BURMESE DAYS

Ed eccoci qua, indecisi se comprare il biglietto andata e ritorno per Yangon…andare o non andare, andare o non andare…mmmmmh…sono moltissimi i pro ma l’unica ragione che ci rende dubbiosi se comprare questo benedetto biglietto aereo ha davvero un forte peso. Il paese, come certamente saprete, è oppresso da un’odiosa quanto crudele dittatura militare, ed il pensiero che i nostri soldi possano finire nelle mani del governo ci riempie di disgusto. Inoltre, ogni tipo di comunicazione con l’esterno del paese è bloccata; nè Internet nè i cellulari funzionano e anche l’invio di e-mail viene spesso interrotto dall’ossessionante censura del governo. Avremmo voluto confrontarci con altri viaggiatori ma non siamo riusciti ad incontrare molta gente che avesse visitato il paese prima di noi, un pò a causa della dittatura, un pò a causa dell’errata convinzione che il Myanmar sia un paese estremamente pericoloso.

La decisione non è semplice ma riusciamo a raggiungere un compromesso tra l’angioletto ed il diavoletto appoggiati sulle nostre spalle: andremo in Myanmar ma solo per 2 settimane, senza allontanarci troppo dalle aree turistiche e cercando di limitare l’afflusso di soldi nelle tasche del governo Burmese.

Qualche giorno prima della nostra partenza scopriamo che in Myanmar accettano esclusivamente dollari americani praticamente immacolati, senza nessuna macchia, senza nessuna piega e solamente con data successiva al 2006. Andiamo quindi alla ricerca di banconote nuovissime, un pò negli uffici di cambio di Bangkok, un pò scambiandole con altri viaggiatori, stile figurine Panini….inoltre, non essendo riusciti a trovare banconote dall’aspetto impeccabile, Luca trascorre la sera prima della partenza a stirarle tutterisultato eccezionale!!!

Arriviamo a Yangon ed iniziamo a visitare quella che pensiamo essere la capitale del Myanmar…ah già, perchè dovete sapere che adesso la capitale è un piccolo villaggio chiamato Naypyidaw, nell’area centrale dello stato. Infatti, da quanto ci racconta un cameriere della nostra guesthouse, nel 2005, a causa della nefasta previsione di un indovino che prevedeva la caduta del regime se non avesse spostato la capitale più a nord, il governo decise di muovere tutti i propri uffici nella piccola cittadina, allora abitata da solamente 40.000 persone. Da quel momento sono stati costruiti grandi palazzi, moderni alberghi, ampi viali, un’autostrada a 8 corsie e, addirittura, un’area dedicata all’intrattenimento con eleganti ristoranti e locali alla moda. Peccato che la popolazione della nuova capitale, seppur notevolmente aumentata, sia composta solamente da circa 100.000 persone, per la maggior parte burocrati e famiglie che si muovono in taxi o air-con bus, contribuendo a creare una sorta di città fantasma; bar, ristoranti, negozi ed alberghi sono pressochè deserti, e anche per strada è difficile incontrare qualcuno. Centinaia di milioni di dollari sono stati spesi per la costruzione della nuova capitale, mentre la stragrande maggiornaza della popolazione del paese vive sotto la soglia della povertà. Pensate che stanno anche costruendo un moumento identico alla Shwedagon Pagoda presente a Yangon, addirittura un pò più alto, di modo da dare risalto alla capitale. La follia di questo governo supera di gran lunga la nostra immaginazione!!!

Andiamo a cambiare i nostri strapuliti, stranuovi e strastirati dollaroni al mercato di Yangon. Il cambio illegale è decisamente più favorevole rispetto a quello applicato dalle banche (si parla di circa il doppio, mica bruscolini), bisogna solo fare attenzione a non farsi fregare e contare 2 o 3 volte i soldi ricevuti prima di terminare la transazione. Altra alternativa, cambiare negli ostelli od hotel, il tasso non è buono come al mercato ma il rischio di fregature è molto basso. Controllate su questo sito il tasso di cambio reale, non considerate quello ufficiale che trovate su Internet, potreste avere brutte sorprese una volta arrivati in Myanmar: www.irrawaddy.org

Girando per Yangon rimaniamo subito colpiti dall’aspetto della gente burmese; le donne, infatti, sfoggiano uno strano make-up che copre soprattutto le guance. Sembra quasi argilla. Inizialmente pensiamo sia un trucco per qualche celebrazione particolare ma, chiacchierando qua e là, comprendiamo che è una mistura naturale che serve a proteggere dai raggi solari. Alcune donne se la spalmano a caso sul viso mentre altre, solitamente le più giovani e/o vanitose, creano fantasiosi disegni e composizioni sulla propria pelle. Anche i bambini solitamente hanno il viso spalmato con questa crema, mentre non sono molti gli uomini che la portano. Gli uomini, invece, vestono tutti delle lunghe gonne e masticano continuamente tabacco che poi sputano ovunque; questa pratica è talmente popolare che le strade cittadine hanno ormai assunto la rossa tonalità del tabacco, forse disgustoso ma assolutamente caratteristico.
 

Yangon è decisamente più moderna di quanto ci aspettassimo. Nelle nostre menti immaginavamo il Myanmar un pò come le aree rurali del Laos o della Cambogia. Invece qui ci sono strade, palazzi, tante macchine e motorini, anche se molto molto vecchi e malandati, e addirittura alcune fabbriche. Sembra quasi che la corsa alla modernizzazione del Myanmar fosse sulla giusta rotta ma qualcosa d’improvviso l’abbia irrimediabilmente interrotta, lasciando la sua popolazione in una sorta di limbo tra povertà estrema e sviluppo. Ciò si riflette anche nella mentalità della gente burmese, desiderosa di progresso ma ancora estremamente superstiziosa e naive. 

A Yangon visitiamo la bellissima e gigantesca Shwedagon Pagoda, 98 mt di stupa completamente ricoperta d’oro. La stupa è poi circondata da aree di preghiera e stupe minori, anch’esse ricoperte d’oro. E’ certamente uno dei monumenti più belli ed impressionanti che abbiamo mai visto. Per chi la visiterà, consigliamo di prendersela con calma e godersi l’atmosfera mistica che si respira in questo posto, rilassarsi al riparo dal sole sotto una delle decine di nicchie, farsi coinvolgere dal ritmo delle preghiere dei monaci, godere della bellezza dei mosaici che ricoprono i muri, apprezzare il sollievo offerto dal fresco tocco dei pregiati marmi che ricoprono i pavimenti della Shwedagon Pagoda.

Nonostante sia uno dei monumenti principali del Myanmar non abbiamo incontrato molti turisti e, anzi, molta gente locale osservava curiosa i pochi occidentali presenti, scattando loro foto di nascosto e cercando di scambiare qualche parola. Siamo rimasti sorpresi dalla curiosità della gente burmese e dalla loro voglia di sapere come sia il mondo al di fuori del Myanmar…ci fa ancora sorridere la divertente chiacchierata che abbiamo intrattenuto con un giovane monaco che affermava che Aga fosse uguale a Jannifer Lopez!!! :-) Probabilmente l’unica persona occidentale che avesse mai visto, magari su un video clip o sulla copertina di qualche giornale.

Noi abbiamo trascorso lì un’intera giornata e ci sarebbe piaciuto tornarci nuovamente, se non fosse per il biglietto d’ingresso di 5 US$ che, con tutta probabilità, finiscono nelle tasche del governo anche se dovrebbero servire per il mantenimento dell’area religiosa.

Lasciamo Yangon con un bus notturno, direzione Inle Lake. Arriviamo ad Inle verso le 4.00 di mattina. Il pullman ci scarica a circa 6 km dalla cittadina. Ci tocca prendere un taxi, anche perchè fa molto freddo e non riusciamo a riscaldarci nemmeno dopo un tè bollente comprato in uno dei piccoli ristorantini a bordo strada. Mentre aspettiamo che la nostra camera sia pronta, ci aggiriamo per le vie della piccola cittadina e osserviamo gruppetti di giovani monaci che, nonostante il freddo, scalzi e coperti solamente dal caratteristico telo rosso porpora, vanno in giro a raccogliere le donazioni della gente che deposita alimenti, cosmetici per la cura del corpo, denaro e quant’altro all’interno delle urne che i giovani monaci tengono tra le mani. Davvero molto suggestivo osservare queste figure silenziose che si muovono rapidamente per la città alle prime luci del giorno.

Anche qui ad Inle vi sono innumerevoli stupe ed il tempo è scandito dalle preghiere dei monaci che riempiono l’aria a diverse ore del giorno, soprattutto la mattina presto e la sera poco prima del tramonto. Come dice Aga, ci si accorge di essere in Myanmar se ovunque si volga lo sguardo si osservano almeno un paio di templi. Ed è vero, infatti gli edifici religiosi sono incredibilmente numerosi, e la quantità di monaci che è possibile incontrare è molto superiore rispetto a tutti i paesi in cui siamo stati fin’ora.

