi ma bisogna organizzare qualcosa per il giorno dopo.
Pisco è una cittadina deliziosa che prende il nome dal liquore nazionale e, Villa Manuelita, il bed & breakfast trovato su internet, la rende ancora più piacevole.
Il giorno successivo riusciamo ad intrufolarci in un’escursione organizzata alle Islas Ballestas. Dicono che siano bellissime ed è assolutamente vero. Qui la natura è davvero incontaminata, i leoni marini dormono sotto il sole sdraiati sugli scogli e si sente il rumore assordante dei versi di uccelli di mille specie.
Tornando verso Pisco, la nostra base, Ale si dà allo studio e, rimanendo affascinato dalla misteriosa storia delle Linee di Nazca, le propone come tappa successiva. Bisogna assolutamente trovare un aereo, perché le antichissime figure disegnate sul terreno sono visibili solo dall’alto.
Un gentilissimo signore sulla sessantina, Pepe Ortega, ci aiuta ad organizzare il trasferimento verso Nazca mettendoci in contatto con suo cugino Miguel, che ci farà sorvolare le famose linee sul suo piccolo aereo. Quella sera Pepe ci porta in un ristorantino nascosto e senza insegna in cui ho mangiato, senza esagerare, il pesce più buono della mia vita.
La storia di Pepe è triste, ha due figlie che non vede da molti anni. Vorrebbe chiamarle, ma ha perso i contatti con loro, e oggi, dopo diversi anni, non sa più dove cercarle. Anche io racconto qualcosa di me, della mia famiglia, dei rapporti difficili, e solo allora mi rendo conto che è la prima volta che ne parlo anche con Ale. Stiamo imparando a conoscerci ed è una piacevole sorpresa.
Nazca invece, è una gran delusione. Le linee si vedono male, tutto ha un’aria troppo turistica con tanto di negozio di souvenir nel piccolo aeroporto e ristoranti che propongono “le vere Fetuchine di Alfredo”.
Tappa successiva: Arequipa, la città bianca. Dodici ore di pullman per raggiungerla ma ne è valsa la pena. I grandi edifici in stile coloniale di questa città scintillano sotto il sole, sulla guida leggiamo che è merito del “sillar”, il materiale vulcanico con cui sono costruiti, e tutto è incorniciato dalle cime innevate delle montagne circostanti.
Ci fermiamo ad Arequipa quattro giorni per diversi motivi: siamo stanchi di girare senza sosta, dobbiamo abituarci all’altitudine (siamo a 2350 m), ma soprattutto vogliamo fare base qui per partire per un’escursione al Canyon del Colca.
Il Canyon del Colca è un posto in cui ti rendi conto di quanto gli esseri umani siano piccoli in confronto all’universo. Il volo dei condor è lo spettacolo più affascinante che abbia mai visto e sento che dentro di me sta crescendo qualcosa. Ma non sono i condor. Non è il Canyon. Semplicemente mi sto innamorando.
Quella notte la ricorderò per sempre. Abbiamo dormito a Chivay, uno dei piccoli centri abitati vicini al Canyon, all’Inkari Eco Lodge, posto magnifico. Ale si è sbagliato e ha mangiato il cuy, una specie di topo fritto che ha scambiato per pollo.
Si muore di freddo a quasi quattromila metri in pieno inverno peruviano. Ma con una bottiglia di liquore, il camino acceso e i nostri discorsi ancora un po’ imbarazzati si sta bene, anzi benissimo.
Tornati ad Arequipa a fare i bagagli, partiamo per Puno. La città è carina, non bellissima, e il primo albergo, El Buho è un completo disastro. Al nostro arrivo è ancora chiuso: dopo un’ora di attesa scopriamo che la camera doppia non è disponibile nonostante la prenotazione.
Andiamo a visitare Sillustani, che ospita le “chullpas”, antichissime torri funerarie della tribù Colla, ma ancora non sappiamo dove andremo a dormire. Allora mi torna in mente Pepe e il post-it su cui aveva segnato per noi i numeri dei suoi amici cui avremmo potuto fare riferimento: “Inka Wasi Travel agency, Puno – chiedere di Sonja”. Questa gentilissima signora tedesca non solo ci trova un bellissimo albergo a cinque stelle al prezzo di un ostello, ma organizza per noi anche l’escursione sul Lago Titicaca e tutte le tappe per i giorni successivi.
