GOODBYE INDIA

Sono già trascorse un paio di settimane da quando abbiamo salutato l’India ed è giunto il momento di tirare le somme e  fornirvi un nostro giudizio generale sul primo paese toccato nel nostro viaggio. Vorremmo scrivere una sorta di sommario ogni volta che avremo lasciato definitivamente un paese, con le nostre valutazioni ed i nostri commenti, di modo che vi possa tornare utile per un eventuale viaggio nell’area, oltre che per raccogliere ed esporre in maniera più ragionata le opinioni presentate via via nei nostri post, più immediati e di pancia.

L’India, un paese davvero incredibile, pieno di storia, tradizioni e fascino. Dove ogni cosa è possibile, come ammettono gli stessi indiani con un mezzo sorriso dolce-amaro stampato sul viso. Visitare l’India è un’esperienza, una sfida. Non affrontate un viaggio in India come fareste per qualsiasi altra destinazione. Non è una vacanza. Se avessimo speso qui le nostre canoniche 2/3 settimane di ferie estive, probabilmente saremmo tornati a lavoro più stressati di prima e avremmo dovuto chiedere ferie per riprenderci dalle ferie. Dopo un viaggio in India, se ci si riesce ad innamorare di questo spettacolare paese, si può davvero gridare con orgoglio “Ce l’ho fatta!!!”. L’India, infatti, non è per tutti; non è assolutamente un paese facile da esplorare ed è continuamente necessario scendere a compromessi, anche con sè stessi. Bisogna adeguarsi ad usi e costumi locali ed essere dotati di un’immensa dose di pazienza. Occorre fare molta attenzione alle truffe ed ai raggiri, fronteggiare continuamente individui che cercano di spillare denaro ai turisti in ogni modo possibile ed immaginabile, sgomitare nelle code nelle stazioni dei treni e degli autobus per acquistare un biglietto o per richiedere informazioni, sopportare l’incredibile calca sui mezzi di trasporto locali (in una jeep si viaggia anche con oltre 30 persone), abituarsi ai continui ritardi e disservizi, essere pronti a contrattare sul prezzo di pressochè qualunque bene o servizio, adeguarsi al bassissimo livello di igiene e pulizia e mettere in conto piccoli e grandi problemi di salute che, con molta probabilità, flagelleranno la vostra permanenza nella terra dei maharaja. Per quanto ci riguarda possiamo elencare: diverse tipologie di mal di pancia, dovute sia all’abbondanza di spezie e peperoncino nei cibi che alle scarse condizioni igieniche e di conservazione degli alimenti, sfoghi della pelle, allergie, infezioni dell’apparato digerente e respiratorio (con oltre 40° di febbre per quasi una settimana), oltre ad il fatto che Aga è dovuta anche ricorrere al dentista in quanto un ponte, applicatole oltre 10 anni fa, ha deciso improvvisamente che non vi era posto migliore dell’India per andare in pensione. Ok, magari noi siamo stati particolarmente sfigati, ma meglio mettere in conto qualche piccolo imprevisto del genere.

Ovviamente tutte queste difficoltà vi si presenteranno in misura inversamente proporzionale al budget che avrete a disposizione. E’ infatti possibile alloggiare e assaporare la deliziosa cucina indiana in hotel e ristoranti di gran classe, dotati di ogni comfort e assolutamente pulitissimi. Si potrà anche affittare una macchina con autista, come per il nostro viaggio in Rajastan, evitando tutta una serie di problemi legati agli spostamenti. Ma in questo modo, pur se decisamente comodo e gradevole, si corre il rischio di erigere una sorta di barriera tra di voi e la vera India, precludendovi la possibilità di scoprire un mondo tanto affascinante quanto unico, in quanto la bellezza di questo paese si nasconde tra la gente, nel loro modo di vivere la quotidianità, nei loro costumi e nel loro carattere.

Si può davvero affermare che chi venga in India piange due volte, una quando arriva ed una quando riparte. Ed è esattamente quanto è successo a noi durante il nostro soggiorno; le difficoltà iniziali incontrate a Delhi, il tramautico incontro con i procacciatori di turisti, lo scioccante impatto con la povertà estrema di alcune aree del paese. Ricordo che dopo il primo giorno a Delhi, il solo pensiero di dover rimanere due mesi in India ci faceva rabbrividire. Superato il primo periodo di ambientazione (vi ricordo che per noi questo è il primo viaggio fuori dai confini dell’Europa) viaggiare attraverso l’India si è trasformato in un’esperienza fantastica ed assolutamente indimenticabile. Le difficoltà da affrontare, i contrattempi, l’emozione di giungere in una nuova destinazione sconosciuta in attesa di scoprire cosa ci attendesse a destinazione, un misto di eccitazione e timore, la ricerca degli hotel e dei ristoranti, i contatti con la popolazione locale, i loro sorrisi, le discussioni con i procacciatori di clienti, gli incontri con gli altri viaggiatori, le loro storie ed il costante scambio di idee e suggermenti; tutto ciò ha reso la nostra permanenza in India indimenticabile.

Siamo sicuri che gran parte del nostro amore verso questo paese sia dovuto al periodo di volontariato che abbiamo svolto presso il piccolo villaggio rurale di Dukerphol, nel West Bengala, che ci ha dato modo di scoprire la vera natura del popolo indiano e la sua immensa ospitalità e gentilezza. Non riusciamo proprio ad immaginare l’India senza un periodo di volontariato, possibilmente lontano dalle grandi città e dagli itinerari turistici, e ci sentiamo vivamene di consigliarlo a chiunque. Senza questo mese di volontariato, siamo sicuri che avremmo lasciato l’India con un pò di amaro in bocca in quanto, ok, è molto particolare, vi sono grandi ed evidenti contraddizioni, bei monumenti e magnifici palazzi e templi, oltre a singolari usanze ed abitudini, ma niente di più. Anzi, ad essere sinceri, le città in sè stesse non sono molto belle (nemmeno comparabili ai gioielli che abbiamo in Europa), sono sporche, polverose, caotiche e congestionate dal traffico. Se dovessimo limitare il nostro giudizio sull’India solamente alla prima parte del nostro  viaggio, sarebbe sicuramente un giudizio positivo ma non credo ci sentiremmo di raccomandarla.

