GOOOOOOD MORNING VIETNAM!!!

Vi ricordate come Aga ha scelto la primissima guesthouse del nostro viaggio? Proprio la prima, quella di Delhi?? Ecco adesso, con lo stesso criterio, ha deciso da quale frontiera attraversare il confine tra Laos e Vietnam; cito testualmente quanto riportato sulla Lonely: “Il remoto quanto poco utilizzato e spesso complicato confine tra Na Maew in Laos e Nam Xoi in Vietnam è una delizia per gli avventurieri…”, “…gli autisti degli autobus possono spennarvi…”, e ancora “…questo è il passaggio di confine più remoto, in un’area montagnosa a 175km da Thanh Hoa, in Vietnam, e a 70km da Sam Neua, in Laos…”. Niente male direi!! Non c’è che dire, Aga sa come rendere il viaggio più interessante!!! :-) . Peccato che, quando ci siamo resi conto del “pericolo”, eravamo già nei pressi del confine, impossibilitati a modificare itinerario anche a causa del visto in imminente scadenza. Le storie di turisti raggirati o derubati raccontateci dai ristoratori di Sam Neua,  sonnecchiante città di confine, non hanno certamente aiutato a tranquillizzarci…a quanto pare ad alcuni turisti, nonostante paghino un carissimo biglietto di autobus per attraversare la frontiera, una volta entrati in Vietnam viene richiesto di sganciare denaro extra per terminare la corsa . Chi si rifiuta viene abbandonato nel bel mezzo del niente con il proprio bagaglio, tra le montagne vietnamite, a decine di chilometri da qualsiasi centro abitato. Dopo una nottata semi-insonne nella guesthouse della stazione di Sam Neua (orribile, non dormite qui!!!), saliamo sul nostro bus con le chiappe strette per la tensione, e l’autista che tamburella sul volante con un lungo coltellaccio non sembra essere per niente di buon auspicio…AIUTO!!!

Comunque, per non tirarla troppo per le lunghe e tranquillizzarvi tutti, vi possiamo subito dire che il viaggio è andato benone, autista & Co. sono stati molto gentili, ed il famoso coltellaccio è servito solo per sbucciare della frutta che ci è poi stata offerta. Dobbiamo però riportare che il tutto sarebbe potuto finire in tragedia, infatti, autista e staff del bus, appena attraversato il confine vietnamita, hanno iniziato a spipacchiare una discreta quantità di oppio che, gentilmente, ci è stata anche offerta…Abbiamo rischiato di uscire di strada un paio di volte a causa dell’eccessiva velocità nelle strette stradine di montagna, tra le risate generali di tutti quelli che avevano sfumazzato. Comunque sia, siamo vivi e ve lo possiamo raccontare, quindi non ci lamentiamo!!!

Arrivati ad Hanoi rimaniamo immediatamente colpiti dall’incredibile quantità di motorini che invadono strade e marciapiedi; è qualcosa di indescrivibile. Il frastuono di decine di migliaia di marmitte ed il fastidioso suono dei clacson creano la stonata colonna sonora di questa vibrante città! Nonostante tutto ciò possa spesso risultare irritante, è uno dei principali segni distintivi di Hanoi e la rende diversa da ogni altra città visitata da noi sino a questo momento. E poi, attraversare la strada ad Hanoi, questa si che è un’esperienza…dovreste provarla almeno una volta nella vita!!!

Qui ad Hanoi siamo stati ospiti da Susie, una gentilissima ragazza canadese contattata attraverso il mitico sito di Couchsurfing. Oltre a ringraziarla per l’ospitalità, non la ringrazieremo mai abbastanza per averci comunicato dell’inaugurazione di un bel locale in centro città in cui ogni tipo di bevanda era gratuita dalle ore 18.00 alle ore 24.00. Noi alle ore 17.55 eravamo già nel locale!! :-)  Abbiamo bevuto circa 5 stipendi vietnamiti ciascuno, senza spendere una lira. Couchsurfing è una figata anche per questi motivi; come sarebbe stato possibili per noi, appena arrivati ad Hanoi, venire a conoscenza di una serata del genere? E questo vale per mille altre cose: eventi, mostre, concerti, festival e quant’altro accade di interessante in ogni città del mondo.

Hanoi è viva. Estremamente viva. Caotica, rumorosa, in alcuni momenti detestabile ma nel complesso piacevole e divertente. E’ bello assaporare le specialità locali seduti su minuscole sedioline a bordo strada o sui marciapiedi; Street Food nel vero senso della parola. Non sprecate tempo a cercare ristoranti ad Hanoi, il cibo migliore è sicuramente quello che trovate nelle centinaia di bancarelle per strada. Inoltre avrete modo di godervi la piacevole compagnia della simpaticissima gente locale. I vietnamiti sono davvero spettacolari, sorridenti e molto chiacchieroni!!! Vi consigliamo di provare il Bun Cha: noodle con maiale cotto alla griglia, accompagnati da un brodino di verdure…Gnam!!! Gran parte della vita dei vietnamiti si svolge per strada; è possibile osservare gente che si rilassa seduta su una sediolina, gente che cucina, gente che si fa massaggiare sdraiata su delle stuoie, gente che gioca a carte o a scacchi, e addirittura gente che si fa tagliare barba e capelli…incredibile!

Con nostra grande sorpresa scopriamo che in Vietnam si producono una grande quantità di birre, ogni area geografica ha la propria. Ad Hanoi c’è la Bia Ha Noi; eccezionale, davvero, può tranquillamente competere con le birre europee. E’ inoltre possibile trovare piccoli bar che producono birra per conto proprio. Ok, ammettiamo che non è la migliore del mondo, però a 0,20€ al bicchiere si fa presto a dimenticarselo :-)

Se siete persone decisamente mattutine, fate una salto al lago Hoan Kiem verso le 5.30 – 6.00 di mattina, proprio all’inizio della “Città Vecchia” e osservate le centinaia di persone che praticano Thai Chi ed altre attività sportive, è estremamente affascinante. Mette di buon umore guardare sorridenti signore sulla settantina in tuta da ginnastica e retina per i capelli eseguire gli esercizi, ognuna con  il proprio ritmo, nonostante i vani sforzi della voce proveniente dagli altoparlanti di dare un minimo di sincronia al tutto.