Sbarchiamo sulla prima delle isole del lago, una Isla Flotante, un’isola galleggiante costruita dagli Uros con le “totora”, simili alle canne di bambù. Gli isolani non parlano spagnolo, ma aymarà. Impiego diverso tempo a far capire ad una delle donne che vorrei le trecce come le sue con tanto di pompon alle estremità (cosa che mi ha fatto rischiare di perdere la partenza della barca ed essere abbandonata sull’isola).
Poi la Isla Taquile. Affascinante, arroccata, con centinaia di scale da salire. Il tempo è bellissimo, ma dobbiamo correre a prendere il pullman per Cuzco.
Il viaggio è lungo e stancante, ma il peggio deve ancora venire. Appena arrivati nel nostro ostello veniamo informati del gravissimo terremoto che ha colpito il Perù durante la notte. Pisco è distrutta. Pensiamo subito a Pepe, proviamo a chiamarlo ma le linee non funzionano. Verso sera riusciamo a trovare un internet point e chiamare l’Italia, ma di Pepe nessuna notizia. Cuzco sembra una bellissima città, il quartiere di San Blas è europeo e modaiolo con i suoi ristorantini e le boutiques colorate, ma quella di questi giorni non è l’atmosfera adatta per notarne i divertimenti.
In ogni piazza si organizzano raccolte di abiti e cibo, e spedizioni di aiuti umanitari per soccorrere le vittime del devastante terremoto.
Ci troviamo a confezionare centinaia di sacchetti di riso da inviare alle famiglie terremotate. Offriamo le nostre medicine e i vestiti che indossiamo. Vorremmo restare, fare di più, ma non possiamo spostare il volo per rientrare in Italia e, tenendoci per mano in silenzio, torniamo in albergo per preparare i nostri bagagli, ora più leggeri.
Da Cuzco ci spostiamo ad Ollantaytambo facendo rafting sul Fiume Urubamba. Non avrei mai pensato di arrivare viva.
A Ollantaytambo alloggiamo a El Albergue, un paradiso ai piedi del Templo del Sol. Questo bellissimo hotel ospita anche una piccola sala di lettura che offre testi in diverse lingue e comode poltrone per rilassarsi un po’. Qui troviamo un grande registro, dall’aria troppo usata. Ogni ospite vi ha scritto un messaggio e noi facciamo lo stesso. Scriviamo i nostri nomi, vicini, per la prima volta. Mi fa uno strano effetto. Alessandro e Veronica. Sorrido.
Il viaggio in Perù sta per finire, ma ormai abbiamo condiviso troppe cose insieme e sappiamo che il vero viaggio, il nostro, continuerà.
Il giorno seguente prendiamo il treno per Aguas Calientes e da lì, finalmente, saliamo su una delle Sette Meraviglie del mondo moderno: Machu Picchu.
Per descriverlo non ci sono parole.
Sarah Ellen
Nel piccolo cimitero della città di Pisco – famoso per l’ottimo liquore locale – esiste la tomba di Sarah Ellen, una donna inglese vissuta nel XIX secolo che fu originariamente seppellita viva a Blackburn nel 1913 perché creduta una strega. Il suo devoto marito decise di portare il suo corpo così tanto lontano da casa per porre fine alle voci sul suo conto. Una delle versioni della leggenda di Sarah Ellen vuole infatti che questa fosse la moglie del Conte Dracula e si dice che prima di essere seppellita avesse promesso di ritornare dopo cento anni per vendicarsi. Nel 1993, incredibile a dirsi, la sua lapide si spostò e si ruppe, ma non successe niente di più. In quell’anno la piccola e tranquilla cittadina di Pisco fu assaltata da centinaia di bizzarri fan (che speravano di assistere a qualche sinistra apparizione) creando scompiglio e disordini. I cittadini, invece, posero collane di aglio sulle porte delle proprie case. Qualcuno crede anche che il terremoto che ha distrutto Pisco sia stato causato proprio da Sarah Ellen.

foto di Carlo Drioli

Alessandro ed io ci conosciamo solo da qualche mese e in comune abbiamo forse troppo poco. Lui fuori dagli schemi, io dentro. Lui notte, io giorno. Lui locali bui e musica elettronica, io aperitivo con le amiche e shopping sfrenato.
Due gocce d’acqua, insomma, e con un sogno da condividere: Machu Picchu.