Sfortunatamente la maggior parte dei turisti, per questioni di tempo o di possibilità, si limita solamente ad una visita delle maggiori attrazioni turistiche, senza visitare le aree rurali che, a nostro parere, sono quelle dotate di maggior fascino. Inoltre, nelle grandi città, quando si ha l’occasione di parlare con qualcuno del posto, non si è mai sicuri se sia una normale chiacchierata tra due persone desiderose di conoscersi oppure vi sia qualche fine commerciale celato dietro la gentilezza dell’interlocutore e, sfortunatamente, 90 volte su 100 è proprio così. Invece, ed è importante sottolinearlo, la popolazione indiana è totalmente differente da quella minuscola e fastidiosa percentuale che non permette ai turisti di godersi i tesori e le bellezze di questo incredibile paese. Al di fuori delle grandi città non si è più visti come turisti ricchi portatori di denaro, bensì come ospiti da conoscere e da aiutare in ogni modo possibile. Per noi è stata una piacevolissima sorpresa scoprire la gentilezza e l’infinità ospitalità di questa gente.

Molto di voi saranno un pò confusi leggendo questo articolo, in quanto sono stati messi in luce molti aspetti apparentemente negativi per poi, al contrario, affermare che l’India è un paese assolutamente affascinante. Confrontandoci con i molti turisti incontrati durante il nostro viaggio, abbiamo tutti concordato che la bellezza dell’India si celi proprio all’interno dei suoi difetti e delle sue particolarità. In effetti si ama l’India per gli stessi motivi per cui la si odia. Il viaggiatore, e noi confermiamo in pieno, è continuamente soggetto a rapidi e radicali sbalzi di umore: si passa da momenti di assoluta euforia e felicità, sino al disgusto ed alla frustazione più nera. Una sorta di sinusoide dell’umore. Non ci si può fare niente, l’India ti coinvolge e ti rivolta portandoti repentinamente da un estremo emotivo all’altro. Per citare il simpatico gestore della guest house in cui siamo stati ospiti a Varanasi: “L’India è come una droga; puoi fare un bel viaggio o puoi fare un brutto viaggio….ma cazzo, sarà comunque un dannatissimo viaggio!!!”, e ancora, “Solamente tre tipi di occidentali amano l’India: gli hippy, i criminali o gli svitati”. Ecco, ci sentiamo di escludere la categoria dei criminali…mmmhhh, e a guardarci bene non siamo poi nemmeno così hippy….ahia, il cerchio si restringe!!! :-)

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INTO THE WILD

Dopo svariati tentativi di connetterci alla Rete, finalmente riusciamo a caricare il nostro post sulla bellissima esperienza che stiamo vivendo qui, nel piccolo villaggio sperduto chissà dove nel West Bengala. Oltre ai consueti problemi di connessione, bisogna fare i conti con i continui black out che affliggono l’area a causa del sistema di approvvigionamento di energia elettrica piuttosto improvvisato.

In questo periodo siamo ospiti presso una chiassosa cittadina, Raidighi, a 7 Km dal villaggio di Dukerphol e dall’ospedalino in cui prestiamo servizio. Raidighi, sebbene molto piccola, rappresenta il centro commerciale dell’area: vi è un bancomat, un computer con collegamento ad Internet (da cui vi stiamo scrivendo), un discreto bazar, un hotel, alcuni negozietti ed un porticciolo, dove ogni giorno una decina di battelli scaricano pesce fresco. Qui, inoltre, la maggior parte delle abitazioni è costruita in mattoni, e non in paglia e fango come nei villaggi circostanti, e l’elettricità è presente in molte case, sebbene a singhiozzo.

Tutt’altro scenario avvolge il viaggiatore non appena si lascia alle spalle le rumorose viette di Raidighi; l’ambiente riacquista il suo fascino primordiale, quasi primitivo. Le costruzioni in fango, come camaleonti, si mimetizzano tra gli alberi e le distese di risaie si rincorrono sino all’orizzonte. Il tutto è abbracciato da una fitta vegetazione la quale, come una cornice, racchiude questi luoghi che sembrano appartenere ad un’epoca lontana, da noi ormai presente solamente sui libri di scuola. E’ stupendo camminare per le stradine sconnesse attraverso i vari villaggi e farsi rapire dalla bellezza del paesaggio circostante. Si prova anche una certa invidia nell’osservare come la gente del posto viva a così stretto contatto con la natura mentre noi, troppo cittadini, non riusciamo a goderci appieno il mondo vero, reale, non quello asettico ed artificiale in cui siamo cresciuti. Troppe cose ci ripugnano o ci spaventano, come ragni e scarafaggi giganteschi, per poterci lasciar andare completamente. Mette di buon umore guardare i bambini giocare a calcio nel fango, utilizzare gli stagni come piscine e rincorrersi a piedi nudi tra le risaie. Che differenza rispetto al nostro paese, dove i bambini vengono tenuti sotto strettissima sorveglianza per timore che si possano far male, sudare troppo o, peggio, sporcare gli abiti appena lavati.  I nostri mondi sono più lontani di ciò che i molti chilometri che li separano possano far immaginare.

La semplicità della gente locale è strabiliante. Sono persone genuine, sicuramente le più gentili che abbiamo mai incontrato in vita nostra. Questa semplicità si riflette anche nel loro stile di vita e nei loro comportamenti, molto più naturali rispetto ai nostri. Per esempio, non c’è niente di male ad infilarsi le dita nel naso mentre si parla con qualcuno, a masticare a bocca aperta, a ruttare sonoramente appena finito di mangiare…immagino sia quindi superfluo spiegarvi il motivo per cui uno dei dottori dell’ospedale è stato da noi soprannominato “Dottor Scoreggia”, giusto??? :-)

