HAPPY MERDEKA!!!

Tioman, stupenda isola situata nel sud est della Malesia, con le sue bellissime spiaggie bianche, le acque cristalline ed il lento ritmo che regola il trascorrere del tempo, rappresenta un vero paradiso. Qui abbiamo incontrato Paolo, Emily e Giorgio, dei nostri amici che hanno deciso di trascorrere in Malesia le loro vacanze estive. E’ stato fantastico rivederli dopo tre mesi dalla nostra partenza. Io ed Aga non stavamo più nella pelle, avevamo così tante cose da raccontare, specialmente dopo il nostro viaggio in India; credo per loro sia stato un pò pesante ascoltare i nostri aneddoti ad ogni ora del giorno e della notte…scusate ragazzi!! :-)

Prima di partire ci siamo premurati di fare scorta di tutto quello che poteva servirci e che avrebbe potuto essere difficile reperire sull’isola, come creme protettive, cosmetici in genere e teli mare. Siamo troppo organizzati eh??! Peccato che dopo un paio di giorni trascorsi a rosolarci sulla spiaggia e ad osservare la coloratissima vita nei pressi della barriera corallina, ci siamo tutti accorti di non aver portato abbastanza denaro con noi e si rendeva necessario andare alla ricerca di un bancomat. L’unico bancomat dell’isola si trova a Tekek, ben 10 km a sud del piccolo villaggio di Salang, dove ci trovavamo noi. Ecco, a Tioman non esistono strade; per spostarsi da un villaggio all’altro ci sono due modi: in barca, con dei sea-taxi, oppure a piedi, attraversando la fitta giungla che ricopre la quasi totalità della superficie dell’isola. Noi, ovviamente, abbiamo optato per la seconda soluzione. “La Mission”, come la chiamava Giorgio, era dura ma eravamo fiduciosi di poterla portare agevolmente a termine. Il piano era il seguente: partire presto la mattina per raggiungere una piccola baia a circa 2 km da Salang, lasciare li le ragazze a prendere il sole, per poi proseguire solo noi uomini, e che uomini, alla volta di Tekek, recuperare il malloppo e tornare indietro al nostro villaggio. Nulla di più semplice!!

Dopo un’abbondante colazione ci siamo diretti verso l’ingresso della foresta dove una ripida collina ci dava il benvenuto, intimandoci di tornare sui nostri passi. Niente da fare mia cara, noi si procede!!! Dieci minuti dopo eravamo già tutti stremati e completamente zuppi di sudore, il sentiero era praticamente invisibile e l’umidità insopportabile. Le soste erano frequenti e, dopo un’ora dalla nostra partenza, non avevamo ancora raggiunto la vetta della collina. D’altro canto i suoni, i colori e l’incredibile varietà di piante ed animali presenti nella giungla ripagavano ampiamente le nostre fatiche. Dopo circa due ore abbiamo raggiunto una bellissima spiaggetta isolata, c’eravamo solo noi ed un paio di varani che ci osservavano curiosi. Il posto era incredibilmente bello e, anche se nessuno di noi lo aveva ancora affermato, non appena affondati i piedi nella finissima sabbia bianca, avevamo tutti compreso che la nostra missione era fallita!! Ma il destino è imprevedibile e dietro un fallimento si può nacondere un grande successo…Anche se noi non lo sapevamo ancora, eravamo destinati a grandi cose!!! :-)

Dopo una decina di minuti abbiamo visto lungo la spiaggia una macchiolina in lontananza avvicinarsi sinuosamente e diventare sempre più grande e nitida; era un piccolo gattino, che doveva essersi smarrito nella giungla sino a raggiungere quella piccola baia isolata, ed era evidentemente denutrito e molto debole. Per tutto il giorno non ha fatto altro che strusciarsi sulle nostre gambe ed elemosinare un pò di attenzione da parte nostra. Non avevamo cibo con noi, solamente delle noccioline ricoperte di cioccolato che non attiravano minimamente la sua attenzione. Una nuova Mission faceva capolino all’orizzonte: dovevamo salvare il povero gattino!!! Ma come portarlo al nostro villaggio lungo il ripido sentiero per oltre due ore di cammino? Metterlo nello zaino..no, troppo stressante per lui. Portarlo in braccio…impossibile, troppo ripido il sentiero in alcuni tratti, ed è necessario avere le mani libere per potersi arrampicare. Proprio mentre eravamo immersi nella discussione,una barchetta si è avvicinata alla piccola spiaggia per far scendere due turisti. Che fortuna, non era passata anima viva da quella zona per tutto il giorno e, proprio quando stavamo per tornare sui nostri passi, ecco spuntare un sea-taxi diretto a Tekek. Abbiamo quindi approfittato del taxi per raggiungere la piccola cittadina e portare con noi Survivor, così avevamo battezzato il nostro nuovo amico…poverino, abbiamo dovuto tenerlo in tre persone per evitare che saltasse fuori dalla barca e si gettasse in mare per la paura che aveva del rumoroso motore e dei salti che la barca faceva incrociando le onde. Una volta raggiunta Tekek, abbiamo mangiato un boccone a casa del tassista che ha poi tenuto il povero naufrago con sè e la sua famiglia.