Ora andiamo a Nord ma siamo contenti di essere costretti a passare nuovamente da questa città, a causa della rete di comunicazione vietnamita che rende Hanoi il crocevia per ogni altra destinazione…Tutte le strade portano ad Hanoi da queste parti…

Ora si va a Sapa e poi ad Halong Bay.

A presto, e tanti auguri di buon Natale e di buon anno a tutti, da Luca e Aga.

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Minorities Report

Il bus che ci ha portato sino a Luang Nam Tha, quello in cui ci siamo addormentati saltando la nostra fermata, per essere precisi, proseguiva la corsa fino al confine con la Thailandia. Sul pullman vi erano oltre una quindicina di turisti e solamente in 3 si sono fermati a visitare il nord del Laos: Luca, Aga ed il matto. Tutti gli altri sono direttamente andati da Luang Prabang alla Thailandia…Non fatelo!!! Assolutamente!! Non perdetevi la zona più bella del Laos!!! Davvero, non ha senso venire in Laos se non si visita la parte Nord del paese.

Quando Aga era bambina, la nonna, che era thailandese, le raccontava spesso dei gruppi etnici che vivono nel nord della Thailandia (gli stessi gruppi etnici vivono anche nel nord del Laos e del Vietnam) e le raccontava soprattutto storie riguardanti gli Akha…L’incontro con questa minoranza è stato per Aga come trovarsi di fronte a Babbo Natale o alle fate…sai, da piccolo ne senti parlare, ti vengono raccontate tante storie ma non incontri mai questi personaggi…e invece eccoci qui, a dare un passaggio in moto ad un anziana signora Akha che torna dal campo di riso dove ha lavorato tutto il giorno. Durante uno dei nostri mille giri in motocicletta a visitare i vari villaggi attorno a Muang Sing, abbiamo incontrato un gruppo di donne Akha di rientro dal lavoro; a gesti abbiamo chiesto se qualcuna di loro volesse un passaggio fino a casa, pensando che il villaggio fosse nei paraggi…addirittura volevamo fare la spola e, un pò per volta, dare un passaggio a tutte. Ingenui!! Ancora non sapevamo che il villaggio si trovava a circa 10 km di distanza da li, appena dietro un paio di colline…La più svelta a salire sulla piccola motocicletta è stata appunto la signora che ora si reggeva forte ad Aga, la quale non stava più nella pelle dall’emozione. I panorami erano splendidi ed il sole che iniziava a calare pennellava il cielo con incantevoli sfumature di colore, rendendo il magico incontro tra Aga e gli Akha ancora più fiabesco. Il villaggio a cui siamo giunti è probabilmente il villaggio più bello della zona, anche se, crediamo, il più remoto. Se mai doveste trovarvi da quelle parti, il nome del villaggio è Houayhoy, fateci un salto!!! La cosa bella è stata che, offrendo il passaggio alla signora, avevamo finalmente una scusa per entrare nel villaggio, non più come turisti o curiosi, bensì come ospiti, rendendo l’accoglienza ancora piu’calorosa. La signora ci ha poi invitato a casa sua, una minuscola palafitta in legno, ci ha versato del thè e ci ha anche offerto di trascorrere lì la notte, dato che si stava ormai facendo buio. Abbiamo scambiato qualche chiacchiera, per lo più a gesti, e abbiamo guardato insieme un pò di fotografie; lei ci ha mostrato le poche in suo possesso, tutte incorniciate e a far bella mostra sul muro, come fossero i quadri più preziosi del mondo e, probabilmente, lo sono per davvero, almeno per lei. Sfortunatamente abbiamo dovuto declinare l’invito a trascorrere lì la notte e, dopo aver gesticolato un pochino anche con decine di bambini del villaggio, ci siamo diretti verso casa, ancora estasiati per l’esperienza vissuta.

Ok, forse per voi che state leggendo potrà risultare un pò eccessivo questo trasporto emotivo, probabilmente perchè immaginate le minoranze che vivono nel nostro paese e non è che siano chissà quanto diverse rispetto a tutti gli altri. No, qui stiamo parlando di gruppi che vivono quasi completamente isolati dal resto del mondo, hanno le loro tradizioni, il loro modo di vestire, proprie leggi, religioni diverse, diverso cibo e nei loro villaggi sembra che il tempo si sia davvero fermato. A parte qualche televisione e gli onnipresenti telefoni cellulari, non c’è quasi alcun altro segno di modernità, anche perchè questi villaggi sono molto molto poveri. Si vive parallelamente al resto del mondo, con il quale si hanno sporadici contatti, per lo più limitati a qualche transazione commerciale, e si cerca di non sparire nonostante lo sviluppo e l’omologazione.