La maggior parte della popolazione è analfabeta, non ha accesso a nessun canale di comunicazione ed il loro intero mondo termina poco oltre i confini del villaggio. Per molti di essi, sicuramente per i più piccoli, noi siamo i primi stranieri con cui entrano in contatto e le reazioni sono le più svariate: bambini che scoppiano a piangere disperati come se avessero visto il demonio; altri che rimangono pietrificati a bocca aperta, scrutandoci a fondo per comprendere chi o cosa siamo; i più coraggiosi ci sorridono e magari si avvicinano un pò. Gli adulti, invece, ci osservano e cercano di scambiare qualche parola con noi ma, sfortunatamente, la lingua rappresenta una barriera insormontabile. Sono pochissimi coloro che conoscono qualche parola d’inglese e le mille domande nella nostra testa rimangono lì intrappolate, senza nessuna risposta. Ed è un vero peccato perchè la voglia di comunicare e conoscere a fondo la cultura di questa gente è fortissima, e cresce ogni giorno di più. Anche aiutarsi con i gesti non ha dato buoni risultati; non vi è alcuna somiglianza tra il nostro linguaggio del corpo ed il loro, si ottengono solamente un’infinità di fraintendimenti. Nonostante questi piccoli problemini siamo riusciti a trascorrere molto tempo in compagnia della popolazione locale, soprattutto grazie alla loro infinita ospitalità e gentilezza che, più volte, ci è sembrata oltremodo eccessiva; come quando ci fanno aria con il ventaglio, non appena sospettano possa far troppo caldo per noi, oppure quando ci cedono i posti sulle uniche due sedie disponibili, mentre tutti gli altri sono seduti per terra, anche persone molto anziane. E guai a rifiutarsi, non è possibile dire di no; un pò come quando la nonna ti riempie il piatto di pasta per la terza volta nonostante, con tono supplichevole, le dica di essere prossimo all’esplosione e lei, di tutta risposta e con l’aria affranta: “Meeee e dai, non ti piace allora?”, e giù un’altra mestolata!!! (Chi di voi ha la nonna meridionale sa bene di cosa stia parlando…). Il massimo, credo, si sia raggiunto al matrimonio a cui abbiamo preso parte, come ospiti d’onore, il secondo giorno dopo il nostro arrivo al villaggio. Al termine della giornata di lavoro all’ospedale, ci siamo spostati a casa della sposa, una capanna di fango in cui vivono una decina di persone e dove, inoltre, vi è una stanza adibita a stalla per le 3 caprette e l’unica mucca. Siamo stati accolti come dei re, tra la sorpresa e l’eccitazione generale degli ospiti. Ci hanno fatto accomodare sulle uniche due sedie in plastica e ci hanno letteralmente circondato, osservandoci a brevissima distanza, ponendoci mille domande incomprensibili e stringendoci continuamente la mano. Dopo qualche minuto hanno iniziato a truccarci ed Aga è stata avvolta in un bellissimo abito tradizionale indiano, il sari, di proprietà della zia della sposa. Gli unici truccati eravamo noi e gli sposi…come se non catalizzassimo già abbastanza l’attenzione! Abbiamo scattato centinaia di foto, praticamente con ognuno degli invitati che, essendo privi di macchina fotografica, si accontentavano di farsi fotografare con la nostra, osservarsi per qualche secondo nel piccolo schermo digitale, e sapere che avremmo portato quell’immagine a casa con noi.

Poco prima di cenare ci ha raggiunto lo zio dello sposo il quale, con aria molto formale e severa, ci ha rivolto un saluto e ci ha posto qualche domanda in un inglese stentato, per poi tirare fuori un bottiglione da 2 litri di Sprite, tenuto nascosto chissà dove. Si è fatto portare due bicchieri di vetro e ha versato la bibita, solamente a noi due. Ringraziando, leggermente imbarazzati, abbiamo iniziato a sorseggiare la bibita, sotto il suo sguardo attento e quello invece più famelico di una decina di bambini, troppo ben educati per osare chiederne anche solo un goccio. Una volta terminato il bicchiere, con una rapidità insospettabile per un omone così grande e grosso, ha provveduto a riempirli nuovamente sino all’orlo. Non avevamo idea di come comportarci, eravamo gli unici seduti su delle sedie, con un bicchiere, a bere Sprite, mentre tutti gli altri ospiti erano in piedi o per terra, bevevano dalla bottiglia, ma senza toccarla con le labbra, e dovevano accontentarsi di semplice acqua. Fortunatamente è giunto il momento della cena a toglierci dall’imbarazzo e a salvarci da un altro litro di Sprite. Giusto qualche minuto per accomodarci ognuno al proprio posto, e parenti ed amici degli sposi hanno iniziato a servire il cibo: riso, patate preparate in vario modo, pesce, pollo e sfoglie di pane, tutto nello stesso piatto. Per chi non lo sapesse, in India si mangia con le mani, solamente con la destra però, perchè la mano sinistra è adibita all’igiene personale e, vi ricordo, in India non esiste la carta igienica…vabbè tralasciamo l’argomento. Tanto sta che, appena abbiamo toccato il cibo, io ed Aga, con le nostre manine da cittadini nullafacenti, ci siamo scottati e le abbiamo ritratte rapidamente. Non lo avessimo mai fatto. Il padre della sposa ha subito cacciato qualche strillo e, magicamente, si sono materializzati al nostro fianco due anziani signori dotati di ventaglio per fare aria sui nostri piatti, oltretutto scusandosi più volte per non averci pensato prima….Non vi dico l’imbarazzo. Non c’è stato modo di farli smettere.

Prendere parte al matrimonio è stata un’esperienza unica, estremamente interessante. Il modo in cui si celebrano i matrimoni, ma credo un pò tutti i festeggiamenti in generale, comunica molto riguardo i costumi di un popolo e varia da paese a paese. Qui, per esempio, sono molto diversi da quanto avviene in Italia. Il matrimonio rappresenta un momento di festa che coinvolge tutti gli abitanti del villaggio. La componente religiosa sicuramente la fa da padrona; si trascorre molto tempo a pregare ed i rituali propiziatori per i novelli sposi si susseguono l’uno dopo l’altro. Inoltre, in India, e nelle zone rurali in modo particolare, la gran parte dei matrimoni vengono concordati dai genitori, spesso attraverso l’opera di un mediatore che mette in contatto le varie famiglie con figli in età da matrimonio (se non studiano, di norma 20/22 anni per lui e 18 per lei, in caso contrario appena terminati gli studi). Gli sposi, quindi, non si conoscono affatto e incroceranno lo sguardo con la persona con cui condivideranno il resto della loro vita solamente il giorno delle nozze. I festeggiamenti a cui abbiamo preso parte celebravano l’unione di due ragazzi provenienti da famiglie estremamente povere, per questa ragione, e anche perchè gli invitati erano circa 300, la cena e buona parte dei festeggiamenti si sono tenuti all’interno della struttura dell’ospedalino, che funge anche come sorta di centro culturale e punto di ritrovo per gli abitanti dell’area.