La vita ad Inle sembra trascorrere ad un ritmo delizioso, tranquillo, come le placide acque del gigantesco lago su cui si affaccia e da cui dipende. Per visitare il lago è sufficiente contattare uno delle decine di barcaioli che si trovano nelle prossimità del ponte e, per pochi dollari, potrete prenotare un tour di una giornata all’interno del lago. Vi consigliamo di unirvi ad altri viaggiatori. in quanto ogni barca può trasportare fino a 6 persone, di modo da abbassare notevolmente il costo del tour e limitare l’impatto ambientale dato che le imbarcazioni sono a benzina. Noi ci siamo uniti ad una coppia israeliana, conosciuta in giro per la città. Il tour è decisamente turistico, però potete richiedere di saltare le fermate alle botteghe artigiane e soffermarvi maggiormente nei villaggi galleggianti, negli orti galleggianti (ancora non abbiamo ben capito come cavolo abbiano fatto a crearli) o in altre zone meno battute, a vostra scelta. Comunque sia, in qualunque modo decidiate di visitare il lago, siamo sicuri che nessuno di voi rimarrà deluso dalla sua esotica bellezza.

Terminato il tour facciamo due chiacchiere con il barcaiolo e sua sorella Barbara che parla un inglese perfetto e ci invita a pranzo a casa sua il giorno successivo; dice che ci preparerà alcune specialità burmesi…non vediamo l’ora, anche perchè non è molto comune essere invitati a casa di gente locale qui in Myanmar; in gran parte del paese è addirittura vietato far entrare stranieri in casa propria. Qui ad Inle le autorità sembrano un pochino più elastiche ma ci sentiamo comunque dei privilegiati a poter andare a pranzo in una casa burmese.

La sera andiamo a vedere uno spettacolo tradizionale di marionette in un minuscolo teatrino ai margini della cittadina. Siamo gli unici due spettatori. Il gentilissimo marionettista ci offre il thè, si siede a chiacchierare con noi per una decina di minuti e poi inizia lo spettacolo che si rivelerà incredibilmente affascinante e divertente. Lo spettacolo dura 30 minuti, ma sono davvero minuti coinvolgenti che trascorriamo con un indelebile sorriso stampato sulla faccia…è impossibile rimanere impassibili davanti alla bravura del maestro ed alle acrobazie delle marionette. Non pensavamo che uno spettacolo di marionette potesse essere così divertente. Questo spettacolo è accompagnato da una voce registrata che, tra un atto e l’altro, spiega i significati dei balli e dei personaggi che prendono parte allo show. E’ sicuramente un modo diverso e coinvolgente per iniziare a conoscere la cultura birmana contribuendo, nello stesso tempo, a mantenere viva un’antica tradizione che sta pian piano scomparendo. Assolutamente raccomandato!!!

Ci presentiamo a casa di Barbara per il pranzo, insieme ai nostri amici israeliani. Qui, riparati dalle mura di casa,è possibile parlare di un pò di tutto, anche di politica, ma sempre con molta cautela. Scopriamo che, come in tutti gli altri paesi asiatici in cui siamo stati, i birmani sono molto tradizionalisti. Il principale obiettivo di un giovane è quello di raggiungere una stabilità economica per poi mettere su famiglia e vivere una vita dignitosa. Non sta bene per le ragazze avere diverse relazioni sentimentali, ci si dovrebbe fidanzare con qualcuno solamente quando si sia sicuri di poter poi convolare a nozze, altrimenti è meglio stare da sole per poi non rischiare di venir additata come una donna di facili costumi e rimanere zitelle a vita. Per quanto riguarda la politica, Barbara ci dice che, ovviamente, nessuno è contento della dittatura, però la stragrande maggioranza della gente non si interessa di politica; è meglio così, si evitano tanti problemi. Inoltre, per chi lavora in campo turistico come lei, le proteste che ogni tanto scoppiano nelle grandi città sono più un danno che altro, in quanto i turisti si spaventano e non visitano più il paese. Lei preferisce badare alla sua attività, assicurarsi un futuro (cosa davvero difficile in Myanmar) evitando di impicciarsi in cose più grandi di lei.

Comunque sia, il pranzo era buonissimo, anche se poi entrambi abbiamo accusato un pò di problemini, forse a causa dell’eccesso di cipolla; il menu era il seguente:

Pesce ripieno: per 4 persone, utilizzate 20 cipolle.

Insalata mista: per 4 persone, utilizzate 6 cipolle.

Totale, sempre per le stesse 4 persone, la bellezza di 26 cipolle, vale a dire 6,5 cipolle a persona!!! Maronna benedetta di Foggia e di Barletta…direbbe Lino Benfi!!!

Giudicate voi…pensate anche che appena finito di mangiare ci aspettava un viaggio di 11 ore in autobus…senza bagno!!!! :-) …Tralasciamo i dettagli va…

Arriviamo a Mandalay e qui ci uniamo ad altri 3 turisti per affittare uno dei tipici Blue Taxi che affollano la città per visitare 4 bellissime antiche città nei dintorni: Inwa, Amarapura, Sagaing e Mingun. Qui è possibile visitare una grande quantità di templi ed incontrare centinaia e centinaia di monaci. La gente locale è assolutamente ospitale e simpatica e cerca in ogni modo di stabilire una relazione con noi. I burmesi sono davvero un popolo incredibile, nonostante tutte le difficoltà che si trovano costretti ad affrontare quotidianamente, conservano un forte orgoglio nazionale ed un naturale buon umore. Inoltre adorano cantare…il nostro viaggio in Myanmar è sempre stato accompagnato da una sorta di colonna sonora, gentilmente offerta dai passanti che incrociavamo per strada, dalle donne delle pulizie delle nostre guesthouse, dai camerieri dei ristoranti in cui mangiavamo, dai tassisti, etc etc…dovreste poi sentire le band ed i cantanti birmani, sono davvero eccezionali.

Qui a Mandalay la povertà ed il degrado sono molto più evidenti rispetto a Yangon ed alla piccola Inle. Era dall’India che non ci trovavamo ad affrontare questo tipo di povertà, quella cittadina, ben diversa da quella meno degradante delle zone rurali incontrata in Laos e Cambogia. In città, infatti, è assolutamente lampante la differenza di stato sociale tra individui, ed i nullatenenti affollano le strade mendicado e frugando tra i rifiuti. L’impressione è che il paese sia allo stremo; le strade sono malandate e sporche, i palazzi decadenti, i vecchissimi veicoli che circolano in città tossiscono fumate nero carbone dalle marmitte, rendendo l’area spesso irrespirabile.

Chiacchierando con la gente la sentiamo spesso lamentarsi della difficile situazione in cui sono costretti a vivere, per poi cambiare velocemente argomento e tornare a farci domande sul nostro mondo. A volte gli scappa addirittura qualche battuta sul governo ma poi sembrano immediatamente pentirsi…qui non si scherza, è pieno di agenti in borghese che si aggirano tra la folla in cerca di dissidenti…

A Mandalay abbiamo conosciuto Zibi, un meraviglioso signore polacco sulla sessantina che, ormai da cinque anni, ogni inverno lascia la Polonia e va in viaggio per il mondo per circa 6 mesi. Pensate che non aveva mai viaggiato prima di cinque anni fa, ed ora è un travel-addicted, non può fare a meno di andare ad esplorare il mondo. Zibi è una persona davvero positiva, dotato di una gioia di vivere estremamente contagiosa. Da quando ci ha incontrato a Mandalay ha deciso di proseguire il viaggio con noi, modificando tutto il suo piano di viaggio e perdendo anche un pò di soldi delle prenotazioni degli alberghi che aveva già riservato. Con lui è scoccata immediatamente la famosa scintill,a e sin dal primo momento abbiamo tutti compreso che una profonda amicizia stava rapidamente nascendo.

Con lui abbiamo speso il nostro soggiorno a Mandalay per poi andare a Bagan, utilizzando il treno, questa volta. Sfortunatamente i treni sono di proprietà del governo, quindi vi sconsigliamo di utilizzarli. Purtroppo sia il bus che la nave dirette a Bagan non erano disponibili per il giorno in cui volevamo partire. Abbiamo quindi cercato di limitare i danni prendendo solamente biglietti di classe inferiore, costo 4 €, invece di quelli di classe superiore, costo 10 €. Però dobbiamo ammettere che è stato il viaggio più divertente della nostra vita. E’ stato come stare su di una giostra per 10 ore. Ok, non abbiamo chiuso occhio tutta la notte, ma non credo dimenticheremo mai questo viaggo. Non eravamo al corrente prima d’ora che un treno potesse ballare così tanto…abbiamo saltellato su e giù per il treno per l’intero viaggio. Ancora non comprendiamo come sia possibile che il mezzo non sia uscito fuori dai binari. Il treno prima oscillava a destra e sinistra, poi rimbalzava su e giù, e poi entrambi i movimenti contemporaneamente, facendoci scontrare in aria con i compagni di scompartimento…un viaggio davvero incredibile!!! :-)

Bagan è semplicemente stupenda!! Non credo esistano parole in grado di descriverla!!E’ qualcosa che ognuno dovrebbe vivere personalmente!!! Si può facilmente girare in bicicletta tra i suoi 2200 templi fermandosi a visitare quelli più interessanti. Pensate che Zibi, pur di stare insieme a noi, ha affittato una bicicletta e ha pedalato con noi tutto il giorno…erano 40 anni che non sedeva du un sellino…allora è proprio vero, è una cosa che non si dimentica mai!! :-) Grande Zibi!!!