Missione completata!!!

Già che siamo in tema di gatti, sappiate che qui in Malesia è pieno di gatti, sono ovunque. Molti di loro però sembrano avere la coda mozzata o attorcigliata. Come se qualcuno si divertisse a torturarli. Già da Melacca e poi a Kuala Lumpur io e Aga eravamo curiosi di scoprire il motivo di questa particolarità. Ed ecco trovata la risposta, grazie ad una ragazza di Roma in vacanza con il fidanzato a Tioman. Durante una cena, tra una chiacchiera e l’altra, ho domandato se avessero idea del motivo per cui alcuni gatti hanno la coda in quel modo…e la sua risposta ha lasciato tutti di stucco: “Ma si è vero, anche io ne ho visti tanti e c’ho pensato…ma saranno mica gay???Perchè sono diversi…” In un secondo la temperatura da tropicale è diventata polare, è calata una patina di gelo su di noi ed un silenzio quasi surreale…mi è sembrato persino di veder rotolare un covone di fieno e sentir ululare un coyote in lontananza…Nessuno ha replicato ma lo stesso pensiero è passato nella mente di tutti noi: “il bello è che ci ha pure pensato su e speso del tempo per tirar fuori questa perla di saggezza!!!” :-)

Quindi sappiate, la Malesia è un paese gay-cat friendly :-)

Lasciata Tioman ci siamo diretti verso nord, a Cherating, un piccolo villaggio sulla costa orientale della Malesia. Posto estremamente rilassante e dai ritmi decisamente lenti. L’ideale per chi ama stare ore sdraiato al sole, rilassarsi, leggere libri e fare due chiacchiere con la gente del posto. Molti viaggiatori, infatti, lasciano Cherating il giorno successivo al loro arrivo, delusi. Ma alcuni, invece, ne rimangono rapiti, prolungando la loro permanenza per settimane, se non mesi. Come Maurizio, un simpatico ragazzo di Milano, arrivato a Cherating per fermarsi solo un paio di giorni e stabilizzatosi li per settimane. Quando siamo partiti per la piccola isola di Kapas lui era ancora li…chissà se è tornato a Milano o si è definitivamente trasferito a Cherating.

Se penso a come potrebbe essere il Paradiso, lo immagino esattamente come Kapas. Finissima sabbia bianca bagnata da un mare immobile ed acque cristalline, abitata da coloratissimi pesci che trovano rifugio nella vasta barriera corallina che circonda l’isola, piccoli chalet in legno che si affacciano sulla spiaggia, amache tra le palme da cocco, una piccola casetta sull’albero dove potersi rilassare, ed una pace infinita. Unico neo è che non vi sono persone del posto; anche i proprietari della struttura in cui alloggiavamo sono olandesi. Per quanto l’isola sia bellissima, sembrava di essere in un villaggio turistico, confinati nella nostra piccola baia per soli turisti. E anche a Merdeka, la festa d’indipendenza malesiana, non vi è stato nessun tipo di festeggiamento, seppure sia una festa molto sentita in tutta la Malesia. Noi, che avevamo già acquistato bandiere e bandierine per l’occasione, abbiamo festeggiato ugualmente…Happy Merdeka!!! A Kapas, inoltre, sono anche riuscito a vedere uno squalo!! Spettacolare. E’ tutt’altra cosa trovarsene uno a pochi metri di distanza, immerso nel suo ambiente naturale, rispetto ad osservarli in tv o separati dal vetro di un acquario. Non era molto grosso ma superava abbondantemente il metro e mezzo, era lì, ad una paio di metri da me, fiero ed elegante, per poi sparire con un paio di colpi di pinna, lasciandomi lì sul posto, in balia della paura e dell’euforia. E’ stato davvero un incontro indimenticabile.