In tre giorni, con la nostra piccola motocicletta, abbiamo visitato ben 15 villaggi, attraversandone oltre una trentina. Abbiamo avuto modo di confrontarci con quasi tutti i gruppi etnici della zona, come gli Akha, i Tai Lue, i Tai Neua, i Tai Dam, gli Yao, i Lolo ed i Hmong. I diversi gruppi sono riconoscibili dagli abiti che indossano, anche se in verità non molti li indossano ancora; ormai acquistare abiti dalla vicina Cina è decisamente più economico. Visitare autonomamente quest’area del Laos è relativamente semplice: è sufficiente affittare una motocicletta e procurarsi una buona mappa che indichi dove sono situati i vari villaggi. Vi è anche un altro sistema per visitare la zona, basta entrare in una delle numerose agenzie turistiche e prendere parte ad un trekking di uno o più giorni, con possibilità di homestay (vale a dire trasorrere la notte nel villaggio, in una delle case tradizionali). Inoltre una percentuale della quota pagata all’agenzia viene girata ai vari villaggi, contribuendo a migliorare le condizioni di vita degli abitanti. Noi eravamo sinceramente indecisi, all’inizio, sulla modalità da adottare per visitare la zona al meglio. Sicuramente con le agenzie non c’è pericolo di rimanere delusi o di non riuscire a stabilire un contatto con le minoranze; le guide che accompagnano i turisti sono gente del posto che può quindi aiutare a superare la barriera linguistica, rendendo possibile comunicare con relativa facilità. Inoltre, le agenzie avvisano i villaggi dell’arrivo dei turisti, che spesso vengono accolti da danze e musiche tradizionali. Innegabile che tutto ciò sia davvero interessante. E’ inoltre innegabile che alla fine possa tutto risultare un pò posticcio. Inizialmente abbiamo optato per il tour “fai da te” per una questione economica, in quanto i tour per solo due persone sono decisamente cari e, non essendo la zona molto turistica, era impossibile unirsi ad altri turisti. Alla fine però siamo stati estremamente soddisfatti della scelta. E’stato bellissimo girare in moto per le strade sterrate che attraverano i panorami da sogno attorno a Muang Sing, incontrare la gente locale, riuscire pian piano a rompere il ghiaccio e a stabilire un contatto del tutto sincero. Non neghiamo che a volte siamo anche stati accolti con freddezza e, comprensibilmente, anche con un pò di fastidio. Bisogna capire che non si è in uno zoo, si sta entrando in casa di gente che, magari, non ha piacere di essere disturbata in quel preciso momento. Questo, probabilmente, è un altro punto a favore del girare con le agenzie; pagando ci si sente moralmente giustificati ad entrare nel quotidiano delle persone…”cavoli, ho pagato il biglietto, è normale che sia qui ad osservarti!!”

I nostri tre giorni di visite ai villaggi ci hanno trasmesso mille emozioni contrastanti; visitare i villaggi più poveri infondeva immensa tristezza, soprattutto per il pressante senso di impotenza. Era quasi surreale entrare nei villaggi durante le ore diurne, quando quasi tutti gli adulti si trovano a lavorare nei campi, e osservare solamente piccoli bambini nudi aggirarsi tra le capanne come fantasmi, troppo timorosi per avvicinarsi a noi. Ci infondeva, invece, una grande carica di positività, quando riuscivamo a stabilire una relazione con questa gente e venivamo invitati nelle loro case, magari a mangiare un pasto di banane ed acqua (le sole cose in casa in quel momento), a giocare ad indossare i loro vestiti tradizionali e a scattarsi decine di fotografie.

Sono stati sicuramente i nostri giorni più belli in Laos e non li dimenticheremo mai!!!

Purtroppo il nostro visto è ormai in scadenza e dobbiamo iniziare a dirigersi verso il Vietnam!!!

A prestissimo con l’ultimo post da questo magnifico paese!!

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L.P.D.R. = Lao Please Don’t Rush

Il viaggio da Phonsavan a Luang Prabang, di appena 6 ore ed apparentemente semplice, si è rivelato invece uno dei più duri e provanti che abbiamo affrontato sin dall’inizio del viaggio; se si mette insieme una strada stretta e dissestata, piena di curve e tornanti; un autista che pensa di essere alla guida di una Ferrari sul circuito di Monza; una mamma con bambina che soffrono il mal d’auto, eccovi servito il cocktail perfetto per un viaggio da brivido!!! Dopo appena 5 minuti dalla partenza, la piccola bimba, di circa 3 – 4 anni, in braccio alla mamma, inizia a sentirsi male ed a vomitare dal finestrino. Schumi, alla guida del minivan, senza nemmeno prendere in considerazionel’opzione di fermarsi un secondo o, almeno, di rallentare l’andatura, tira fuori dal cruscotto una pila di sacchettini in plastica e li consegna alla giovane madre. Tempo 2 minuti e la povera ragazza inizia anche lei a stare male e a far ampio uso dei sacchettini. Anche il signore dietro di noi, un turista francese sulla sessantina, inizia a sentirsi male ma, fortunatamente, non si rendono necessari gli ormai onnipresenti sacchettini. L’autista guidava davvero come un pazzo, ed i continui scossoni delle curve ed i sobbalzi delle molte buche ci scuotevano peggio che sul tagadà . Pensate poi che la prima ed unica sosta è stata dopo 4 ore e mezza, in cui le due poverette si sono praticamente prosciugate ed il turista francese ha assunto tutte le tonalità della scala del verde. Quando siamo scesi per il pranzo eravamo a pezzi; io ed Aga ci siamo comunque pappati una bella zuppa di noodle, ed anche la bambina si è mangiata un panino gigantesco. Già mentre lo mangiava noi eravamo sicuri che non sarebbe rimasto molto tempo nel piccolo pancino della bimba; alla terza o quarta curve anche la baguette era ben insacchettata. :-)
Arrivati a Luang Prabang triboliamo un pò per trovare una guesthouse con dei prezzi in linea al nostro budget e, una volta risolto il problema della camera, iniziamo a girare per la città tanto osannata da tutti i viaggiatori incontrati durante il nostro viaggio in Laos. Ecco, qui crediamo sia successo esattamente l’opposto di quanto accaduto per Vientiane; probabilmente avevamo troppe aspettative nei confronti di Luang Prabang dato che tutti, ma proprio tutti, ci avevano parlato superpositivamente dell’antica capitale del Laos. Oddio, la città è oggettivamente molto carina, estremamente curata, con dei bellissimi negozi e ristoranti ed uno stupendo mercatino notturno. Sembra un pò una piccola cittadina di mare francese, escluso per i numerosi templi buddhisti, ovviamente. Forse è per questo motivo che non ci ha colpito così tanto…non era niente di nuovo e di così straordinario. Ma ripeto, è solamente un’opinione personale e, apparentemente, alquanto atipica. Non essendo scattato il colpo di fulmine, dopo appena un giorno avevamo già deciso di partire per l’estremo nord del paese. Stavamo andando a comprare i biglietti del pullman quando d’improvviso sfreccia davanti a noi in bicicletta il nostro amico Takash, anche lui deciso a partire la sera stessa. Baci e abbracci, salti e balletti per celebrare l’incontro del tutto casuale. Decidiamo tutti di fermarci un altro giorno e di andare alle vicine cascate di Kuang Si la mattina seguente, per poi partire il pomeriggio. Essendo le cascate a circa 40km dalla città, si rendeva necessario affittare un tuk tuk per l’intera giornata; più gente c’è, meno costa il passaggio in tuk tuk. Ci siamo quindi messi alla caccia di altri turisti per formare un gruppo di 6 e far calare il prezzo. Abbiamo iniziato a chiedere un pò in giro a quelli che ci ispiravano simpatia, e siamo stati bravissimi, nemmeno facendo colloqui per mesi avremmo potuto trovare gente migliore. Eravamo riusciti a reclutare un altro ragazzo giapponese, Ohno, ed una coppia tedesca, Nina e Renè. La giornata alle cascate era stata stupenda, così abbiamo deciso di posticipare la partenza di un altro giorno e di trascorrere l’ultima sera tutti insieme, anche perchè sarebbe stata l’ultima volta che avremmo visto Takash, essendo il suo visto in scadenza. La serata è stata memorabile, anche grazie alla presenza di un altro vecchio amico, il Lao Lao!!! :-)