Anche qui bisogna prendersela con calma, dedicare almeno un paio di giorni a godersi la tranquilla atmosfera che si respira da queste parti. I templi sono bellissimi, ma ancora meglio sono le vedute che si possono godere dalla sommità di alcuni di essi, soprattutto all’alba ed al tramonto. Non sarebbe uno scandalo se Bagan entrasse a far parte della lista delle meraviglie del mondo. Eccezionale!!!

Supersoddisfatti delle nostre 2 settimane in giro per il Myanmar, facciamo ritorno a Yangon dove ci aspetta l’aereo che ci riporterà in Thailandia. Entrambi abbiamo già una gran voglia di tornare qui in Myanmar, però aspetteremo che cessi questa terribile dittatura, se mai arriverà, anche perchè abbiamo potuto verificare personalmente che è quasi impossibile non consegnare soldi al governo; in ogni città d’interesse turistico si è costretti a pagare un biglietto d’ingresso di circa 10 $ che vanno interamente nelle casse governative. D’altro canto non rimpiangiamo il fatto di essere venuti fino a qui; la gente burmese semplicemente adora vedere turisti a spasso per le proprie città e ama stabilire un contatto con persone provenienti da altri paesi. E’ l’unico modo che hanno per conoscere il mondo e per sapere che il mondo è a conoscenza della loro esistenza e della loro difficile condizione…per chi non ha nessuna certezza, ricevere la conferma di esistere, significa tantissimo!!!

Consigliamo a tutti di andare a visitare il Myanmar, anche se comprendiamo le ragioni di coloro che preferiscono boicottare. E’ una scelta non facile…ma per coloro che andranno forniamo un paio di informazioni utili per limitare i danni:

> dormire nelle guesthouse meno care e MAI negli hotel governativi (il governo prende una percentuale da tutti gli hotel e guesthouse del paese. Ma dalle guesthouse più economiche prende percentuali minime, quindi meno pagate meno date al governo)

> non servirsi di compagnie di trasporti governative: autobus, treni, barche e aerei…chiedere alla gente locale per maggiori info

> spendete i vostri soldi in attività famigliari e acquistate beni dai piccoli produttori…il mercato solitamente è un buon posto dove fare acquisti!!

> evitate le grandi marche; il governo guadagna grosse percentuali sulle importazioni. Comprate e consumate prodotti locali, anche per quanto riguarda le barrette di cioccolato o le bevande che consumate.

Ok, ora sta a voi decidere se visitare il Myanmar o no!!!

Nel mentre noi si va all’altro capo del mondo…Dall’Alba al Tramonto Tour continua!!!! Ci si vede in Sud America!!! :-) Hasta pronto entonces!!! :-)

Tutte le foto su Facebook: “Luca ed Aga….vagabondi!!”: http://www.facebook.com/home.php#!/group.php?gid=133440970004412

Luca & Aga.
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SULLE RIVE DEL MEKONG…CHIRO VILLAGE!!!

Scendiamo dal bus alla stazione di Kampong Cham, a circa 6 km dal villaggio di Chiro, ed il nostro amico Cedric è già qui ad aspettarci, abbronzatissimo e sorridente. Abbiamo avuto il piacere e la fortuna di conoscere Cedric durante uno dei nostri fugaci soggiorni a Bangkok e, una sera tra una chiacchiera e l’altra, ci aveva raccontato di questo tranquillo villaggio sulle rive del Mekong, in cui lui era stato sino a qualche mese prima. Nemmeno mezz’ora era trascorsa che avevamo già dato la parola a Cedric che saremmo sicuramente passati dal villaggio per qualche giorno.

Incredibilmente le nostre strade si incrociavano nuovamente; che sorpresa trovarlo qui. E pensare che era partito per il Giappone, sicuro di fermarsi a lavorare per almeno un anno. Non è durato più di una settimana, gli mancava troppo il piccolo villaggio di Chiro. Scopriamo che sono ormai 4 mesi che è qui ed ha imparato Khmer sufficientemente bene da poter intrattenere una conversazione senza grossi problemi. Una manna dal cielo per noi!! Senza di lui la nostra esperienza sarebbe sicuramente stata molto più difficile e molto meno interessante. Grazie alla sua conoscenza della lingua abbiamo avuto la possibilità di apprendere rapidamente usi e costumi locali, raccogliere tantissime informazioni e inserirci velocemente nella vita della comunità.

Non so se saremo in grado di trasmettervi l’importanza che queste due settimane trascorse qui a Chiro Village abbiano rappresentato per noi. Sono state il momento più importante ed intenso del nostro viaggio, sino a questo momento. Abbiamo instaurato un legame profondo con la gentilissima famiglia che ci ospitava; è come se avessimo una seconda famiglia qui in Cambogia: abbiamo una mamma ed un papà, 5 fratellini e 2 sorelline. E’ stato così difficile lasciarli e partire…non c’è dubbio che torneremo il prima possibile a trovarli.

Troppe cose interessanti sono accadute in queste settimane per raccontarvele tutte, ed è altresì impossibile stilare un racconto con un unico filo conduttore, bisognerebbe tralasciare alcuni eventi che per noi invece hanno grande valore. Sarà quindi meglio raccontarvi degli spezzoni di vita a cui abbiamo avuto la fortuna di assistere, di modo che possiate avere un’idea più completa di ciò che per noi queste due settimane a Chiro abbiano significato.

Sophal, il fratello di “Ma”, cosi chiamavamo amichevolmente la nostra mamma cambogiana, lavora per un’ONG che si occupa di inserire centinaia di ragazzini, provenienti da famiglie economicamente svantaggiate, in corsi di formazione professionale, prevalentemente nel settore dell’accoglienza turistica. Per accedere a questi corsi i ragazzini devono superare alcune selezioni, tra cui una prova d’inglese. A questo proposito, Sophal ha attivato nel suo villaggio un corso d’inglese con l’intenzione di fornire una conoscenza di base della lingua ai bambini di Chiro, aumentando quindi le chance di superare le selezioni. Il corso è gratuito e l’unico insegnante viene pagato grazie alle offerte che i turisti, in crocera sul Mekong, lasciano durante la loro breve sosta a Kampong Cham; i bambini, che seguono anche un corso di musica tradizionale Khmer, offrono un divertente spettacolo di musiche e balli ai turisti che attraccano una volta a settimana, ricevendo in cambio le donazioni. Nonostante il progetto sia ancora in fase embrionale si iniziano ad osservare già alcuni risultati positivi; lo scorso anno, per esempio, 3 ragazzine sono riuscite a superare le selezioni e ad accedere ai corsi di formazione; speriamo siano solo le prime di una lunga serie.

Il corso di inglese si tiene il primo pomeriggio, una sorta di dopo-scuola. Al momento vi sono 4 classi, ognuna formata da una ventina di bambini, ma le richieste sono in continuo aumento. Il problema è che le donazioni dei turisti non sono quasi mai sufficienti per pagare il maestro d’inglese, tanto che Sophal ha dovuto spesso versare soldi di tasca propria. Dato che un insegnante da solo non è oggettivamente in grado di seguire 4 classi, l’apporto dei volontari è molto apprezzato, soprattutto se si ha la possibilità di fermarsi per lunghi periodi, al contrario di quanto abbiamo fatto noi due, per poter effettivamente contribuire allo sviluppo ed alla riuscita del progetto. Comunque sia la gente di Chiro è ben contenta di accogliere viaggiatori anche solo per mezza giornata, anche solo per un paio d’ore; non avendo alcuna possibilità di viaggiare nè di ricevere informazioni attraverso televisione ed Internet, gli unici contatti con il mondo esterno li hanno grazie ai pochi turisti che si avventurano nei pressi del villaggio. Se avrete mai la fortuna di passare da queste parti rimarrete certamente sorpresi dalla loro accoglienza e dalla loro curiosità.

Se foste interessati a ricevere maggiori informazioni sul villaggio e sulla possibilità di trascorrere un periodo di volontariato a Chiro, potete contattarci su Facebook “Luca ed Aga…Vagabondi”, dove potrete trovare molte più foto del nostro viaggio, oppure dare un’occhiata al profilo dell’associazione, sempre su Facebook “Organisation for Basic Training”; è ancora in via di aggiornamento ma speriamo di poterlo arricchire maggiormente una volta rientrati in Europa. Tra l’altro, nei prossimi mesi si vorrebbe attivare un programma di Home-Staying, di modo che chiunque fosse interessato a visitare il villaggio, possa soggiornare a casa di una delle gentilissime famiglie che vivono a Chiro.

Raggiungiamo Chiro in sella ad una piccola motocicletta, nel tragitto incrociamo decine e decine di persone che rispondono ai nostri sguardi curiosi con un sincerissimo sorriso. Le case sono tutte in legno e bambù, sollevate da terra di circa 2 o 3 metri; sì perchè qui almeno per una paio di mesi all’anno l’acqua invade tutta l’area ed è possibile girare solamente a nuoto o in piccole imbarcazioni a remi. Anche gli animali vengono portati in una zona collinare, circa 30 km più nell’entroterra, oppure sistemati su dei cumuli di terra che non potranno abbandonare sino a quando l’acqua non si ritirerà, poveretti.