Il primo giorno di lavoro all’ospedale è stato devastante, sia fisicamente che mentalmente. Sincero mea culpa però, in quanto noi, nel nostro perfetto mondo immaginario, pensavamo di venir qui ad intrattenere e giocare con i bambini, pesare i neonati e seguire il progetto nelle scuole avviato dall’associazione. Col cavolo! Non appena arrivati all’ospedale ci hanno subito assegnato le nostre mansioni: io mi sarei occupato di fare massaggi e riabilitazione a persone con difficoltà motorie, mentre Aga si sarebbe occupata delle iniezioni. Bene così, anche perchè io ho una fobia assurda degli aghi, già solo alla semplice vista di un ago accuso giramenti di testa. E’ sempre stato così, non posso farci nulla. Sono un fifone, va bene?!? I pazienti quel giorno erano tantissimi, sembrava non finissero mai, e poi quanti bambini, impressionante!! In verità abbiamo successivamente scoperto che solamente 2 giorni a settimana sono così intensi, il giovedì e la domenica, in quanto l’ospedalino fornisce assistenza anche a pazienti provenienti da altre località che giungono numerosi in quanto, dietro un compenso simbolico (solitamente 20 centesimi di euro), l’ospedale del S.A.R.A. Project offre assistenza medica e distribuisce i medicinali necessari, per i più poveri il servizio è gratuito, mentre negli ospedali governativi i dottori forniscono solamente una rapida e sommaria visita medica e le ricette per i medicinali che, però, la maggior parte della gente non ha i soldi per acquistare. Come se l’impatto con la realtà di cui avremmo fatto parte per il prossimo mese a venire non fosse stata sufficientemente pesante, tra pazienti semi paralizzati, ferite da disinfettare e ricucire, denti da asportare e centinaia di iniezioni da somministrare, tornando a casa abbiamo anche trovato il cadavere di un giovane ragazzo, che poteva essere intorno ai 25 anni, sdraiato a pancia all’aria in una pozzanghera, a gambe aperte e con il viso ricoperto da centinaia di mosche…La gente non sembrava molto turbata dalla situazione, forse pensavano stesse dormendo; in India non è raro incontrare gente sdraiata per strada, o nei posti più impensabili, che schiaccia un pisolino. Noi però, non essendo così abituati, ci siamo avvicinati al corpo del povero ragazzo, attirando l’attenzione degli altri passanti sul corpo ormai esanime. All’arrivo della polizia ci siamo allontanati e siamo tornati alla nostra guest house, con miliardi di pensieri nella testa e una gran stanchezza da smaltire.

I giorni successivi sono stati decisamente più semplici e ci hanno dato modo di conoscere a fondo il progetto e tutte le numerose iniziative che la Onlus S.A.R.A Project porta avanti ormai da oltre 10 anni (con l’occasione vi invitiamo a dare un’occhiata al loro sito Internet, in modo particolare alle numerose persone che ci hanno richiesto maggiori informazioni sulle Onlus in cui lavoreremo durante il nostro viaggio: www.saraproject.org. Il sito deve essere riaggiornato ma i contatti e tutte le attività illustrate sono tutt’ora attivi). Oltre al progetto sanitario, sono attivi importanti programmi informativi rivolti alle giovani mamme sui comportamenti corretti da tenere in gravidanza e nei primi anni di vita del bambino; programmi rivolti ai bambini delle scuole per insegnare loro le basilari regole igieniche, molto carenti in India e nelle aree rurali in modo particolare;  un fitto programma di doposcuola che propone corsi di musica, recitazione, yoga e altre numerose attività culturali e formative; adozione a distanza per permettere ai bambini poveri dell’area di frequentare la scuola (che qui è visto come un privilegio, non come una tortura); fondamentale è anche l’installazione di numerose pompe per l’aspirazione di acqua pulita e potabile dal sottosuolo, di modo che la gente smetta di utilizzare le acque sporche degli stagni, dove finiscono anche gli scarichi delle abitazioni.

Il mese che sta volgendo al termine è stato stupendo. Questa gente, pur non essendone al corrente, ci ha dato tantissimo. Non vorrei apparire scontato e banale ma è sicuramente stata una delle esperienze più intense, emozionanti e formative della nostra vita. Entrare a far parte attivamente di una comunità così diversa dalla nostra, adattandosi al suo stile di vita, assumendone i ritmi, tastandone in certa misura le problematiche ma anche i pregi, ci ha  offerto la possibilità di scoprire la vera natura e la sincera ospitalità del popolo indiano, in un modo che per un semplice turista non sarebbe stato possibile, e di conoscere più a fondo noi stessi, scoprire alcuni limiti e superarne degli altri, rivedere alcune opinioni sulla vita e sul mondo e modificare la nostra scala di valori.  Se ritenete che tutto ciò possa essere un pò eccessivo in un arco di tempo così breve, sappiate che il tempo per riflettere non manca affatto. Non che le cose da fare scarseggino, anzi, ma senza distrazioni come radio, televisione e la miriade di altri piccoli e grandi impegni che, a casa nostra, ci impediscono di trovare un pò di tempo per stare soli con noi stessi, sommato alla bellezza e tranquillità dei paesaggi che caratterizzano l’area, diventa facile perdersi in mille pensieri.

Un grazie di cuore alla Onlus S.A.R.A. Project, a tutto lo staff dell’ospedale e a tutti gli abitanti di Raidighi e Dukerpol.

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Last steps: Agra e Varanasi

Se ci siete battete un colpo!!!!