Ci siamo dati appuntamento per le 20.00 in una piccola vietta all’interno del mercato notturno, dove servono esclusivamente cibi già pronti e carni alla griglia da consumare tutti insieme su tavolate comuni. Terminata la cena, in cui ci ha raggiunto un altro ragazzo giapponese, Kengi, abbiamo iniziato a giocare con le carte ad un “drinking game” imparato in Malesia. Risultato della serata: Arinè, ossia la versione giapponese di Renè, in quanto per i giapponesi sembra impossibile pronunciare correttamente il suo nome tanto che, dopo svariati e vani tentativi, la versione più decente era appunto Arinè, è stato forzato ad abbandonare il tavolo da gioco da Nina perchè evidentemente troppo ubriaco; Kengi si è addormentato su uno dei tavoli del mercato, ormai chiuso da diverse ore; dopo averlo trasportato a spalle alla sua guesthouse, Ohno si è ricordato di essere venuto in bicicletta, solo che non ricordava assolutamente dove l’avesse parcheggiata. Dopo un’oretta di ricerche abbiamo gettato la spugna e lui ha dovuto sborsare 50 dollari americani per ripagarla! Comunque, che risate…e ora siamo ancora più fan dei giapponesi, sono davvero eccezionali!!!
Il giorno seguente, salutato Takash, abbiamo preso il pullman notturno per Luang Nam Tha. Il viaggio avrebbe dovuto durare 7 ore e saremmo dovuti arrivare a destinazione alle 4.00 di notte. I sedili erano davvero scomodi e l’autista pompava musica ad alto volume, nonostante l’orario. Non siamo riusciti a chiudere occhio, a parte dalle ore 3.15 alle ore 4.30, giusto il tempo per saltare la nostra fermata. Peccato che la fermata seguente era fissata alle ore 9.00 al confine con la Thailandia. Arrivati li abbiamo dovuto attendere un’oretta un altro bus che ci ha poi riportato indietro. Morale della favola, da 7 ore il viaggio è diventato di 18 ore. E anche qui un’altra storia; sul primo bus abbiamo conosciuto un ragazzo (non riportiamo la nazionalità perchè Aga si vergogna troppo :-) , anche lui diretto a Luang Nam Tha. Durante la notte, quando il bus era fermo alla fermata di Luang Nam Tha, avendo visto che noi dormivamo placidamente ha pensato bene di non scendere, per qualche strana ragione sicuro che noi sapessimo esattamente quale fosse la fermata giusta. Verso le 5.00, una volta compreso l’errore, ha scaricato ogni colpa su di noi, ritenendoci responsabili del fatto che anche lui avesse saltato la fermata giusta. Ma non è tutto. Durante l’attesa del secondo autobus, ha deciso di andare a mangiare un boccone in un ristorante dove poi ha dimenticato il suo cappellino. Accortosi della perdita, quando ormai eravamo in viaggio da un bel pezzo, ha iniziato a sbraitare come un matto e a prendere a pugni il sedile davanti a sè, insultando tutto e tutti. Non trovando pace per le prossime ore, ha addirittura intimato all’autista del bus di recuperare il cappellino, durante il quotidiano giro tra le due città, e di portarlo alla stazione di Luang Nam Tha, perchè lui nei prossimi giorni sarebbe andato a recuperarlo. Il povero autista, non parlando inglese, non ha ovviamente capito un accidente di tutto ciò. A quel punto il ragazzo ha completamente perso la testa, iniziando a riempire tutta la popolazione del Laos di insulti perchè incapace di comprendere una cosa così semplice…fortunatamente la gente non si è nemmeno resa conto di tutto quello che stava accadendo e ha continuato a sorridere alle sue scenate isteriche come se niente fosse, cosa che lo faceva alterare ancora di più. Davvero esilarante!!

Consigliamo a tutti quanto abbiamo consigliato al ragazzo con la crisi di nervi; il Laos non è il posto ideale per chi ha troppa fretta e pianifica ogni cosa nei minimi dettagli. Gli intoppi sono all’ordine del giorno, i bus si rompono continuamente costringendo i passeggeri a soste anche molto lunghe, la gente non ha mai fretta e, di conseguenza, i ritardi sono una consuetudine e la percentuale di beccare una coincidenza è la stessa di fare 6 al Superenalotto. Quindi rilassatevi, adeguatevi al lento ritmo del posto e godetevi anche la bellezza dell’imprevisto, perchè saranno soprattutto le cose non pianificate che vi ricorderete una volta tornati a casa. Inoltre, cosa scontata ma che a volte viene dimenticata, in Laos, come in molti altri paesi, la lingua ufficiale non è l’inglese, e anche il linguaggio del corpo non è uguale al nostro, quindi non prendetevela se se la gente non vi comprende.

Comunque, appena scesi dal bus siamo riusciti a seminare il nevrastenico. Lasciati i bagagli nella guesthouse e data un’occhiata ai tour organizzati dalle agenzie di viaggi, abbiamo deciso di provare ad entrare in contatto con le “minorities” per conto nostro. L’indomani abbiamo affittato una moto e siamo partiti per Muang Sing, un piccolo paesino al confine con Cina e Birmania, da cui vi scriviamo adesso. Non vediamo l’ora di conoscere meglio questi gruppi etnici ed osservare il loro stile di vita e le loro tradizioni.