Solitamente le case sono formate da un unico stanzone dove dorme tutta la famiglia. Non vi sono letti o altro, si dorme sul pavimento fatto di robuste canne di bambù; i più abbienti possono permettersi delle stuoie e dei cuscini. Noi siamo fortunati, per noi hanno preparato un materasso sufficientemente grande per ospitarci entrambi, sistemato sotto una grande zanzariera per proteggerci da tutti gli insetti e anche dai topi che gironzolano ovunque indisturbati non appena cala la notte. La casa in cui siamo ospiti è una delle più grandi del villaggio. Ci sembra che la nostra famiglia sia una delle più benestanti; riceve elettricità per circa 3 ore al giorno e possiede un televisore ed un lettore dvd, che rappresentano il principale intrattenimento per tutto il vicinato che si raccoglie qui ogni sera a guardare i video musicali e cantare gli ultimi successi di cantanti cambogiani. Hanno addirittura un bagno in muratura ad una decina di metri dalla casa, costruito giusto giusto un paio di mesi fa, mentre il resto del villaggio deve servirsi della vicina boscaglia. Aga ha trovato davvero un pò di tutto in quel bagno: ragni di dimensioni terrificanti, scorpioni e serpenti…addirittura un serpente che penzolava dal soffitto con ancora mezza rana che gli usciva dalla bocca. :-)

Qui al villaggio la vita ha tutto un altro ritmo. Non esistono orologi, il ritmo è scandito dal sole. La giornata inizia poco prima dell’alba; ci si sveglia già verso le 4.30, ci si lava velocemente, si cucina la colazione, solitamente composta da una zuppa di riso, si dà da mangiare agli animali e poi si va a scuola o a lavorare. La gente termina il turno nei campi poco prima del tramonto, si fa una rapida doccia, mangia e, al più tardi alle 9 di sera, si va tutti a dormire. Ok, noi non ci alzavamo propriamente alle 4.30, però quasi mai dopo le 6.00, anche perchè la signora di fronte cucinava una zuppa di riso spettacolare e bisognava presentarsi molto presto per non rimanere a bocca asciutta.

La vita del villaggio è molto dura, soprattutto per le donne che si dividono tra la cura dei figli ed il lavoro nei campi. Anche i bambini, una volta rientrati da scuola, danno il loro contributo aiutando i genitori. Alcuni di essi hanno la possibilità di studiare e frequentare dei corsi extrascolastici, a pagamento e quindi non accessibili ai più, e si fermano a scuola sino a sera. Gli altri assistono i genitori nelle loro attività, come la cura degli animali, la pesca o l’agricoltura; qui l’infanzia è molto breve e, in un modo o nell’altro, bisogna da subito contribuire al bene della famiglia.

Molti uomini, invece, non lavorano e trascorrono le giornate a bere e fumare con i propri amici; iniziano molto presto e anche Luca si è trovato più volte a bere l’alcolicissimo vino di riso di produzione locale ad orari impensabili, anche prima delle 7 di mattina. Eh si , perchè è maleducazione rifiutare un goccetto, bisogna quindi farsi almeno un paio di bicchierini in compagnia per non risultare offensivi. Durante queste allegre “riunioni” al vino si accompagna sempre qualche cosa da mangiare, molto spesso carne di cane. Si usa la carne di cane perchè alle donne non è permesso mangiarla nè tantomeno bere alcolici, in quanto perderebbero la protezione degli dei, quindi per non consumare altro cibo, che invece può essere consumato da tutta la famiglia, gli uomini sgranocchiano ottimi stuzzichini di cane durante le loro sbevazzate. Anche noi, ovviamente, non abbiamo potuto sottrarci dall’assaggiarla…non è niente male, anche se non andremo a caccia di cani una volta rientrati a casa, promesso!!!

Oltre ai beoni, trascorrevamo le giornate con i bambini più piccoli, dai 2-5 anni, ancora troppo giovani per andare a scuola e per aiutare i propri genitori. Le ore volavano in loro compagnia e, ancora una volta, come ci era già successo in India, rimanevamo colpiti dalla libertà e dalla spensieratezza di quei bambini. Lasciati soli per gran parte del giorno senza la supervisione di alcun adulto, se non qualche nonno che stancamente osservava da lontano che nessuno si facesse eccessivamente male, trascorrevano le giornate torturando gli animali, arrampicandosi su di noi, sugli alberi, sui bisonti e sulle mucche, facendo la lotta, rincorrendosi su e giù per il villaggio, cantando, gridando, e tutto ciò che gli passasse per la testa. Momenti assolutamente indimenticabili ed unici. Vedere quei bambini cosi felici ed allegri, mai annoiati, in totale armonia con la natura, rincorrersi nudi e sporchi per il villaggio, saltare nelle pozzanghere, mangiare qualunque cosa trovassero per terra, faceva affiorare nella nostra testa non poche domande sull’effettiva bontà dello stile di vita che seguiamo nelle nostre moderne società, così artificiale ed innaturale. Dobbiamo ammettere che un pochino d’invidia l’abbiamo provata nell’osservare quei bambini, assolutamente liberi, assolutamente felici.

Durante la nostra permanenza era periodo di matrimoni in Cambogia, abbiamo quindi avuto la fortuna di assistere ai preparativi di una sposa per il giorno del suo matrimonio. La giovane, infatti, sotto la severa supervisione della mamma, doveva trascorrere intere giornate seduta all’ombra a farsi cospargere di creme sbiancanti e ingurgitare un pò di tutto, per accumulare più grasso possibile. Durata del trattamento, tre settimane circa. L’esatto contrario di ciò che succede da noi dove sia uomo che donna fanno di tutto per perdere più chili possibile e si ammazzano di solarium!!! Qui i canoni di bellezza sono estremamente diversi dai nostri; per essere bella una ragazza deve avere la pelle chiara e qualche chiletto in più. Possiamo comunque dire che a lei è ancora andata bene, pensate che fino a qualche tempo fa le giovani ragazze venivano rinchiuse in casa subito dopo il loro primo ciclo sino alla data del matrimonio, di solito 3 mesi più tardi, al riparo dalla luce del sole, di modo che la pelle si schiarisse, e le veniva insegnato tutto il necessario per diventare una perfetta donna di casa.

Dopo circa 10 giorni al villaggio, anche la nostra amica Simona ha deciso di raggiungerci. Sfortunatamente dopo qualche giorno non si è sentita molto bene, con tutta probabilità a causa delle scarse condizioni igeniche e del diverso cibo che si mangiava al villaggio. Così, un pò per curiosità, un pò per incoscienza, si è sottoposta ad un trattamento di medicina locale chiamato COPCHOL (non siamo proprio sicuri se si scriva così…). Secondo le credenze locali, il corpo umano è attraversato da delle correnti d’aria, a volte accade che del vento rimaga intrappolato all’interno del corpo e per questa ragione ci si ammala. Il Copchol serve per liberare il vento intrappolato e farlo uscire dal nostro corpo. E’ una terapia decisamente dolorosa in quanto consiste nella rottura dei capillari tramite l’utilizzo di una moneta. Ecco a voi il risultato:

C’è da dire che il giorno dopo La Simo si è sentita molto meglio…Comunque sia, i segni le sono rimasti sul corpo per circa una decina di giorni. :-)

Durante una delle nostre serate al villaggio in compagnia della nostra famiglia, arrivò un ospite importante. Alcuni degli uomini comprarono un paio di casse di birra e invitarono anche Cedric e Luca (Aga no perchè, come abbiamo già detto, alle donne non è permesso bere). Durante la serata furono toccati diversi argomenti tra cui lo sterminio compiuto dai Khmer rossi che aveva mietuto numerose vittime anche da queste parti. Quasi tutti avevano perso qualche caro a causa della follia di quei criminali. Solamente uno dei presenti non aveva perso nessun familiare in quanto aveva fatto parte dell’esercito dei Khmer rossi!!! Per noi era inconcepibile, stavamo bevendo in compagnia di uno dei Khmer rossi…di una di quelle bestie di cui avevamo tanto letto sui libri e sui documenti storici…e mentre le storie degli orrori e dei crimini perpetuati dall’esercito di Pol Pot si susseguivano, cresceva in noi l’incredulità che vittime e carnefice potessero sedere fianco a fianco, come se nulla fosse accaduto. A quanto poi siamo riusciti a comprendere, la gente del villaggio non lo ha certo perdonato, però l’idea comune è che anche lui sia stato in qualche modo vittima della dittatura in quanto, se si fosse rifiutato di obbedire ad un qualsiasi ordine, sarebbe stato ucciso insieme alla sua famiglia. Nonostante queste spiegazioni rimaniamo ancora increduli a ciò che abbiamo assistito.

Come potete osservare sono innumerevoli le differenze che contraddistinguono il nostro ed il loro stile di vita e che traspaiono da questi pochi episodi che abbiamo riportato. Speriamo di aver acceso in voi un pò di curiosità in più e che vogliate, un giorno, mettervi alla prova ed andare di persona a conoscere la bellissima gente di Chiro e la nostra gentile famiglia cambogiana.