Pensavate di esservi sbarazzati di noi, e invece eccoci qua, anche dallo sperduto villaggio di paglia e fango dal profondo del West Bengal…ormai la Rete è arrivata ovunque. Ok, da qui alla fibra ottica ne dovrà passare di acqua sotto i ponti ma, comunque sia, è stata una bella sorpresa trovare un pc con Internet nelle vicinanze dell’ospedalino in cui stiamo lavorando in queste settimane.

OK, dove ci eravamo lasciati?? Ah sì, ero a pezzi dopo essere passato sotto le pesanti mani del Fabbro…recuperate tutte le mie funzioni vitali, ci siamo diretti ad Agra per visitare il Taj Mahal: Stupendo!!!! E’ senza dubbio una delle costruzioni più belle che abbia mai visto. E’ interamente costruito in marmo bianco e, ad ogni ora, assume diverse sfumature di colore. Noi abbiamo varcato i cancelli all’alba e, devo dire, che il cielo roseo con sfumature arancioni era la sua cornice perfetta. E’incredibile che un edificio simile sia semplicemente una tomba. Il Taj fu, infatti, fatto costruire dall’imperatore Shah Jahan in memoria della sua seconda moglie, Mumtaz Mahal, mentre dava alla luce il loro QUATTORDICESIMO figlio…eh però pure tu Shah, e ho capito che non c’era ancora la televisione, però tira tira e la corda si spezza…

Tra le altre cose, abbiamo anche incontrato il ragazzo texano ed i due ragazzi francesi conosciuti ad Udaipur una settimana prima…è stata una bellissima sorpresa. Ognuno arrivava da una città diversa e, casualmente, ci siamo ritrovati tutti nello stesso posto nei pressi del Taj Mahal. Così, dato che giocava la nazionale francese quella sera, siamo tutti andati a vedere la partita in un bar. A noi si sono poi unite due ragazze americane, conosciute in albergo. Questo è, senza ombra di dubbio, uno degli aspetti migliori del viaggiare; incontrarsi con gente proveniente da ogni parte del mondo, scambiare le proprie esperienze, stringere amicizia e dirsi addio nel giro di una sera e poi, eventualmente, ritrovarsi inaspettatamente!

Dopo Agra ci siamo diretti a Varanasi. Città sacra e molto particolare. Varanasi si affaccia sul Gange su cui sorgono decine e decine di ghat. La vita dei suoi cittadini gravita intorno al lento scorrere del fiume sacro. Per noi non è facile comprendere quanto sia fondamentale questo fiume per la città e per i suoi cittadini, tutto gravita intorno al fiume. Gli abitanti di Varanasi lo utilizzano per pregare, per lavorare, per lavare i vestiti ed il bestiame, per fare yoga, per meditare, per rilassarsi, per fare il bagno, per giocare a cricket, per trascorre il tempo e anche per dare l’estremo saluto ai propri cari. Passeggiando tra i vicoli della città, infatti, non è affatto raro incontrare cortei funebri che trasportano i defunti avvolti in un telo su barelle di bambù, sino ad uno dei ghat adibiti alla cremazione. Un ghat in particolare, Manikarnika Ghat, è destinato a questa funzione; qui è possibile assistere all’intero processo di cremazione che viene eseguito esclusivamente dagli appartenenti alla casta più umile, gli intoccabili. Questi uomini, ormai esperti nell’arte della cremazione, pesano i pezzi di legno che verranno utilizzati per bruciare i corpi (il prezzo della cremazione varierà a seconda del peso e della qualità del legno). Il corpo, dopo essere stato immerso nel Gange, viene adagiato sulla pira e viene dato alle fiamme sotto gli occhi della famiglia e degli amici, che rimangono a pochi metri di distanza. Ci vogliono circa tre ore per bruciare completamente un corpo, e circa 300 Kg di legna. Nelle immediate vicinanze del ghat vi sono alcune palazzine cadenti, annerite dal fumo, in cui vi dimorano le famiglie degli intoccabili e coloro che sono in attesa di morire. Secondo la religione hindu, morendo a Varanasi si raggiunge la moksha, ossia l’interruzione del ciclo delle reincarnazioni, liberando il proprio spirito, ma bisogna bruciare il corpo entro 24 ore dalla morte. Per questa ragione molta gente è disposta a percorrere anche migliaia di chilometri per accompagnare i propri cari ad esalare l’ultimo respiro su queste sacre sponde. Un intoccabile che si occupa della cremazione ci raccontava che alcune categorie di persone non possono essere cremate: le donne incinte, i bambini ed i sadhu, santoni asceti che dedicano la loro vita alla meditazione ed al raggiungimento della moksha. I loro corpi vengono legati a pesanti sassi e vengono poi fatti sprofondare nelle acque del fiume.

A Varanasi il tempo è scandito dallo scapanio proveniente dai vari templi che annunciano le celebrazioni. Molto affascinanti sono quelle che si tengono al tramonto, in onore del fiume sacro. Da non perdere è un bel giretto in barca sul Gange. Noi ci siamo andati all’alba, ed è stato bellissimo nonostante fosse un pò nuvoloso. Altrettanto affascinante è farsi cullare dalle onde al tramonto ed osservare le celebrazioni sui ghat direttamente dal fiume.

Sfortunatamente dovrete attendere ancora un pò per vedere le fotografie. Speriamo di riuscire a caricarle per fine mese, da Calcutta o da Mumbai. E’un vero peccato perchè vorremmo tanto mostrare a tutti quanto è bello il posto in cui ci troviamo adesso. Attualmente vi scriviamo da Raidighi, una piccola cittadina a 100 km da Calcutta, nelle cui vicinanze c’è l’ospedalino in cui stiamo offrendo il nostro aiuto come volontari grazie alla Onlus S.A.R.A. Project. In attesa del prossimo post, vi invitiamo a dare un’occhiata al sito dell’associazione di modo che possiate conoscere le importanti attività che portano avanti e, se interessati, offrire il vostro aiuto. Se avete domande saremo più che lieti di fornirvi tutte le informazioni necessarie, non esitate a chiedere.

A prestissimo nuovi post!!!!