Non so bene come sia successo ma un pomeriggio ci siamo fermati in un’agenzia di viaggi e abbiamo trovato due biglietti: i nostri.
Il 4 Agosto 2007 arriviamo a Lima. In mano solo una guida con ancora la plastica intorno. Non abbiamo programmato nulla e siamo solo dall’altra parte del mondo…
Troviamo una stanza in un albergo triste e mal messo: El Balcon Dorado. Siamo stanchissimi ma bisogna organizzare qualcosa per il giorno dopo.Pisco è una cittadina deliziosa che prende il nome dal liquore nazionale e, Villa Manuelita, il bed & breakfast trovato su internet, la rende ancora più piacevole.
Il giorno successivo riusciamo ad intrufolarci in un’escursione organizzata alle Islas Ballestas. Dicono che siano bellissime ed è assolutamente vero. Qui la natura è davvero incontaminata, i leoni marini dormono sotto il sole sdraiati sugli scogli e si sente il rumore assordante dei versi di uccelli di mille specie.
Tornando verso Pisco, la nostra base, Ale si dà allo studio e, rimanendo affascinato dalla misteriosa storia delle Linee di Nazca, le propone come tappa successiva. Bisogna assolutamente trovare un aereo, perché le antichissime figure disegnate sul terreno sono visibili solo dall’alto.
Un gentilissimo signore sulla sessantina, Pepe Ortega, ci aiuta ad organizzare il trasferimento verso Nazca mettendoci in contatto con suo cugino Miguel, che ci farà sorvolare le famose linee sul suo piccolo aereo. Quella sera Pepe ci porta in un ristorantino nascosto e senza insegna in cui ho mangiato, senza esagerare, il pesce più buono della mia vita.La storia di Pepe è triste, ha due figlie che non vede da molti anni. Vorrebbe chiamarle, ma ha perso i contatti con loro, e oggi, dopo diversi anni, non sa più dove cercarle. Anche io racconto qualcosa di me, della mia famiglia, dei rapporti difficili, e solo allora mi rendo conto che è la prima volta che ne parlo anche con Ale. Stiamo imparando a conoscerci ed è una piacevole sorpresa.Nazca invece, è una gran delusione. Le linee si vedono male, tutto ha un’aria troppo turistica con tanto di negozio di souvenir nel piccolo aeroporto e ristoranti che propongono “le vere Fetuchine di Alfredo”.
Tappa successiva: Arequipa, la città bianca. Dodici ore di pullman per raggiungerla ma ne è valsa la pena. I grandi edifici in stile coloniale di questa città scintillano sotto il sole, sulla guida leggiamo che è merito del “sillar”, il materiale vulcanico con cui sono costruiti, e tutto è incorniciato dalle cime innevate delle montagne circostanti.
Ci fermiamo ad Arequipa quattro giorni per diversi motivi: siamo stanchi di girare senza sosta, dobbiamo abituarci all’altitudine (siamo a 2350 m), ma soprattutto vogliamo fare base qui per partire per un’escursione al Canyon del Colca.
Il Canyon del Colca è un posto in cui ti rendi conto di quanto gli esseri umani siano piccoli in confronto all’universo. Il volo dei condor è lo spettacolo più affascinante che abbia mai visto e sento che dentro di me sta crescendo qualcosa. Ma non sono i condor. Non è il Canyon. Semplicemente mi sto innamorando.
Quella notte la ricorderò per sempre. Abbiamo dormito a Chivay, uno dei piccoli centri abitati vicini al Canyon, all’Inkari Eco Lodge, posto magnifico. Ale si è sbagliato e ha mangiato il cuy, una specie di topo fritto che ha scambiato per pollo.
Si muore di freddo a quasi quattromila metri in pieno inverno peruviano. Ma con una bottiglia di liquore, il camino acceso e i nostri discorsi ancora un po’ imbarazzati si sta bene, anzi benissimo.
Tornati ad Arequipa a fare i bagagli, partiamo per Puno. La città è carina, non bellissima, e il primo albergo, El Buho è un completo disastro. Al nostro arrivo è ancora chiuso: dopo un’ora di attesa scopriamo che la camera doppia non è disponibile nonostante la prenotazione.