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L’orrore ed i tesori della Cambogia

Attraversiamo il confine cambogiano mentre il sole cala, come un sipario, sul nostro spettacolare, anche se bagnaticcio, soggiorno vietnamita…anche noi adesso, come John Rambo, potremo dire di essere stati in Vietnam!!!

La Cambogia si presenta come una gigantesca distesa di campi coltivati e risaie tra le quali, di quando in quando, sorgono piccole capanne di bambù. A giudicare dal paesaggio sembra che sia un incrocio tra Laos ed India, ma è ovviamente solo un’impressione superficiale dato che non abbiamo ancora messo il naso fuori dal nostro air-con bus.

Phnom Phen non è molto diversa dalle altre città asiatiche in cui siamo stati. Carina ma nulla di eccezionale. Il palazzo reale si trova giusto a ridosso del fiume. Sfortunatamente era chiuso nei giorni in cui eravamo li, quindi non possiamo esprimerci a riguardo. Turisti ed expats (stranieri che vivono in città, per lo più per motivi di lavoro) si ritrovano nei locali a ridosso del fiume,a pochi passi dal palazzo reale. Qui c’è la possibilità di scegliere tra una grande varietà di pub, club e ristoranti, anche se a farla da padrone sono locali con nomi come Pussy-cat o Beer & Girls, pieni di provocanti e giovani ragazzine in cerca di occidentali ricchi e frustrati. La solita tristezza insomma…

Gironzolando per la città o perdendosi in uno dei suoi numerosi mercati, mai deludenti in Asia, è difficile non notare la giovanissima età della popolazione cambogiana. A quanto pare l’età media dell’intera popolazione è di appena 22 anni….hei, nemmeno alla mia università c’era una media così bassa, contando che è pieno di trentenni che devono ancora terminare la triennale (ogni riferimento a cose, persone e fatti realmente accaduti è puramente casuale) :-)

Alla base del fatto che il 70% del paese sia sotto i 30 anni vi è una delle pagine più buie della storia del ventesimo secolo, il genocidio commesso dai Khmer Rossi contro la loro stessa popolazione. Quanto avvenuto qui in Cambogia, appena poco più di 30 anni fa, sembra impossibile; la furia e l’idiozia dei Khmer Rossi ha sterminato un quinto della popolazione cambogiana nel delirante tentativo di attuare la più radicale rivoluzione della storia, trasformare la Cambogia in una gigantesca cooperativa agraria, completamente indipendente dal resto del mondo. L’idea era quella di creare una popolazione di ubbidienti soldati in grado di riporare la Cambogia agli antichi fasti dell’impero Khmer. Per far ciò, secondo Pol Pot ed i suoi seguaci, era necessario cancellare ogni collegamento con il passato ed ogni traccia di opposizione, oltre ad eliminare ogni tipo di influenza con il mondo esterno, capitalista e, perciò, malvagio. Portare un orologio od indossare gli occhiali, erano già motivi sufficienti per essere torturati ed uccisi. Chiunque possedesse un qualsiasi titolo di studio, incluso medici ed infermieri, veniva ucciso; anche parlare una lingua straniera era ragione sufficiente per essere giustiziati. La Cambogia era diventata un immenso campo di concentramento. Tutta la popolazione, inclusi i bambini, era obbligata a lavorare nei campi dalle 8 alle 14 ore al giorno, tutti i giorni e con ogni condizione climatica, per poter vendere riso alla Cina in cambio di armi. Gli anziani, i disabili e chiunque non fosse in grado di lavorare o di tenere i disumani ritmi lavorativi, era d’intralcio alla rivoluzione ed andava eliminato. Tutte le città, inclusa Phnom Phen, erano diventate delle vere e proprie città fantasma; l’intera popolazione era stata trasferita nei campi. Contro gli abitanti delle città si accaniva maggiormente la furia dei Khmer Rossi; era giunto il momento di pagare lo scotto degli anni vissuti nell’agio delle città, mentre la maggior parte della popolazione faticava ogni giorno lavorando nei campi. Oltre due milioni di persone hanno perso la vita tra l’aprile del 1975 ed il gennaio del 1979, quando l’esercito vietnamita ha finalmente liberato la Cambogia dalla tirannia di Pol Pot e dei suoi uomini.

Per chi volesse meglio approfondire questo argomento, consigliamo due libri, entrambi molto toccanti ed impossibili da dimenticare: Killing Fields, di Dith Pran, e First They Killed My Father, di Loung Ung (sfortunatamente siamo in grado di fornirvi solo i titoli in inglese, ma le librerie potranno procurarvi facilmente l’edizione italiana).

A Phnom Phen bisogna visitare il Tuol Sleng Museum; una volta questa era una scuola superiore, successivamente trasformata dai Khmer Rossi in una prigione conosciuta col nome di S-21. Al suo interno venivano detenuti e torturati, prima di essere uccisi, coloro sospettati di tramare contro la rivoluzione. Oltre 100 persone al giorno venivano massacrate fino alla morte; i Khmer Rossi, per risparmiare sui proiettili, non sparavano alle loro vittime ma le uccidevano dissanguandole, oppure a colpi di martello o con altri attrezzi agricoli. I neonati ed i bambini più piccoli venivano spesso uccisi di fronte ai propri genitori, per convincerli a confessare le loro colpe e fare i nomi dei loro complici. Intere famiglie hanno perso la propria vita qui dentro o nei vicini Killing Fields (Campi di sterminio). Pensate che, quando l’esercito vietnamita ha liberato la prigione, al suo interno vi erano 17000 detenuti e solamente 7 erano ancora in vita. Ad oggi solamente 3 sono ancora vivi. Durante la nostra visita alla prigione, abbiamo avuto la fortuna di incontrare uno di essi, il Sig. Chum Mey, che ci ha raccontato la sua incredibile esperienza, rendendo ancora più vivo e forte il nostro sdegno ed il nostro dolore. Grazie ad un traduttore che seguiva una squadra di rugby australiana in tournee in Cambogia, siamo riusciti a comprendere le parole dei suoi racconti, ma i suoi occhi, che ancora si riempiono di lacrime al ricordo dei familiari e degli amici scomparsi, la sua voce, che trema per la paura che ancora lo perseguita, non hanno bisogno di nessuna traduzione. Avevamo entrambi una gran voglia di abbracciarlo. Cosi piccolo e minuto nella sua statura, apparentemente indifeso, eppure talmente forte da essere sopravvissuto all’orrore ed essere riuscito ad andare avanti, talmente forte addirittura da perdonare i propri carnefici. Non riusciamo proprio a capire come sia possibile perdonare…per noi sarebbe impossibile, probabilmente.E’ estremamente importante ascoltare le testimonianze direttamente dalla viva voce dei sopravvissuti, sono più incisive ed istruttive di qualsiasi libro o lezione di storia.

Come ulteriore smacco a questa povera gente, si aggiunge la lentezza della giustizia nel perseguire i colpevoli delle atrocità perpetrate dai Khmer Rossi, con il silenzioso benestare dei governi che si sono succeduti alla testa del paese, in qualche modo sempre collegati con personaggi di spicco alla guida dell’esercito di Pol Pot. Pensate che i primi processi contro alcuni capi dei Khmer Rossi sono iniziati solamente tre anni fa, ed esclusivamente a carico di un esiguo numero di persone, mentre tutti gli altri l’hanno ormai fatta franca. L’attuale governo ha inoltre dichiarato di non essere più interessato a continuare la ricerca di altri colpevoli, volendo voltare per sempre la più nera pagina della recente storia cambogiana, facendo tirare un bel sospiro di sollievo a tutti i criminali che hanno preso parte al massacro durante quei terribili anni e che sono ancora in circolazione.

Un’amica di Simona, Brigitta, che lavora per una ONG qui nella capitale, ci spiega alcuni aspetti della cultura di questo popolo. Nonostante siano tutti gentili e sorridenti, i cambogiani, almeno quelli di città, sono molto diffidenti. E’ estremamente difficile stringere rapporti di amicizia, ricevere un invito ad andare a casa di qualcuno, oppure farsi raccontare qualcosa del proprio passato o delle proprie famiglie. Questa è una naturale conseguenza della diffidenza e della paura che attanagliava tutti i cambogiani durante gli anni della dittatura di Pol Pot. Per avere qualche minima chance di sopravvivenza era necessario rimanere nell’ombra, non farsi notare e, soprattutto, non confidarsi con nessuno, per evitare i frequenti tradimenti da parte di vicini ed amici. Le persone non scambiavano nemmeno più informazioni con i propri parenti dato che meno si sapeva e meno si poteva comunicare agli aguzzini in caso di cattura e di tortura.

Ci fidiamo del giudizio di Brigitta che è qui ormai da oltre un anno anche se, come prima impressione, i cambogiani ci sono sembrati molto aperti ed ospitali. Vedremo se gli incontri che faremo in giro per la Cambogia nelle prossime settimane ci aiuteranno a farci un’idea più precisa riguardo la povera e ancora sofferente popolazione di questo martoriato paese.