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Schegge di vita in India

Piccola premessa, prima di raccontarvi un po’ di curiosita’ che ci riguardano: sfortunatamente non siamo in grado di caricare nessuna fotografia da allegare a questo articolo, in quanto la connessione e’ particolarmente lenta. Non appena sara’ possibile inseriremo un po’ di immagini, oltre a fornirvi il link dove poter sbirciare tutte le foto che abbiamo sin qui scattato in giro per l’India!!

Volevamo inoltre informarvi che a breve, esattamente dal giorno 26 di Giugno (il giorno del compleanno di Luca), inizieremo la nostra avventura da volontari in un piccolo villaggio ad 80Km da Calcutta, dove ci fermeremo per circa un mese. Li non vi e’ elettricita’ e sara’ quindi difficile poter aggiornare il blog con costanza. Noi faremo del nostro meglio, promesso!!

SYRENKA:

ad Udaipur, citta’non troppo chiassosa e frenetica ma, nello stesso tempo, in grado di offrire molte occasioni di svago, siamo riusciti a guardare la nostra prima partita del Mondiale in Sud Africa, insieme ad un gruppo di backpackers conosciuti per caso nelle strade della cittadina. A metà tempo ne ho approfittato per fare un giro nel locale ed  una cosa in particolare ha subito catturato la mia attenzione: su un muro c’era il disegno di una sirena. Era la prima volta in India che ne vedevo una riproduzione, mentre è molto comune imbattersi in disegni di carattere religioso che celano sempre una storia particolare ed avvincente. Ho pensato, quindi, di chiedere al proprietario del locale che significato avesse la sirena nella loro cultura. La storia che mi ha raccontato Hussein è veramente interessante, anche se esula completamente dalla tradizione indiana: 10 anni fa, quando era ancora studente a Londra, presso una facoltà di letteratura, ha conosciuto una ragazza polacca di nome Kasia.  Il feeling tra di loro era assolutamente unico, era una relazione tra due anime gemelle ed entrambe si esprimevano attraverso l’arte, poesia e pittura in particolare. La vita ha separato le loro strade: lui ha aperto un alberghetto con ristorante qui in India, mentre lei lavora come avvocato a Londra e, ormai, non si sentono da anni. Hussein è ancora profondamente innamorato di Kasia, pensa a lei ogni giorno e trova in questo amore l’ispirazione per tutte le sue opere d’arte. Abbiamo chiacchierato a lungo e mi ha fatto leggere alcune bellissime poesie scritte per lei e mostrato diversi disegni. Per questa ragione ha dipinto sul muro del suo ristorante la sirena, simbolo di Varsavia, città natale di Kasia, il cui viso ritrae le fattezze della ragazza, vestita con il sari, abito tradizionale indiano; intelligente connubio di entrambe le culture, sintesi di una bellissima e sofferta storia d’amore.
KARMA E SANGUE FREDDO
Puskar, in Rajastan, è una piccola città santa dove tutte le attività degli abitanti sono in qualche modo legate alla religione. Vi sono circa 2000 brahma, membri della casta più nobile dell’India, che ricoprono il ruolo di santoni e celebrano le cerimonie di purificazione del karma nei vari gahat. La cerimonia è molto carina ma, sfortunatamente, anche questa viene utilizzata come mezzo per alleggerire i turisti di qualche centinaio di rupie; denaro che, in teoria, dovrebbero andare a sostegno dei poveri ma che finisce nelle tasche dei santoni. Mentre gli indiani donano circa 10 rs ciascuno, ai turisti è richiesto di donarne 200/300 rs e alcuni, particolarmente sprovveduti o intimoriti dalle pesanti insistenze dei brahma, sborsano anche 3000 rs. Volendo prendere parte al rituale, ma senza per forza farci fregare, ci siamo presentati al ghat con solamente 50 rs. Non abbiamo nemmeno dovuto perdere un secondo per trovare un santone disponibile a celebrare il rituale; appena usciti dall’albergo una decina di brahma si sono fiondati su di noi per condurci al lago e purificare il nostro zozzissimo karma! Una volta arrivati al lago il santone è entrato in acqua, ci ha fatto inginocchiare sulla riva ed ha iniziato la cerimonia. Dopo aver ripetuto con lui alcune frasi in hindi, abbiamo deposto sull’acqua dei fiori sacri. Stessa procedura con una polverina rossa, del riso ed una noce di cocco. In questo modo ci stavamo liberando del karma negativo e mostrando rispetto verso gli dei. Il rituale offre anche protezione per la famiglia e per gli amici; ci ha chiesto di nominare tutti i nostri amici ma, essendo la cosa un po’ lunga, ci ha poi ordinato di limitarci a due nomi a testa…mi dispiace tanto per gli altri!! Per chiudere la cerimonia, il santone ci ha lavato le mani e ha bagnato le nostre teste (gli indiani a questo punto si immergono completamente nel lago…cosa assolutamente da non fare dato che l’acqua, anche se sacra, è sporchissima!!!) marchiandoci poi con il tipico segno sulla fronte.  E’ stata una esperienza molto interessante ma, se avrete mai  l’occasione di prendervi parte, ricordatevi di non portare con voi piu di 50 rs. :-)