A pretissimo per un resoconto completo!!!

 

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SECRET WAR

Nove anni di guerra. Una tra le più vaste operazioni militari della storia. Oltre 580 mila missioni e più di 2 milioni di tonnellate di bombe scaricate dal cielo. Una media di una bomba ogni otto minuti. 500 kg di bombe per abitante, bambini compresi.

No, non è il Vietnam!!

Benvenuti nella provincia di Xieng Khuang, Laos, l’area più bombardata al mondo!!

Non sorprendetevi troppo se tutto ciò vi risulta nuovo e apparentemente impossibile; anche noi non ne avevamo mai sentito parlare, prima di mettere piede nel paese; una guerra illegale, crudele, condotta di nascosto dagli occhi del mondo, sotto le false effigi della libertà e della democrazia…suona familiare??

Ma forniamo prima un paio di cenni storici; nel 1954 la Conferenza di Ginevra dichiarò il Laos “paese neutrale” per evitare che fosse coinvolto dalle tensioni tra Stati Uniti e Vietnam . Dal momento che un gran numero di munizioni giungevano al Vietnam attraverso il Laos, seguendo l’ Ho Chi Minh Trail, gli Stati Uniti diedero vita ad uno dei più massicci bombardamenti della storia, sfruttando inoltre “l’opportunità” per testare un gran numero di nuove armi (…per la serie “e già che dobbiamo fare una cazzata, facciamola bella grossa!”…) tra cui diversi tipi di cluster bombs, ossia piccoli ordigni, della grandezza di una pallina da golf che, fuoriuscendo a centinaia da una bomba madre, creano una micidiale sequenza di esplosioni, ognuna potenzialmente letale in un’area di 200 metri. Ben il 30% delle bombe sganciate dagli americani non è esplosa, lasciando la popolazione del Laos ancora oggi, a quasi 40 anni dalla fine della guerra, in ostaggio di questi micidiali ordigni che invadono gran parte del paese impedendo ogni tipo di opera edilizia, la coltivazione del riso e l’allevamento del bestiame. La presenza di queste bombe è talmente diffusa da rappresentare una delle principali cause di povertà per gran parte del paese.

Phonsavan, la capitale della provincia, è una città in costruzione; è impossibile non accorgersi del rapido sviluppo che la città sta vivendo. Sembra si stiano preparando a ricevere un gran numero di turisti; hotel e ristoranti sorgono dall’oggi al domani ed i lavori non si fermano mai. Davvero incrociamo le dita per loro. Al momento, però, i turisti non sembrano ancora interessati a spingersi sino a quà, allontanandosi di qualche centinaio di chilometri dall’itinerario più classico che da Van Vieng conduce direttamente a Luan Prabang, l’antica capitale. Gli unici turisti che abbiamo incontrato erano venuti sin qui per visitare le Plain of Jars, patrimonio dell’umanità Unesco, vale a dire le immense distese d’erba su cui giacciono centinaia di urne preistoriche in pietra, alcune di dimensioni superiori ai due metri, miracolosamente sopravvissute ai bombardamenti a tappeto degli americani, le cui cicatrici sono ancora ben visibili sul terreno. Noi invece eravamo esclusivamente spinti dal desiderio di saperne di più su questa drammatica e scoosciuta pagina della storia, di ascoltare la viva voce ed osservare i volti dei testimoni che hanno vissuto la guerra e che ancora oggi si trovano a convivere con la costante minaccia delle bombe. E il fenomeno è molto più vasto di quello che avevamo immaginato; nell’area operano alcune associazioni, finanziate per lo più dalle Nazioni Unite e dall’Unione Europea, tra cui l’inglese MAG (http://www.maginternational.org/) che si occupa della rimozione degli ordigni inesplosi, i cosiddetti UXO = Unexploded Ordnance. Nella via principale di Phonsavan potrete trovare un loro ufficio dove è possibile assistere ad alcune proiezioni di filmati ed interviste, tra cui quella di una giovane dottoressa che denunciava il fatto di dover fronteggiare ben più di cento casi di pazienti coinvolti in esplosioni ogni anno, una media di uno ogni tre giorni, di cui la metà bambini. Tenete conto che questa è la testimonianza di una sola dottoressa mentre nell’area, fortunatamente, operano diversi dottori; di conseguenza il quadro risulta essere terribilmente drammatico. Come se ciò non bastasse, essendo la gente impossibilitata a coltivare la terra, molti riescono a raccimolare un pò di soldi attraverso la raccolta e la vendita del ferro, incluso quello proveniente dalle bombe, di ottima qualità e presente in abbondanza nella zona. Oltre al pericolo derivante dall’avventurarsi in terreni non bonificati, alcuni si improvvisano artificieri e cercano di disinnescare le bombe da soli per poi vendere il ferro di cui sono composte. Come potrete immaginare gli incidenti sono davvero frequenti.

Qui a Phonsavan vi sono moltissime agenzie di viaggi ed hotel che organizzano visite guidate nella regione ma, essendo noi solamente in due, il prezzo risultava eccessivamente caro. Inoltre, come già abbiamo detto, la maggior parte dei turisti preferisce visitare le Plain Of Jars piuttosto che i siti ed i luoghi che testimoniano lo scempio della guerra. Quindi, smentendo un vecchio spost pubblicitario: “Turista fai da te???…ahi ahi ahi ahi!!!!”, abbiamo affittato una piccola motocicletta e siamo partiti alla ricerca di testimonianze per conto nostro. Nei villaggi della zona è possibile osservare come la gente, non avendo i mezzi per comprare altro materiale, utilizzi parti di bombe e missili americani nei modi più disparati, per esempio come rinforzo per le colonne della casa, come abbeveratoio per gli animali, come fioriere, come supporto per un piccolo orticello dove coltivare qualche ortaggio…Alcuni villaggi sono estremamente poveri e si intuisce facilmente quanto dura e difficile sia la vita da queste parti. Sorprendentemente la gente non sembra aver nessun sentimento di odio o rivalsa nei confronti degli americani, nonostante gli Stati Uniti spendano molti più soldi per aiutare i propri cittadini a cercare i resti dei soldati caduti in battaglia, piuttosto che per liberare il paese dalle bombe che continuano ad uccidere quotidianamente gente innocente ed inerme.

