Testo di Rocco D’Alessandro

Foto di Giulia Magnaguagno

 

Era un’estate come tante, forse più afosa del solito. In città il caldo era insopportabile per via del tanto cemento, senza parlare dello smog. Io ero seduto nella piccola cucina del vecchio appartamento dove vivevo assieme a Giulia e ad altri due ragazzi. A Roma gli affitti sono cari, così tocca ricorrere alla convivenza coatta.

Abitavo al quarto piano di uno dei tanti palazzi in stile fascista che affollano la periferia romana, proprio a ridosso di Cinecittà. La finestra era aperta, con la speranza di captare qualche soffio di vento, invano. Scrutavo l’orizzonte, ma da lì l’unica cosa che vedevo era il balcone del palazzo di fronte. Fatiscente, invecchiato dal tempo e soprattutto dall’incuria.

Ebbene è in questa gabbia metropolitana, affollata e senza prospettive, che germinò un sogno destinato a diventare realtà, o meglio progetto.

Quando Giulia mi propose per la prima volta di attraversare tutta l’America Latina, io non avevo minimamente presente la portata di quella proposta. Da quel giorno, passarono i mesi, ma quella scintilla faceva fatica ad affievolirsi, anzi, diventava sempre più forte.

Pian piano maturavo nella mente la possibilità di partire, cominciai così a proiettarmi prima in Brasile, poi in Messico, addirittura in Honduras e Guatemala, paesi di cui sapevo a malapena la collocazione geografica. Mi vedevo attraversare foreste, mi immaginavo alla ricerca di antiche rovine, conoscendo genti, popoli, persone. La mia fantasia cominciava a farsi sterminata, e con essa la mia voglia di preparare lo zaino.

Io e Giulia lavorammo intensamente, senza tregua e quell’estate passò così, com’era iniziata, lenta e afosa.

Di solito, anzi quasi sempre, ci troviamo a lavorare per altri, senza la giusta ricompensa. Non ci diamo valore, regaliamo il nostro tempo, la nostra professionalità, per cosa poi? Per pagare l’affitto di una camera, nemmeno di un’appartamento? Ci ritroviamo così estromessi dal nostro ambiente, lontani dai nostri mondi uterini, senza saperne la ragione, ma solo per “campare”.

Vitamina Project nacque per questo, per restituirci il nostro tempo, la nostra vita e soprattutto per prospettarci un futuro più appassionante, e soprattutto più nostro.

Il giorno in cui partimmo, era un 11 dicembre di un anno qualsiasi (2014 nds), non sapevamo minimamente quando saremmo tornati, perché avevamo preso solo il biglietto d’andata. Volutamente. Avevamo un po di paura, ma su tutto prevaleva la voglia di metterci in gioco e di attraversare l’ignoto più che di un continente, della nostra interiorità.

Avevamo sempre amato l’America Latina, ma solo attraverso i libri, la Storia e le corrispondenze con gli amici. Mai attraverso la vita. Non sapevamo cosa aspettarci.

Molti dubbi, ma soprattutto prospettive, orizzonti di viaggiare lontano attraverso persone, sentieri e paesi sconosciuti.

Decidemmo soltanto due punti nello spazio: uno di partenza, Buenos Aires, ed uno di arrivo, Los Angeles. In mezzo poche certezze, se non la decisione di viaggiare senza prendere aerei. Se tanto ci dovevamo mettere in gioco, ci sembrava giusto farlo totalmente. Volevamo che fosse un viaggio dell’anima, darci il tempo di scoprire, conoscere, considerare. In fondo eravamo sognatori, lettori, studiosi. Gli scatti di Giulia ci avrebbero aperto la strada di un altro mondo, a tratti onirico, a tratti reale, e la mia scrittura ci avrebbe aiutato a divulgare le nostre esperienze, e perché no un giorno a ricordarle metaforicamente. Eravamo in cerca del viaggio! Ora, nessuno può dare una definizione precisa di Viaggio, quel che è certo è che si tratta di un istinto che non tutti hanno.

Il viaggio è un incedere, si, ma anche un innalzamento, mentale più che reale. Alla base della nostro traiettoria c’era la voglia di dimostrare che viaggiare in nome della Natura e delle Genti è possibile. Nell’era del turismo globale, viaggiare diventa un incarico da prendersi a cuore, una responsabilità, al fine di abbattere le barriere ideologiche, più che fisiche, dietro le quali ci trinceriamo subdolamente.

Viaggiando scoprimmo posti, ma soprattutto conoscemmo persone, ascoltammo storie. Vivemmo in molte comunità, spesso lontani dal mondo delle città, dal quel mondo cosiddetto civile. Eppure non ci mancò affatto. Le comodità, i lussi, le tecnologie a cui non siamo disposti a rinunciare, fanno ormai parte di noi, ma forse sono proprio queste che ci impediscono di spingerci più in là , di conoscere quell’universo che tanto “conosciamo” attraverso lo schermo di un computer e di una rete globale. Ma non è così. Vitamina Project ci portò ad attraversare ben 13 paesi. Per far ciò impiegammo 12 mesi, un anno di sorprese, a tratti di grandi sofferenze, mentali e qualche volta anche fisiche. Dietro di noi non c’era nessuna agenzia ad indicarci il cammino, e forse è proprio grazie a questa nostra “solitudine” che conoscemmo persone straordinarie e luoghi incantati.Processed with VSCOcam with m5 preset

Quella così discussa insicurezza che aleggia sul continente latino americano non ci compromise minimamente, non perché non esistesse, quanto piuttosto noi non la considerammo. Una “buena vibra” genera solo altre vibrazioni positive.

Questo ci insegnò il viaggio, e questo ci mostrarono le persone. Poco importa se fossero brasiliane, uruguaiane, colombiane, panamensi, costaricane, quel che ci importava solo era conoscere, viaggiare, esplorare e documentare. L’idea finale, anzi quella con cui eravamo partiti, non era di un viaggio fine a se stesso, bensì di un progetto a lungo termine che sensibilizzasse a viaggiare responsabilmente nel rispetto dell’ambiente e delle varie culture.

Ci avremmo messo anche la faccia e la voglia di aiutare altri viaggiatori. Come? Creando una nuova collana di guide turistiche, dal nome molto simpatico e positivo: Guida Vitamina. Una serie di libricini che mostrassero la via ad altri camminanti, parlando di natura, di eco-sostenibile, di letteratura e di fotografia. Quei libricini li stiamo ancora scrivendo, ma il nostro progetto oggi esiste ed è realtà, si chiama Vitamina Project e per farlo abbiamo viaggiato un anno intero attraversando tutta l’America Latina senza mai prendere l’aereo!

 

La settimana prossima Rocco e Giulia ci porteranno in uno dei Paesi più originali e meno turistici del Centro America, ma non vi diciamo quale, la curiosità allieterà l’attesa.

Allora li seguiamo?