IL MASSAGGIO AYURVEDICO:
Bundi, città molto piccola, con un paio di costruzioni interessanti da visitare e, praticamente, nient’altro da fare. Abbiamo quindi deciso di approfittarne e rilassarci un pochettino, fermarci qui due notti e cercare di mangiare più di una volta al giorno, contrariamente ai giorni precedenti in cui eravamo sempre in viaggio.
Era da prima di arrivare in India che dicevo a Luca di voler assolutamente provare il famoso massaggio ayurvedico. Così, avendo addocchiato un bel posto, all’interno di un hotel di media categoria, pulito e curato, ho prenotato per entrambi un massaggio completo, della durata di un’ora. Luca non era molto entusiasta inizialmente ma, essendo stata per lui una giornata un pò pesante, non gli dispiaceva affatto concluderla con un bel massaggio rilassante. In più, l’immagine della locandina pubblicitaria ritraeva una bellissima ragazza indiana che, sdraiata su un lettino, con un’aria super-rilassata si godeva il morbido tocco di due candide e soffici mani femminili.
Puntualissimi (…lo so che è difficile da credere, ma in India tutto è possibile, ve lo abbiamo già detto!!!) ci presentiamo all’hotel. La ragazza alla reception ci chiede di pazientare prima dell’arrivo dei due specialisti del massaggio. Dopo qualche minuto, dal grande specchio alle spalle della receptionist, vediamo entrare una signora dall’aria gentile e ci viene comunicato che sarà lei a prendersi cura di me. Nonostante non fosse una gran gnocca, Luca era comunque certo di potersi rilassare ugualmente. Fino a che, dopo circa 15 minuti, vediamo avvicinarsi all’ingresso dell’hotel un uomo sulla sessantina, zoppicante, con abiti decisamente sporchi e trasandati…il dubbio iniziava ad insinuarsi nella mente di Luca che, nonostante tutto, continuava a mostrare una certa disinvoltura, certo che non potesse essere quello il suo massaggiatore. Avreste dovuto vedere la sua espressione quando la gentile receptionist ha pronunciato le fatidiche parole “Oh ecco!!!Finalmente ci siamo, potete accomodarvi nella sala massaggi”. Luca mi ha subito guardato chiedendomi “Ma perché devo sempre essere io quello sfigato???”
Appena entrati ci hanno fatto avvicinare a due lettini separati da una tendina. Mentre mi toglievo i vestiti prima di accomodarmi sul lettino, mi arriva la voce preoccupatissima di Luca “Ma perché si spoglia anche lui???”. Ero sdraiata comodamente sulla pancia e la signora massaggiava le mie spalle, era veramente piacevole ma  non riuscivo a rilassarmi perché non riuscivo a smettere di ridere. Dopo qualche istante di silenzio sento “Ma anche a te fa male?” non sapevo cosa dirgli. Io mi stavo proprio godendo il massaggio e la signora era davvero delicatissima, mentre sentivo Luca che non faceva che lamentarsi di quanto ruvide fossero le mani del signore, che era già stato soprannominato “The blacksmith – il fabbro”. Avevo completato il massaggio alle gambe, alla schiena e alla nuca e la signora mi aveva appena chiesto di voltarmi per iniziare con la parte frontale del corpo. Ho chiesto se anche Luca fosse già passato alla seconda parte del  massaggio…la sua risposta, con una voce tremula, misto tra disperazione e panico: “Perché c’è anche una seconda parte????”. Appena giratosi a pancia in su, Luca ha potuto constatare che, quello che sembrava essere olio per massaggi che gocciolava tutto il tempo sulla sua schiena, era in realtà il sudore che grondava dalla fronte del signore. Non posso ripetere ciò che ha esclamato in quel momento, comunque io stavo morendo dal ridere e la signora non riusciva a comprenderne il motivo, preoccupata che qualcosa non andasse con il massaggio che mi stava facendo…  Una volta arrivato il momento del massaggio facciale ho sentito un forte lamento provenire dall’altra parte della tenda. Da quanto Luca mi ha raccontato, il signore è inciampato e tutto l’olio balsamico alla menta, che doveva servire come rinfrescante per il corpo, gli è finito negli occhi, accecandolo per qualche minuto.
Quando il massaggio è finito ed ho aperto la tenda, mi sono trovata davanti ad una delle scene più tristi che abbia mai visto: lì c’era Luca, seduto su un minuscolo sgabello in vimini, tutto stropicciato, come un pulcino appena uscito dall’uovo, con gli occhi rossissimi, le gambe e le braccia graffiate dalle ruvide mani del signore, che era ancora nei suoi mutadoni a righe, madido di sudore e vistosamente affaticato. Mi è dispiaciuto tantissimo, anche perché la prima cosa che Luca mi ha detto, con una vocina bassa bassa, è stato “Misiu, aiutami, mi sento violentato!!!”.
A me, invece, il massaggio è piaciuto molto e mi sarei certamente addormentata se non fosse stato per i continui versi di dolore che provenivano dall’altra parte della tenda. Appena rientrati in camera Luca è corso sotto la doccia e poi si è addormentato immediatamente. E’ stata davvero un’esperienza intensa per lui.  Oggi è già passata una settimana da quando abbiamo lasciato Bundi, ma i lividi sul suo corpo mi ricordano ancora questa esperienza. :-)

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India step by step

Ciao a tutti…

scusate il ritardo ma non e’ per niente stato facile trovare un computer con una connessione decente per poter aggiornare il blog. Eccoci, stiamo bene e siamo felicissimi di poter nuovamente rendervi partecipi delle ultime novita’. Ora siamo in un alberghetto nelle cui vicinanze vi e’ un Internet point aperto 24 ore su 24; cercheremo quindi di approfittarne e di raccontarvi quanto piu’ possibile.

Sopravvissuti al primo difficile giorno in Delhi, nei giorni successivi siamo riusciti a goderci un minimo la città ed a pianificare un bel giro nella regione del Rajastan (ad ovest rispetto Delhi). Per questo tour, della durata di 12 giorni, abbiamo affittato una macchina con autista, dietro consiglio di alcuni amici di Torino che cogliamo l’occasione di salutare, “Ciao Maison Kwaizo”. E’ infatti possibile prenotare tali tipologie di viaggi direttamente in una delle molte agenzie turistiche presenti in India e, per poche centinaia di euro, avrete una macchina con autista a vostra disposizione per raggiungere i luoghi da visitare. Bisogna però fare molta attenzione alle truffe. Vi sono anche metodi alternativi, e decisamente più economici, per spostarsi attraverso il paese. L’India, infatti, è dotata di un ottimo sistema ferroviario che collega tutte le principali città e mete turistiche. Viaggiando di notte e dormendo in treno è anche possibile risparmiare sugli hotel. Noi eravamo intenzionati a scegliere questa seconda opzione ma, oltre ad essere decisamente più comodo, viaggiando in macchina è possibile attraversare anche piccoli villaggi e osservare scorci di vita a cui non avremmo avuto accesso in altro modo. Senza contare che i bagagli per 7 mesi di viaggio non sono facilmente trasportabili, soprattutto con il caldo che sta facendo in questi giorni…a proposito, ci sono circa 49° oggi.