Come avrete sicuramente notato questo post si allontana di molto dai nostri articoli precedenti, sia per il tema che per le informazioni riportate. Per noi era comunque importante farvi conoscere la nostra esperienza e questa vicenda poco nota, soprattutto in conseguenza della richiesta di alcune persone che ci hanno pregato di raccontare nei nostri paesi di quanto visto e sentito, per far si che un giorno questa guerra non sia più segreta e sconosciuta.

Per chi volesse approfondire l’argomento consigliamo questo articolo, purtroppo in inglese: http://www.worldpress.org/Asia/2562.cfm#down

Ora procediamo verso Nord, Luan Prabang e poi su fino al confine con la Cina, ad incontrare le minoranze etniche che abitano le montagne della zona!

 

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LAO LAO

Adoro Starway to Heaven ma in questo momento mi sembra ancora più bella, mentre mi dondolo su un’amaca in riva al Nam Song, qui a Van Vieng, sorseggiando un bicchiere di lao lao e cola e fumando l’ultima sigaretta della serata.

Ma forse corro un pò troppo…Meglio raccontarvi tutto ciò che ci ha portati sino a questo momento. Noi ci eravamo lasciati a Singapore, ormai molto tempo fa. A proposito, scusate il ritardo ma siamo stati presissimi ultimamente, e non è affatto facile caricare i post in Laos. Ci troviamo quindi costretti a saltare il post riassuntivo della Malesia per recuperare il tempo perso, ma se qualcuno avesse domande a riguardo, come al solito, non esitate ad inviarcele. Promettiamo che ci impegneremo di più e cercheremo di essere più puntuali. Ebbene, dopo Singapore siamo volati a Bangkok, ma non ci siamo fermati molto in Thailandia perchè il desiderio di viaggiare non si placa, nemmeno quando si è in viaggio!! Già durante gli ultimi giorni in Malesia avevamo iniziato a pensare ad una “piccola” deviazione del nostro percorso, per visitare anche Laos, Vietnam e Cambogia. Inoltre, una volta arrivati a Bangkok, abbiamo incontrato un gran numero di viaggiatori di ritorno da quell’area; i loro racconti non hanno fatto altro che alimentare la nostra curiosità. Dopo due rapidi conti abbiamo accertato che, senza fare pazzie, dovremmo riuscire a completare ugualmente il nostro giro del mondo e quindi…siamo partiti!!!!

Da Bangkok abbiamo preso un treno notturno fino a Ubon Ratchahani, 12 ore di viaggio per appena 5 euro…ok, noi abbiamo preso la classe più scarsa in assoluto. C’era anche un treno che partiva 30 minuti dopo il nostro con cuccette, costo intorno ai 30 € a persona…non male, ma noi siamo davvero a budget super-ristretto al momento, quindi risparmiamo dove possibile, ossia trasporti e guesthouse. Inoltre il viaggio è stato divertente, anche se assolutamente scomodissimo, a causa del sedile rotto che puntualmente crollava ogni volta che riuscivamo a prendere sonno; ma la compagnia della gente locale, sempre simpaticissima e pronta a scambiare due parole, ripaga qualsiasi disagio. Come in India, nei treni c’è un continuo via vai di venditori ambulanti che vendono qualunque cosa, dai giocattoli per i bambini alla carne alla griglia, dalle sigarette agli alcolici. Tutti i finestrini sono aperti e, insieme ai numerosi ventilatori appesi al soffitto, creano una corrente d’aria che può creare qualche problema. Consigliatissimo portarsi una maglia o, perlomeno, qualcosa per coprire la gola ed il collo.

Scesi dal treno prendiamo un bus che ci porta oltre confine, a Pakse, la nostra prima destinazione in Laos!! Lasciamo le valigie nel dormitorio e iniziamo a girare per la cittadina. Dopo un ottimo Lao Coffee ed un breve giro in città, Aga nota un gruppo di ragazze in abito tradizionale che si scattano fotografie, mentre altri ragazzi in camicia bianca giocano a bocce bevendo birra. Sembrava una festa di studenti. Ci siamo quindi avvicinati per scattare qualche fotografia e, tra una chiacchiera e l’altra, ci siamo trovati anche noi con le bocce e le birre in mano. Quattro ore e molte birre più tardi eravamo ancora li con loro. Abbiamo poi scoperto che non erano studenti, bensì i dipendenti di una banca che ogni tanto si ritrovano dopo lavoro per rilassarsi e stare un pò insieme. Ci hanno anche offerto ripetutamente un pò dei loro snack…larve e cavallette fritte!! Aga è stata decisamente più coraggiosa di me e ne ha mangiate un pò: “Le cavallette sono buone, croccanti e salate, mentre le larve non sono un gran che”.

Comunque, non male come inizio in Laos.

Il giorno successivo siamo partiti per il profondo sud del paese e le sue famose 4000 island. Un arcipelago nel bel mezzo del Mekong al confine con Cambogia e Vietnam. Dopo un viaggio di 4 ore, in cui il minivan che ci trasportava si è rotto ben 3 volte (il Laos non è come la Malesia), siamo giunti a Don Det, la nostra destinazione. Qui siamo riusciti a trovare una stanza in una piccola guesthouse a gestione famigliare per, udite udite, 1 euro e 30 centesimi…niente male. Il posto è stupendo e molto molto tranquillo, l’ideale per chi è in cerca di pace e relax. E’ possibile affittare biciclette e gironzolare per le isole, fare giri in barca e lunghe camminate immersi tra le risaie, oppure dondolarsi per ore sulle numerose amache in riva al Mekong. Qui a Don Det abbiamo incontrato diverse persone ma l’incontro più interessante è stato quello con Takash, un particolare ragazzo giapponese ospite nella nostra stessa guesthouse. Gironzolando per il mondo io ed Aga avevamo incontrato pochissimi giapponesi, tutti molto chiusi e riservati, con cui era davvero difficile stabilire qualsiasi tipo di contatto. Takash è invece un ragazzo molto espansivo e divertente e, pur parlando pochissimo inglese, riesce a farsi capire benissimo in ogni modo. Sembra davvero un cartone animato. Ci ha spiegato il motivo dell’apparente riservatezza dei giapponesi incontrati sino a quel momento, il grosso problema è la lingua; i giapponesi non parlano inglese. Inoltre, essendo molto timidi e rispettosi, difficilmente osano avvicinarsi ad altre persone. Noi pensavamo invece che i giapponesi parlassero tutti un ottimo inglese e che non volessero mischiarsi con gli occidentali per via delle forti differenze culturali. Nulla di più sbagliato. Non si smette mai di imparare!!