La nostra seconda tappa è Siem Reap dove andremo a visitare una delle Sette Meraviglie del mondo, anche se alcuni dicono che sia l’ottava… comunque sia, i templi di Angkor sono davvero una meraviglia. Il biglietto d’ingresso è un pò caro, 20 $ a persona per un giorno, ma ne vale assolutamente la pena. Iniziamo il nostro tour dei 400Km quadrati che compongono l’area archeologica di Angkor quando è ancora buio; non possiamo proprio perderci il momento in cui il sole lentamente va a prendere il suo posto nel cielo spuntando proprio alle spalle del tempio simbolo della Cambogia. A causa del buio (consigliamo di portare una piccola torcia elettrica) fatichiamo un pochino a raggiungere il laghetto ai piedi del tempio. Aspettiamo circa trenta minuti prima che il sole inizi a schiarire lentemente il cielo, colorando di blu lo sfondo dietro Angkor Wat, il tempio visto tante volte in televisione ed in fotografia, che ora prende forma minuto dopo minuto davanti ai nostri occhi. Le fotografie si sprecano, perchè ad ogni istante le sfumature di colori regalateci da una bellissima alba sembrano essere sempre più perfette. Quando il sole è già alto, noi ci soffermiamo ancora un pò ad ammirare la bellezza del tempio, prima di addentrarci ed esplorare il suo interno.

Dopo aver visitato Angkor Wat, ci dirigiamo verso gli altri templi; i più impressionanti, a nostro parere, sono Bayon, con le centinaia di facce sorridenti, raffiguranti il re Avalokiteshvara, che osservano i turisti da ogni angolo, e Ta Phrom, forse il più bello di tutti, dove la natura mostra la sua forza ricoprendo ogni mattone di un sottile strato di muschio, creando una suggestiva aurea verde brillante, e facendo “colare” giganteschi alberi sulle mura del tempio che, come fossero giganteschi boa, avvolgono la costruzione in un silenzioso e distruttivo abbraccio.

La sera stessa andiamo a fare baldoria nella zona turistica di Siem Reap, nella cosiddetta Pub Street. Qui è possibile trovare una gran quantità di locali, alcuni anche molto carini. Dopo una giornata ad Angkor Wat, perchè non trascorrere la serata ad Angkor What?, un locale dove è possibile fare due salti ed incontrare altri turisti ed expat. Occhio solo se fate le ore piccole perchè la città si svuota e rimangono in giro solo giovani ragazzini in cerca di soldi facili; hanno cercato di derubarci più volte, aprendo borse e zainetti e cercando di allungare le mani nelle tasche e verso qualunque cosa di valore. Non vi agitate, non sono pericolosi, però possono rappresentare lo spiacevole epilogo di una bellissima giornata.

Ora andiamo per un paio di settimane a vivere con una famiglia in un piccolo villaggio sulle rive del Mekong, insegnando inglese ai piccoli bambini provenienti da famiglie molto povere. Sarà un pò dura, senza elettricità ed acqua corrente…ma in questo modo avremo, finalmente, l’opportunità di osservare da vicino come vive la stragrande maggioranza della popolazione cambogiana, oltre a metterci nuovamente in gioco, pronti ad affrontare un’altra piccola sfida personale.

A presto!!! Luca & Aga

P.S. se volete vedere più fotografie: Luca ed Aga vagabondi…su Facebook!! Ciao

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WET WET WET!!!

Lasciamo Hanoi, ricoperta da un cielo grigio che promette una bella scarica di pioggia, comodamente sdraiati nei piccoli letti del nostro sleeping-bus, direzione Hue. Felicissimi di andare a Sud, a visitare alcuni siti Unesco ed a godere dell’esotica bellezza delle stupende spiagge vietnamite. Già dopo poco più di un’ora ci troviamo in mezzo ad un temporale. Dopo circa un’altra oretta la pioggia è ancora lì a farci compagnia, ma siamo positivi, siamo ancora a Nord, giù fa caldo, c’è il sole!!!! Niente da fare, non ci liberiamo della perturbazione nemmeno quando arriviamo a destinazione. E’ ancora presto, troviamo rapidamente una buona guesthouse e crolliamo tutti e tre sfiniti dal viaggio e dalle poche ore di sonno. Ci svegliamo dopo qualche ora e decidiamo di visitare la città ugualmente, anche sotto l’acqua che non sembra aver intenzione di smettere di cadere dal cielo. Come tre fantasmi, avvolti nelle nostre lunghe mantelline, ci dirigiamo verso la città vecchia. Il centro storico di Hue è circondato da delle alte mura ancora ben conservate, mentre il resto della città è andato distrutto dal trascorrere degli anni e dalle bombe americane. All’interno delle mura vi è la Città Proibita, così chiamata perchè era riservata al Re, alle sue mogli ed alla servitù, nessun altro era autorizzato ad accedervi. Al suo interno si possono ancora osservare alcuni templi ed altri edifici storici, mentre al di fuori c’è ben poco da vedere. Ulteriori siti d’interesse sono sparsi lungo il fiume Song Huong, sarebbe quindi consigliabile fare un giro in barca, fermandosi a visitare le tombe dei re ed i bei templi che sorgono sulle sue sponde. Purtroppo la pioggia non ci ha dato mai tregua, fiaccando la nostra voglia di visitare la città; abbiamo quindi preferito spendere le giornate tra il mercato coperto e le varie Bakery che sfornano torte e dolci ad ogni ora del giorno.

Chiacchierando con la gente del posto scopriamo che questa è la stagione delle piogge nel Cento-Sud Vietnam (porca miseria!!!) quindi sarà davvero improbabile trovare bel tempo. Ci viene però detto che più a Sud la perturbazione non dovrebbe essere ancora arrivata e dovrebbe essere bello; decidiamo così di partire alla volta di Hoi An, nuovamente con uno sleeping-bus. Ah, ricordatevi che fa un freddo bestia la notte, per via dell’aria condizionata sempre accesa, quindi portatevi una maglia pesante, una sciarpa o qualcosa per coprire il collo e, magari, del nastro isolante spesso per tappare i diffusori dell’aria.

Alle 4.00 di notte veniamo bruscamente strattonati da uno dello staff del pullman, è la nostra fermata. Cavoli, piove ancora, e di brutto!! Tempo 5 secondi ed il bus si ferma; non è che possono avvisare qualche minuto prima, di modo che si possa recuperare i propri averi con un minimo di calma…avere gente intorno che ti mette fretta, parlando una lingua di un altro pianeta, quando si è ancora con la mente totalmente appannata dal sonno, non è sicuramente il modo più delicato per iniziare la giornata. Comunque, sia io che Aga abbiamo avuto un ottimo training sin da piccoli, entrambi “grazie” ai nostri papà. Il mio entrava in camera e tirava su le serrande ad una velocità supersonica, creando un rombo che dallo spavento faceva appiccicare me e mio fratello al soffitto, oltre a venire brutalmente accecati dalla luce del sole…se non c’era il sole e noi ci riaddormentavamo, oltre ad accendere la luce,ci stringeva il ditone del piede fino a che non ci svegliavamo per bene…la giornata da li in poi non poteva che migliorare!!! Ad Aga, invece, suo padre le toglieva semplicemente la coperta, lasciandola congelare nelle gelide temperature polacche…oppure, se non era cosi freddo, la prendeva per una gamba e la trascinava fuori dal letto!! Ci provassi io credo mi farebbe volare dalla finestra, senza nemmeno avere la cortesia di aprirla!! :-)

Comunque sia, ci lasciano in mezzo ad una strada statale appena fuori le mura della città. Decidiamo di aspettare che sorga il sole e che smetta di piovere (illusi) in un piccolo caffè a bordo strada. Spendiamo lì circa 3 ore, seduti all’unico tavolino che si affaccia all’interno del piccolo appartamento dei proprietari, ascoltando musica tecno e giocherellando con le 3 piccole figlie che si preparano ad andare a scuola. Data l’insistenza della pioggia, decidiamo di prendere un taxi sino alla guesthouse. Questa volta usciamo subito, sempre avvolti nelle nostre mantelline…fossimo stati in quattro saremmo potuti essere scambiati per i TeleTubbies. Hoi An è davvero bella. Una serie di piccoli vicoli che si snodano tra antiche abitazioni cinesi e templi molto affascinanti, il tutto intorno al fiume Thu Bon, che in quei giorni, data l’abbondante pioggia, invadeva già buona parte dell’adiacente via pedonale ed arrivava sino alle porte dei ristorantini e dei bar dall’altra parte della strada. Se una città riesce a colpirti nonostante il brutto tempo, allora vuol dire che ha davvero qualcosa di speciale. Siamo stati benissimo ad Hoi An, anche se non abbiamo potuto visitare le sue bianche spiaggie a causa del cattivo tempo, ma tra il suo mercato ed i bei localini sparsi nel centro storico, abbiamo trascorso delle piacevolissime giornate. Al mercato è possibile gustare le specialità del posto, come il Cao Lao ed i White Rose, a prezzi bassissimi, mentre molti localini lungo il fiume vendono birra di propria produzione ad un prezzo pericolosamente basso, circa 0,12€ al bicchiere. E qui ad Hoi An non scherzano mica, è una delle birre più buone che abbiamo bevuto sin dall’inizio del viaggio.