Andiamo a visitare Sillustani, che ospita le “chullpas”, antichissime torri funerarie della tribù Colla, ma ancora non sappiamo dove andremo a dormire. Allora mi torna in mente Pepe e il post-it su cui aveva segnato per noi i numeri dei suoi amici cui avremmo potuto fare riferimento: “Inka Wasi Travel agency, Puno – chiedere di Sonja”. Questa gentilissima signora tedesca non solo ci trova un bellissimo albergo a cinque stelle al prezzo di un ostello, ma organizza per noi anche l’escursione sul Lago Titicaca e tutte le tappe per i giorni successivi.
Sbarchiamo sulla prima delle isole del lago, una Isla Flotante, un’isola galleggiante costruita dagli Uros con le “totora”, simili alle canne di bambù. Gli isolani non parlano spagnolo, ma aymarà. Impiego diverso tempo a far capire ad una delle donne che vorrei le trecce come le sue con tanto di pompon alle estremità (cosa che mi ha fatto rischiare di perdere la partenza della barca ed essere abbandonata sull’isola).
Poi la Isla Taquile. Affascinante, arroccata, con centinaia di scale da salire. Il tempo è bellissimo, ma dobbiamo correre a prendere il pullman per Cuzco.Il viaggio è lungo e stancante, ma il peggio deve ancora venire. Appena arrivati nel nostro ostello veniamo informati del gravissimo terremoto che ha colpito il Perù durante la notte. Pisco è distrutta. Pensiamo subito a Pepe, proviamo a chiamarlo ma le linee non funzionano. Verso sera riusciamo a trovare un internet point e chiamare l’Italia, ma di Pepe nessuna notizia. Cuzco sembra una bellissima città, il quartiere di San Blas è europeo e modaiolo con i suoi ristorantini e le boutiques colorate, ma quella di questi giorni non è l’atmosfera adatta per notarne i divertimenti.In ogni piazza si organizzano raccolte di abiti e cibo, e spedizioni di aiuti umanitari per soccorrere le vittime del devastante terremoto. Ci troviamo a confezionare centinaia di sacchetti di riso da inviare alle famiglie terremotate. Offriamo le nostre medicine e i vestiti che indossiamo. Vorremmo restare, fare di più, ma non possiamo spostare il volo per rientrare in Italia e, tenendoci per mano in silenzio, torniamo in albergo per preparare i nostri bagagli, ora più leggeri.
Da Cuzco ci spostiamo ad Ollantaytambo facendo rafting sul Fiume Urubamba. Non avrei mai pensato di arrivare viva.
A Ollantaytambo alloggiamo a El Albergue, un paradiso ai piedi del Templo del Sol. Questo bellissimo hotel ospita anche una piccola sala di lettura che offre testi in diverse lingue e comode poltrone per rilassarsi un po’. Qui troviamo un grande registro, dall’aria troppo usata. Ogni ospite vi ha scritto un messaggio e noi facciamo lo stesso. Scriviamo i nostri nomi, vicini, per la prima volta. Mi fa uno strano effetto. Alessandro e Veronica. Sorrido.
Il viaggio in Perù sta per finire, ma ormai abbiamo condiviso troppe cose insieme e sappiamo che il vero viaggio, il nostro, continuerà.
Il giorno seguente prendiamo il treno per Aguas Calientes e da lì, finalmente, saliamo su una delle Sette Meraviglie del mondo moderno: Machu Picchu.
Per descriverlo non ci sono parole.
Sarah Ellen
Nel piccolo cimitero della città di Pisco – famoso per l’ottimo liquore locale – esiste la tomba di Sarah Ellen, una donna inglese vissuta nel XIX secolo che fu originariamente seppellita viva a Blackburn nel 1913 perché creduta una strega. Il suo devoto marito decise di portare il suo corpo così tanto lontano da casa per porre fine alle voci sul suo conto. Una delle versioni della leggenda di Sarah Ellen vuole infatti che questa fosse la moglie del Conte Dracula e si dice che prima di essere seppellita avesse promesso di ritornare dopo cento anni per vendicarsi. Nel 1993, incredibile a dirsi, la sua lapide si spostò e si ruppe, ma non successe niente di più. In quell’anno la piccola e tranquilla cittadina di Pisco fu assaltata da centinaia di bizzarri fan (che speravano di assistere a qualche sinistra apparizione) creando scompiglio e disordini. I cittadini, invece, posero collane di aglio sulle porte delle proprie case. Qualcuno crede anche che il terremoto che ha distrutto Pisco sia stato causato proprio da Sarah Ellen.