Una cosa che ci ha colpito particolarmente qui a Don Det sono stati i temporali. Non so se sia sempre così, ma noi abbiamo assistito a due temporali notturni e sono entrambi stati memorabili. Mai visto nulla del genere. I lampi seguono una traiettoria orizzontale, con svariate appendici che raggiungono il terreno, ed il tuono che ne deriva dura un eternità, a volte oltre i 25 secondi. Lo si sente in lontananza avvicinarsi a grande velocità, crescendo d’intensità, sempre più forte e rumoroso, sino a diventare assordante quando ci raggiunge e scuote il nostro piccolo chalet in legno, per poi proseguire la sua corsa, facendo tremare tutta l’isola. Non sto esagerando, l’intera isola tremava, tanto da far cadere gli oggetti appoggiati sul tavolino. E’ come venire colpiti da decine di terremoti uno di seguito all’altro. Esperienza fantastica!!! Mi viene da ridere se penso a mia nonna che, quando ci sono i temporali a Torino, si sveglia e fa su e giù per il corridoio pregando Padre Pio; chissà cosa avrebbe fatto se si fosse trovata qui a Don Det.

Dopo aver trascorso 4 giorni sull’isola e percorso decine e decine di chilometri in bicicletta, siamo partiti in direzione nord, verso Vientiane, la capitale del Laos, portandoci dietro il nostro nuovo amico giapponese!!

Tutti, ma davvero tutti, i viaggiatori che avevamo incontrato ci avevano parlato malissimo di Vientiane; forse proprio perchè le nostre aspettative erano bassissime, a noi è piaciuta molto. Sembra una piccola cittadina di mare, solo che al posto del mare c’è il sempre presente Mekong. Di dimensioni ridotte, ancora non troppo rumorosa e trafficata, si presta bene ad essere visitata in bicicletta. Ci sono anche sufficienti monumenti ed attività per impegnarvi almeno due, tre giorni. Noi ci siamo trovati benissimo, anche se abbiamo dovuto prolungare il nostro soggiorno di ben 3 giorni per un errore da parte dell’ambasciata vietnamita nel rilasciare i nostri visti. Sì, perchè per andare in Vietnam bisogna richiedere il visto in precedenza, non si può ottenere il visto all’arrivo, come per il Laos. Nei nostri 6 giorni di permanenza nella capitale abbiamo fatto un pò di tutto: siamo andati per musei, vi consigliamo il Lao National Museum che racconta la storia del Laos, concedendo ampio spazio alle lotte combattute dai laotiani contro francia prima ed america poi; siamo andati allo stadio a vedere una partita di calcio; abbiamo visitato praticamente tutti i templi ed i monumenti presenti in città, tra cui la stupa Pha That Luang, che è davvero suggestiva, soprattutto al tramonto, con la sua superficie dorata che riflette la luce del sole e le varie tonalità del cielo; abbiamo purificato anima e corpo partecipando ad una seduta di meditazione con dei monaci buddhisti, per poi farci avvolgere dai caldi fumi di una particolarissima herbal sauna. La sauna si trova in una tradizionale casetta in legno, di quelle in cui vive la maggior parte della popolazione del laos, appoggiata a dei pali e sospesa a qualche metro da terra. Sul terreno, in corrispondenza della sauna, vi è un grosso forno in pietra dove vengono fatte bollire alcune erbe balsamiche i cui fumi riempiono la piccola stanza sovrastante, scaldandola e colmandola di benefici aromi. Divertente è stato anche il nostro ingresso alla seduta di meditazione; raggiungiamo in bicicletta un piccolo tempio buddhista immerso in un parco, leghiamo le biciclette con le catene e andiamo a fare una passeggiata. Dopo alcuni minuti Aga si accorge di non avere più le chiavi del lucchetto, iniziamo quindi a cercarle. Dopo poco ci raggiunge un monaco che si offre di aiutarci, dopo un altro paio di minuti un altro monaco si unisce al gruppo, poi un altro, poi un altro ancora…in tutto 2 bianchi e 6 monaci si aggiravano per il parco a testa bassa per trovare le chiavi di Aga. Uno dei monaci alla fine è riuscito a trovarle. Eravamo sicuri che prima o poi le chiavi sarebbero saltate fuori, era solo questione di tempo…e dai cavolo, 6 monaci nel team, Dio era ben dalla nostra parte eh!!!! Gli stessi monaci ci hanno poi invitato alla seduta di meditazione, molto interessante ma davvero troppo difficile per me. Bisogna chiudere gli occhi e scacciare ogni pensiero, rimanendo seduti immobili a gambe incrociate. Prima di tutto, sin da piccolo, se mi viene detto di non muovermi state certi che mi verranno tutti i pruriti del mondo, oppure piccoli dolorini muscolari che richiedono una veloce stiracchiata. Non avete idea di quante volte durante le visite mediche ho dovuto ripetere radiografie ed elettrocardiogrammi per questo motivo. E’più forte di me.