La ragazza alla reception ci dice che piove in tutto il Centro-Sud e che dalle parti di Hue ci sono state esondazioni, però a Saigon e dintorni il tempo dovrebbe essere bello. Decidiamo allora di partire alla volta di Nha Trang, cittadina di mare, meta del turismo estivo vietnamita, ad appena qualche ora di macchina da Saigon. Purtroppo ci troviamo costretti a saltare Mui Ne, dove progettavamo di rotolarci giù dalle gigantesche dune di sabbia bianca, pazienza, anche questo fa parte del viaggio!!

Arriviamo a Nha Trang la mattina presto e veniamo accolti da un tiepido sole…finalmente un pò di tregua!! Grazie al Couchsurfing riusciamo a contattare un ragazzo di origine indiana che vive qui a Nha Trang; lui al momento si trova in Russia per le vacanze, però manda un paio di amici alla stazione dei pullman per consegnarci le chiavi di casa sua, ed eccoci qui, per qualche giorno “proprietari” di una bellissima casa sulla spiaggia!! Wow, dopo 6 mesi di viaggio non ci dovevamo sentire ospiti, potevamo godere l’atmosfera di una casa solo per noi, senza altra gente; non ce ne eravamo resi conto sino a quel momento, però era una sensazione che ci mancava tantissimo. Il tempo di una doccia rapidissima e schizziamo fuori per approfittare della bella giornata. Sfortunatamente il mare è mosso e freddo, non è la stagione adatta per fare il bagno, quindi decidiamo di girare a piedi la città. Nha Trang non è un gran che, una serie infinita di alberghi uno accanto all’altro, bar, ristoranti e locali, ricorda un pò il lungo mare di Rimini. Non c’è molto da vedere, a parte Long Son Pagoda, alle cui spalle è seduto un gigantesco Buddha bianco, proprio in sommità della collina che sovrasta la città. Ci giunge all’orecchio di un’interessante mostra fotografica ospitata presso l’abitazione di un artista vietnamita di nome Long Thanh, affermatosi a livello internazionale per la bellezza degli scatti che catturano momenti di vita quotidiana della sua gente. La mostra è estremamente affascinante. Se passate da queste parti, non perdetevela perchè rappresenta una delle rare occasioni per conoscere la cultura di un popolo da una prospettiva diversa, attraverso gli occhi di una persona locale dotata di una notevole sensibilità artistica. Fa piacere osservare che quasi tutti suoi soggetti sono presenti anche nelle nostre fotografie, anche se la differenza nella qualità dei suoi e dei nostri scatti è abissale.

Si parte alla volta di Can Tho, cittadina nel bel mezzo del Mekong Delta, famosa per i suoi mercati galleggianti, dopo aver trascorso l’ultimo giorno a Nha Trang sotto la pioggia. Anche qui il tempo non è a noi favorevole ma, fortunatamente, durante la nostra giornata in barca il sole decide finalmente di mettere fuori il naso. Can Tho non è niente di che; rumorosa, trafficata, senza birrifici (e questo è il peggio del peggio!!!) ma ha dalla sua una bella passeggiata lungo il fiume e la vicinanza ai caratteristici mercati e villaggi gallegianti. La signora che guida la barca è molto gentile e ci pulisce tutta la frutta che acquistiamo al mercato, inoltre crea delle belle composizioni floreali per Aga e Simona con foglie di banano, fiori e frutti raccolti dalle piante che si affacciano sul fiume. Dopo tre giorni a Can Tho prendiamo un bus e ci dirigiamo a Saigon…dobbiamo correre perchè in pochi giorni il nostro visto scadrà e non abbiamo intenzione di pagare per estenderlo.

Saigon = Traffico!! Quando, in Good Morning Vietnam, dicevamo che Hanoi è piena di motorini era solo perchè non eravamo mai stati a Saigon (o Ho Chi Minh City, come preferite chiamarla). La quantità di motorini è strabiliante, tanto che si creano immensi ingorghi talmente fitti e disordinati che è addirittura impossibile attraversarli a piedi, quindi ci si trova a stare in coda nel traffico anche se si sta solo passeggiando. Pazzesco!!

Ho Chi Minh City è decisamente più moderna di Hanoi; alberghi di lusso ed eleganti palazzi, sede di uffici di importanti gruppi multinazionali, fanno bella mostra di sè nel centro città, mentre ai loro piedi la quotidiana vita cittadina trascorre freneticamente. Notiamo che anche il numero delle automobili, molte delle quali di lusso, è molto superiore rispetto alle altre città sin ora visitate. La zona backpacker non è male, anche se costellata da locali e ristoranti superturistici, oltre alle immancabili sale massaggi e sale biliardo dove la prostituzione fa affari d’oro, grazie ai sempre presenti sfigati provenienti da tutto il mondo “ricco”. Nelle viette laterali è comunque possibile trovare posti frequentati anche da vietnamiti…ma poi scusate, chi vuole venire fino in Vietnam per andare in locali identici a quelli che si possono trovare a casa? Stesso tipo di gente, stessa musica, stesso modo di divertirsi…Mah??

Nelle vicinanze di Saigon ci sono i Cu Chi Tunnels, chilometri di cuniculi sotterranei utilizzati dai Vietcong per effettuare incursioni in territorio nemico, fondamentali per la vittoria dell’esercito di Ho Chi Minh nella tragica guerra del Vietnam. E’ molto interessante osservare le ingegnose quanto rudimentali tecniche utilizzate dai nord-vietnamiti per portare a termine i loro attacchi; esistevano delle vere e proprie cittadine sotterranee, con tanto di cucine, ospedali ed officine per costruire nuove armi, utilizzando gli scarti ed i resti di quelle sottratte al nemico. Dopo la visita ai tunnel, è anche interessante visitare il Museo dei crimini di guerra (War Remnants Museum), giusto per rimanere in tema, dove sono riportate immagini e documenti dei crimini attuati dai militari americani durante la guerra del Vietnam. Siate pronti ad affrontare qualcosa di estremamente forte.

E’ un peccato che ci sia stato possibile fermarci a Saigon/Ho Chi Minh City solo per tre giorni. Sicuramente non sono sufficienti per conoscere a fondo una città tanto grande ed importante per la storia recente di questo paese. Speriamo comunque di avere la possibilità, nel prossimo futuro, di tornare nel sud del Vietnam che, un pò per il mal tempo, un pò per l’imminente scadenza del visto, abbiamo dovuto visitare superficialmente.

Ora andiamo in Cambogia…prossima destinazione Phnom Penh, o come dice Simona, Sean Penn…ci sentiamo presto!!

Ah, per chi volesse guardare più fotografie, abbiamo diverse immagini su Facebook, dove potete vedere gli album di tutti i paesi sin ora visitati. E’ sufficiente accedere al gruppo “Luca ed Aga…..Vagabondi”.

Un abbraccio da Luca & Aga.

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Vietnam Mare & Monti

Ancora eccitati dal fresco ricordo dei magici incontri avvenuti in Laos, ci dirigiamo a Sapa, nel nord del paese, carichi di aspettative ed ansiosi di conoscere le minoranze che abitano le montagne del Vietnam. Aaaah, Sapa è bellissima. Panorami unici circondano questa cittadina di montagna, estremamente curata ed accogliente…è davvero un peccato che sia stato possibile osservarli solamente dalle cartoline che fanno bella mostra all’ingresso di ogni negozio, a causa della fittissima nebbia che, come un mantello, ha avvolto costantemente il nostro soggiorno. Noi però non ci siamo persi d’animo; abbiamo ugualmente affittato una moto e siamo andati in cerca delle minorities…anzi, a dire il vero cercavamo di scollarci di dosso le decine di fanciulle che insistentemente si appiccicano ad ogni turista con l’intento di rifilargli qualche souvenir. Sapa, infatti, è invasa da donne appartenenti ai vari villaggi della zona che cercano di vendere gli oggetti di loro produzione a tutti i turisti di passaggio. Appena arrivati in città il tutto sembra anche essere simpatico, folcloristico, ma già dopo una giornata ci si è oltremodo stufati di rispondere alle canoniche domande che rieccheggiano nell’aria: “Da dove vieni? Come ti chiami? Che bel nome (anche se ti chiami Ajeje Brazorf). Compri qualcosa da me? Magari dopo, ok promesso!!”.
Sapa effettivamente è troppo turistica e l’incontro con le minorities non è così genuino e sincero come invece può essere in Laos. La cosa positiva è che questa gente parla un inglese da far vergognare la regina Elisabetta, è quindi possibile spendere ore a chiacchierare con loro e scoprire aspetti della loro cultura difficilmente raggiungibili con la sola osservazione…ovviamente poi bisogna comprare qualche souvenir per ripagare la compagnia…qui non si ottiene niente per niente!! 