Non sappiamo ancora come terminerà questo viaggio ma vi posso già dire che, dopo appena  4 giorni fuori da Delhi, la nostra opinione sull’India è radicalmente mutata e ne siamo entrambi immensamente affascinati. Se devo essere sincero, è completamente diversa da come me l’aspettassi, ma credo sia impossibile immaginare correttamente l’India prima di metterci piede. Gli stessi indiani descrivono la loro terra come “Incredible”, come un luogo dove davvero tutto è possibile; e come dargli torto?! In una delle risposte ai vostri commenti ho descritto l’India come un misto tra pura anarchia e tradizioni millenarie; la gente fa un pò quello che vuole, infrange ogni regola, ma sempre nel rispetto più assoluto nei confronti del prossimo. Tutto nella vita di ogni individuo è permeato dalla religione che viene vissuta con grande intensità. Gli indiani vivono in maniera molto profonda il proprio credo, e ciò si rispecchia nel loro modo di comportarsi. Spero di riuscire, con i prossimi post, a trasmettervi un minimo delle emozioni che questa terra è in grado di regalare.

Oggi vi scrivo da Bundi, una piccola cittadina del Rajastan meridionale, terza tappa del nostro viaggio in questa regione, dopo Puskar e Udaipur. Che differenza ragazzi rispetto a Delhi. Sembra di essere in due paesi completamente diversi. Ricordo con piacere le emozioni una volta lasciata alle spalle la caotica capitale; non sapevamo davvero cosa aspettarci e le 8 ore di viaggio sono state un susseguirsi di stati d’animo contrapposti. Il timore di dover nuovamente affrontare una realtà difficile e pesante, si mescolava alla speranza di trovare l’India di cui avevamo tanto sentito parlare. Puskar, prima tappa del viaggio, è una piccola cittadina in un’area semi desertica del Rajastan occidentale, meta di molti pellegrini hindu che giungono da tutta l’India per pregare e bagnarsi nelle acque del lago sacro, ora completamente asciutto, su cui si affacciano ben 52 ghat, le famose scalinate per le abduzioni (come quelle della più conosciuta Varanasi, per intenderci), e negli oltre 500 templi sparsi per la cittadina. Non ci è voluto molto per capire che Puskar è tutt’altra cosa rispetto Delhi. Puskar è una città sacra, tranquilla, dove non è consentito l’accesso alle automobili, non è possibile mangiare carne né uova, fumare, consumare alcolici e nemmeno scambiarsi effusioni in pubblico. Questo almeno in linea di principio…non credo di aver mai visto tanta erba dai tempi dell’interrail ad Amsterdam con gli amici…tranquilla mamma, in Olanda siamo solo andati per musei!!!! :-)  Inoltre, pressoché ogni ristorante offre piatti di carne ed alcolici sotto banco. La piccola dimensione della cittadina, unita alla gentilezza dei suoi abitanti, ci ha dato la possibilità di iniziare ad interagire maggiormente con la popolazione locale che ci ha descritto in maniera più precisa vari aspetti della cultura induista e alcune importanti tradizioni religiose. Abbiamo inoltre preso parte ad un cerimoniale di purificazione, presso uno dei 52 gath, per espellere il karma negativo; è stata un’esperienza davvero particolare. Le cose da fare e da vedere non mancano di certo: ci si può rilassare su una delle decine di terrazze con vista degli alberghi e dei ristoranti, trascorrere ore a chiacchierare in un bar, visitare i molti templi o perdersi nel coloratissimo ed economico bazar. Noi ci siamo addirittura svegliati alle 5.00 per raggiungere un bellissimo tempio su una delle colline che circondano Puskar. La magnifica vista dall’alto della città e del deserto circostante, unita ai colori dell’alba, hanno ampiamente ripagato lo sforzo della levataccia. Peccato che non siamo riusciti a raggiungere il tempio a causa di una ventina di scimmie decisamente di cattivo umore, per colpa di un ragazzo che continuava a farle irritare lanciandogli dei sassi. Le scimmie ci hanno seguito per centinaia di metri giù dalla collina. Nonostante mi piacciano molto, vi assicuro che, trovarsi circondato da un gruppo di macachi troppo agitati, è un esperienza che richiede delle mutande pulite.

Dopo Puskar ci siamo diretti verso Udaipur, città decisamente più turistica con ampia scelta di bar e ristoranti, dove abbiamo incontrato alcuni viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo. Abbiamo così deciso di approfittare di uno dei pochi cafe dotati di televisore per guardare la partita del mondiale Costa d’Avorio – Portogallo. Il caso vuole che fossimo esattamente in 11, come una squadra di calcio, e la formazione era così composta: una polacca, un italiano, un texano, una neozelandese, due francesi, un inglese, un ecuadoregno ed una spagnola, più i due gestori del bar che sono indiani. Mmmmh, sembra quasi la formazione dell’Inter a giudicare dal numero di italiani :-) . E’stato davvero molto bello condividere le varie esperienze di viaggio davanti ad una birra fresca e chiacchierare per qualche ora con gente proveniente da ogni parte del mondo. Tra l’altro, uno dei ragazzi francesi è uno chef di 35 anni che 6 anni fa ha deciso di fare un viaggetto di qualche mese. Non è ancora tornato a casa!!!La sera prima, invece, ci siamo incontrati con altri giovani viaggiatori, tutti di età compresa tra i 18 e i 20 anni, provenienti dalla Gran Bretagna e da Hong Kong. Abbiamo trascorso la serata in un piccolo ristorante molto carino, il Lotus, gestito da 2 ragazzi simpatici ed ospitali.

Ad Udaipur ci siamo anche imbattuti in una festa religiosa che coinvolge buona parte della città, proprio davanti al Jagdish Temple. Festa rumorosissima e molto particolare, dove gli uomini si esibiscono in prove di forza e di destrezza con il fuoco e le spade.

In questo momento, come vi dicevo, ci troviamo a Bundi, piccolissima cittadina poco frequentata dai turisti e, per questo motivo, davvero autentica. La camera non è un gran che ma il proprietario della guest house sembra una persona decisamente gentile. E’ molto anziano, ci vede poco e ci sente ancora meno: è convinto che io venga da Israele e Aga dalla Francia…vabbè, lasciamoglielo credere!!

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