La capitale ha anche un buon numero di bar e locali notturni dove potersi divertire. Solitamente io e Aga trascorrevamo il tempo in piccoli bar frequentati per lo più da gente del posto ma, una sera, siamo usciti con un ragazzo inglese che vive da un anno a Vientiane; ci ha portato in un paio di locali dove abbiamo scoperto un altro aspetto della capitale sino a quel momento a noi sconosciuto. Vi sono alcuni posti, in riva al Mekong, in cui molte giovani ragazze si prostituiscono e vanno a caccia di occidentali di qualunque età. Le vedi sedute ai tavolini a sorseggiare acqua e ghiaccio, lanciando occhiate provocanti a tutti gli uomini presenti nel locale, in attesa che qualcuno le avvicini e le offra un vero drink, troppo caro per gli standard locali, per poi proseguire la notte in qualche camera d’albergo. Quanto stridente il loro comportamento con quello delle altre ragazze incontrate sino a quel momento, timidissime e spesso imbarazzate, sempre ben coperte e mai provocanti. Siamo rimasti molto sorpresi; eravamo pronti ad imbatterci in simili realtà in Thailandia ed in Vietnam, ma non di certo in Laos, anche in conseguenza delle leggi in vigore che vietano a chiunque di avere rapporti sessuali senza essere stati prima uniti in marimonio, con tanto di pena detentiva o espulsione dal paese. E’stato comunque importante conoscere anche questo aspetto di Vientiane, per quanto triste e deprimente. Ma devo dire che è davvero difficile trattenersi dall’alzarsi e rompere il naso al vicino di tavolo, ben oltre i 60 anni, che se la spassa con una ragazzina che potrebbe averne si e no 16!!

Anche la serata successiva è stata molto particolare; rientrati alla guesthouse dopo un lungo giro in bicicletta, decidiamo di berci una birra al tavolino davanti all’ingresso, quando ci raggiunge il giovane ragazzo che copre il turno notturno alla reception, con un paio di suoi amici. Dato che il gruppo si era notevolmente allargato abbiamo comprato una bottiglia di whisky locale, il Lao Lao, di cui i laotiani vanno estremamente fieri, da poter bere tutti insieme. Durante le ore trascorse a quel tavolino abbiamo parlato di molte cose, approfondendo svariati aspetti della cultura locale. Inoltre, molte persone sono passate a sedersi con noi per fare due chiacchiere, per salutare, per farsi un goccetto, o per semplice curiosità, ma quella che ci ha colpito maggiormente è stato un uomo sulla quarantina che chiedeva l’elemosina e, visto il Lao Lao, si è seduto a bere con noi. Questo signore ha perso entrambe le braccia cercando di aprire una delle centinaia di migliaia di bombe sganciate dagli americani durante la poco conosciuta e totalmente illegale Secret War, portata avanti dagli Stati Uniti contro il neutrale stato del Laos, quasi 40 anni fa. Il paese è pieno di questi ordigni che rappresentano una delle principali cause di povertà di ampia parte della popolazione, in quanto è impossibile utilizzare gran parte dei terreni per l’agricoltura o la costruzione di abitazioni a causa della presenza delle bombe (ma approfondiremo maggiormente l’argomento nel prossimo post). Ebbene, questa gente cerca comunque di guadagnarsi da vivere raccogliendo e vendendo il metallo proveniente dalle bombe, anche a costo di aprire e dissinnescare gli ordigni a mani nude. Il rischio è altissimo e gli incidenti sono molto frequenti. Il Laos non è in grado di fornire nessun tipo di aiuto statale alle persone che non possono lavorare e l’unico modo per sopravvivere è, appunto, chiedere l’elemosina. Abbiamo però notato che, fortunatamente, la gente del laos, se può, non si tira indietro nell’aiutare i bisognosi.

Dopo Vientiane ci siamo spostati a nord, nella famigerata Van Vieng, famosa per il tubing e per la facilità nel reperire droghe come marijuana e oppio, spesso servite nei bar e nei ristoranti con il nome di Happy Shake, Happy Pizza, Happy Omelette,…e così via. La città in sè è il paradiso dello sballone: è pieno di ristoranti che trasmettono puntate dei Simpson, dei Griffin e di Friends dalla mattina alla sera; non ci sono sedie, bensì delle aree composte da tavolini bassi e molti cuscini dove è possibile sdraiarsi e trascorrere ore mangiando o sorseggiando birra guardando la televisione. Ma il pezzo forte è il tubing sul fiume che attraversa la città, il Nam Song. Il tubing consiste nell’affittare una camera d’aria di un trattore e farsi trascinare dalla corrente del fiume. Oltre alla bellezza dei panorami, la vera chicca è che alle rive del fiume vi sono svariati bar a cui si può attraccare per bere qualcosa durante il percorso e fare baldoria. Non sembra per niente di essere in Laos: è pieno di europei, per la maggior parte inglesi, musica elettronica ad alto volume e tantissimo alcol. Da questi bar è inoltre possibile fare spettacolari tuffi attaccandosi a carrucole o a corde elastiche che ti gettano nel fiume da altezze spaventose. Un gran numero di persone si fa male ogni anno e almeno un paio ci lasciano le penne. Non bisogna esagerare con i drink; il fiume può diventare molto pericoloso e anche i tuffi non sono per niente sicuri, soprattutto se il livello dell’acqua non è sufficientemente alto. Quindi fate molta attenzione!!!Ok, lo ammettiamo, è davvero una città dei balocchi creata per i turisti, ma noi ci siamo divertiti un casino. Inoltre, se si affitta una bicicletta od un motorino, è possibile allontanarsi dal caos della città e godere dei bellissimi panorami e delle incredibili bellezze naturali di questa zona.

Ed eccoci qui, seduti in riva al Nam Song, io, Aga e Takash, dopo un’intensa giornata di tubing e dopo un bel pò di Lao Lao; per salutarci, dato che Takash ha deciso di rimanere qui a Van Vieng un altro pò, mentre noi proseguiamo verso nord, per scoprire qualcosa in più riguardo alla Secret War. Siamo qui, ad ascoltare Starway to Heaven, in silenzio, perchè Takash non l’ha mai sentita prima e io gli ho appena detto che è una delle mie canzoni preferite…sarà l’alcol, o l’emozione del viaggio, l’essere qui in Laos e ricordare tutte le incredibili esperienze vissute fin’ora in questi 4 mesi, o magari tutto insieme, ma non mi sono mai goduto questa canzone così intensamente come in questo momento…Amazing, è il commento di Takash una volta terminata la canzone!!!

A presto notizie dalla zona più bombardata al mondo!!!

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