In motocicletta faceva un freddo bestia; strano, eppure il nostro abbigliamento invernale era pressochè impeccabile: due paia di calzini corti, pantaloni del pigiama sotto un paio di jeans, svariate t-shirt, felpine primaverili, k-way e calzini sulle mani a mò di guanti. Abbiamo quindi deciso di parcheggiare la moto e continuare a piedi, attraversando diversi villaggi immersi tra le colline e le risaie, costantemente accompagniati da 5-6 ragazzine ed i loro souvenir. Il posto è davvero bello e la gente molto simpatica, nonostante poi arrivi l’inevitabile “conto” da pagare, vale a dire l’acquisto di qualche oggettino prodotto dagli artigiani locali…il che non è propriamente piacevole, ma come dire di no??

Il giorno successivo, a causa del freddo pungente, facciamo conoscenza con il vino locale. Avevamo sentito che Sapa è famosa per la produzione di un ottimo vino di miele, così decidiamo di andare ad assaggiarlo. Ok, magari le 10.00 di mattina può sembrare un pò presto, però dai ad un buon bicchiere di vino è difficile dire di no. Facciamo colazione in uno stand del mercatino di Sapa e poi ordiniamo due bicchieri di vino. La gentile signora riempie due bicchieri con un liquido semitrasparente (probabilmente benzina)contenuto in una bottiglia di plastica, aggiunge un paio di cucchiai di miele, una bella mescolata ed ecco servito il tradizionale vino al miele…non sappiamo dirvi la gradazione, ma era davvero elevata. Il problema è che, essendo circondati da gente locale, piacevolmente sorpresa nel vederci ordinare il vino, era impossibile rifiutarsi di berlo…comunque scalda, cavolo se scalda…ecco, magari non fumate quando siete in prossimità del bicchiere, credo sia altamente infiammabile.

Un pò per il freddo, un pò per la mezza delusione derivante dall’incontro con le minorities, decidiamo di spostarci a Bac Ha, a circa 5 ore da Sapa. Qui è tutta un’altra storia. Il posto è bellissimo, forse non così spettacolare come Sapa, ma davvero incantevole. E’ decisamente meno turistico, ed è facile venire avvicinati da gente spinta da un sincero desiderio di scambiare due chiacchiere o bere una birra in compagnia, specialmente quando ci si siede a mangiare in uno dei micro ristorantini a bordo strada. Anche qui abbiamo affittato una motocicletta e siamo andati a zonzo per la zona. Mentre gironzolavamo ci siamo imbattuti nel più bel mercato del mondo…situato in un posto da favola, più precisamente a Can Cau, su di un’altura circondata da verdissime montagne. Questo mercato è una vera e proria esplosione di colori, un miscuglio di odori ed un sovrapporsi di suoni; è impossibile non rimanere affascinati dall’insieme degli elementi: un panorama spettacolare, gente vestita in coloratissimi e particolari abiti tradizionali, merce artigianale di rara bellezza, frutti e verdure esotiche mai viste prima. Non è il mercato più grande della zona, nemmeno il più facilmente accessibile, però è sicuramente il più bello e coinvolgente; vale davvero la pena fare un pò più di strada per arrivare sin qua su. Donne e uomini provenienti da ogni villaggio della zona si ritrovano qui settimanalmente per fare affari e acquistare beni di prima necessità. Questo è il posto adatto dove comprare regali e ricordi a prezzi estremamente vantaggiosi, consegnando i soldi direttamente nelle mani degli artigiani, anche di quelli che non hanno la possibilità di vendere i propri prodotti in città e nelle aree turistiche, contribuendo così a distribuire maggiormente un pò di benessere.

Dopo un paio di giorni a girovagare tra le montagne di Bac Ha decidiamo di rientrare ad Hanoi, giusto il tempo per recuperare la nostra amica Simona, anche lei in viaggio per qualche mese nel Sudest Asiatico, prima di dirigerci ad Halong Bay. Ve la ricordate Simona no?? La nostra amica di Londra (da dove tutto ha avuto inizio) che ci ha ospitato prima della nostra partenza per l’India. Ebbene, eccola qui…visiterà con noi il Vietnam e la Cambogia…sarà sicuramente un mese molto interessante.

Tanti turisti acquistano già ad Hanoi pacchetti di 3 giorni per visitare Halong Bay e dintorni. I prezzi partono dai 40$ US, incluso trasporto,pernottamento e pasti, sino ad alcune centinaia di dollari, se si vogliono fare escursioni o avere qualche comfort in più. Noi, come al solito, abbiamo deciso di viaggiare in autonomia, senza servirci di nessuna agenzia turistica. Non credete a chi vi dice che è impossibile raggiungere la baia senza l’assistenza di un tour operator, è possibile ed è anche estremamente semplice. Vi raccomandiamo prudenza in quanto abbiamo sentito decine di storie di turisti rimasti fregati, costretti a pagare nuovamente per dei servizi teoricamente già compresi nel pacchetto e/o vittime di soprusi da parte dello staff delle agenzie e delle imbarcazioni. Onde evitare di rovinarci il viaggio e perdere un bel pò di vaini (come si dice a Livorno), decidiamo di partire in treno da Hanoi, direzione Haiphong. Bisogna trascorrere qui la notte, dato che in bassa stagione i trasporti via mare sino ad Halong Bay latitano. Dato che in città vi sono solamente hotel che vanno dalla media categoria in su, pernottiamo nell’economico hotel della stazione; carino, un pò russia anni ’70…ma poi che parliamo a fà, chi ci è mai stato in Russia…e poi negli anni Settanta, vabbè…comunque ce la immaginiamo così, insomma!!! La mattina successiva prendiamo la barca che ci porta a Cat Ba, un’isoletta nel mezzo della baia. Appena mettiamo piede sulla terra ferma, decine di persone ci offrono camere a buon prezzo, decidiamo di seguire un giovane ragazzo che ci propone una camera per 9 dollari in tre…decisamente ottimo. La vista della baia dal nostro balcone era davvero stupenda. Non ci siamo persi un tramonto durante il nostro soggiorno…chissà quando ci sarebbe ricapitato di poter godere di una vista del genere!!

Il primo giorno lo trascorriamo rilassandoci in spiaggia (nulla di che e l’acqua era pure gelida, quindi niente bagno) e cercando il modo migliore per visitare Halong Bay in barca, evitando fregature. Così decidiamo di prenotare il tour direttamente dal nostro hotel, a patto di pagare solamente metà della tariffa in anticipo ed il resto al nostro ritorno, se soddidfatti. Inoltre, in caso il tour non fosse andato come pattuito, avremmo anche potuto rifiutarci di pagare la camera. La mattina alle 7.30 ci troviamo al porticciolo con altri turisti e saliamo sulla nostra barchetta di legno…consigliamo a tutti di non richiedere un barca privata esclusivamente per voi; innanzitutto è decisamente meno divertente e poi questi barconi inquinano parecchio, quindi meglio condividerle anche con altra gente, in modo da limitare l’impatto ambientale. Ci siamo davvero diverititi con gli altri passeggeri, è stata una giornata bellissima. Inoltre Halong Bay è magnifica. E’ un susseguirsi di isolotti che rapidissimi fuoriescono dall’acqua, creando un paesaggio incredibilmente suggestivo, soprattutto con le prime luci del giorno ed al tramonto. Nel prezzo del tour (16 $ a persona) è compreso anche il pranzo a base di pesce (BUONISSIMO!!), la visita di una magnifica grotta, ed un giro in kayak nel bel mezzo della baia. Peccato che tutti i kayak fossero per due persone mentre sulla barca eravamo in numero dispari; Simona ha quindi dovuto pagaiare da sola…non vi dico che risate vederla cozzare continuamente contro le case galleggianti e gli scogli…era un continuo: “AAAAAAAAAH”…BOOOOOM….”SORRY!!!”.

Al nostro rientro ci attendeva il giovane proprietario dell’albergo che, felice nel vedere le nostre espressioni soddisfatte, ha deciso di offrirci da bere in uno dei piccoli bar che producono birra artigianale. Ecco, qui la birra era già meglio rispetto a quella di Hanoi. Dopo tre bei boccali, decidiamo di andare a mangiare qualcosa e, approfittando della sua compagnia, ci dirigiamo in uno stand all’interno del mercato, facendo ordinare lui ovviamente: riso, verdure, pesce e calamari alla griglia. Tutto buonissimo. Questa volta però abbiamo offerto noi, nonostante la sua opposizione…Dopo mangiato, come da tradizione vietnamita, siamo andati a prendere il thè e poi KARAOKE. Non avete idea di quanto sia popolare il karaoke qui in Vietnam, ma in un pò tutto il sudest asiatico in genere. Comunque sia, Luca odia il karaoke ma, dopo una bottiglia di vino locale (lo chiamano vino ma è circa 30% alc.vol.) nemmeno Fiorello nei tempi migliori avrebbe potuto competere. E’ stata davvero una delle più belle giornate dall’inizio del nostro viaggio, conclusa in compagnia di una gentilissima persona del posto che speriamo di incontrare nuovamente in futuro.

Il giorno successivo abbiamo affittato un paio di motorini e abbiamo visitato l’isola ed il suo parco naturale, dove è possibile fare delle belle passeggiate e godere di una stupenda vista di tutta l’isola.

Ora torniamo ad Hanoi, ma solo per un paio di giorni, prima di dirigerci a sud, fermandoci a visitare alcuni siti Unesco e le belle spiagge vietnamite.

Ciao a tutti…a prestissimo!!!

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