Lasciata Kapas ci siamo diretti verso il Taman Negara, la foresta più antica sulla faccia della terra. Qui abbiamo fatto due giorni di trekking nella giungla, oltre a trascorrere una notte in un rifugio situato a 10 km dal primo centro abitato. Un’esperienza assolutamente fantastica che vorremmo certamente ripetere al più presto. Si dorme all’interno di un capanno in legno senza acqua nè luce e si trascorre la nottata ascoltando i suggestivi suoni della foresta e osservando gli animali che la abitano. Oltre a noi nel rifugio c’erano altri 5 viaggiatori, il che non favoriva l’avvistamento di animali, era infatti praticamente impossibile mantenere il più assoluto silenzio. Così la notte abbiamo acceso un fuoco per cucinare qualcosa e per fare due chiacchiere, eliminando del tutto la possibiltà di qualsiasi tipo di avvistamento. Comunqe sia è sicuramente stata una delle notti più belle che abbiamo trascorso in Malesia e sarà difficile dimenticare le emozioni e le sensazioni vissute in quei due giorni. La giungla in alcuni tratti, specialmente se ci si allonatana dai centri abitati, è davvero opprimente, fitta. L’umidità è molto alta e si accusa facilmente la stanchezza. Quando si è li, circondati da alberi di cui non si riesce a vedere la fine, con radici che superano i due metri di altezza e che si distendono sul terreno per decine di metri, camminando tra piante che arrivano al ginocchio e che potrebbero nascondere chissà quale minaccia, ci si rende conto di non appartenere a quel mondo, di essere del tutto estranei, di non sapere come muoversi, di non conoscere cosa temere e cosa no. Se ci si ferma un attimo a guardarsi intorno ci si rende conto che tutto il resto è, invece, perfettamente a proprio agio e che ogni cosa si muove e ci osserva; pesanti rumori di zoccoli, battere d’ali di grandi uccelli sconosciuti, rumori di rami che accusano l’improvviso peso di scimmie che dall’alto ci guardano sospettose, lo strisciare elegante di serpenti che si allontanano dal sentiero al nostro passaggio, le grida ed i versi di chissà quali animali. E’ difficile spiegarvi a parole cosa si provi esattamente, è una continua dose di adrenalina che lentamente ma costantemente entra in circolo nel corpo, una sorta di tensione che ti spinge a proseguire nel cammino nonostante la stanchezza e la pesantezza delle gambe, con la speranza mista a paura di avvistare i grandi animali selvatici che abitano queste zone.

Lasciato il Taman Negara siamo tornati a Kuala Lumpur, questa volta con Emily e Giorgio. Giusto il tempo per visitarla velocemente e goderci il sabato sera in uno dei suoi numerosi locali, prima di tornare a Singapore e partire per la Thailandia. Qui abbiamo ballato musica punjabi fino a tarda notte e conosciuto tantissimi ragazzi malesiani di origine indiana che ci hanno insegnato a ballare quel genere di musica. Serata splendida!!

Dopo tutto questo ballare e dopo il trekking dei giorni precedenti abbiamo deciso di concederci un bel massaggio rilassante, ma non un massaggio qualsiasi, bensì uno fatto dai dei piccoli famelici pesciolini che mordicchiano i piedi immersi nell’acqua. Inizialmente è terribile, il solletico è davvero insopportabile, è difficile resistere e praticamente impossibile non scassarsi dal ridere…Aga ed Emily ci hanno messo davvero un bel pezzo prima di abituarsi. Assolutamente divertentissimo e da non perdere se si passa da Kuala Lumpur!!!!

Il giorno dopo siamo partiti per Singapore, ospiti nuovamente da Kuni, dove abbiamo speso un giorno e mezzo andando a zonzo per chinatown e visitando il bellissimo giardino botanico, come suggeritoci da alcuni lettori del blog. Grazie mille per il consiglio, ne vale davvero la pena!!

Ci sentiamo presto dalla Thailandia.

Posted in Luca | 2 Comments

Saya Suka Malaysia

Estasiati dal Couchsurfing a Singapore, abbiamo deciso di ripetere l’esperienza anche a Melacca, la nostra tappa successiva. Abbiamo inviato un paio di richieste e, nonostante il breve preavviso, abbiamo ricevuto la risposta positiva da parte di Tarynn, una ragazza inglese con origini malesi, trasferitasi da qualche anno in Asia per motivi di lavoro.

Ormai abituati ai comfort del moderno ed accogliente appartamento di Kuni, situato all’interno di un residence con piscina, jacuzzi, campi da tennis, palestra, barbecue e aree relax, eravamo certi che sarebbe stato estremamente difficile trovare di meglio. Con nostra grande sorpresa, invece, abbiamo scoperto che Tarynn è ospite di un hotel a quattro stelle, in un appartamento pagato dalla compagnia per cui lavora, con ben due piscine più annessi e connessi. Iniziavamo a credere che per partecipare a Couchsurfing fosse necessario possedere una piscina…e non credo che la vasca da bagno, seppur di buone dimensioni, del nostro vecchio appartamentino avrebbe potuto essere spacciata per tale :-) .

Melacca è una città davvero carina, molto tranquilla e piena di storia. Come in quasi tutta la Malesia, sono evidenti le influenze delle diverse culture che la abitano: cinese, malese ed indiana. Oltre ai resti lasciati dai vari conquistatori che si sono succeduti nell’area, portoghesi ed olandesi su tutti. Non occorre molto tempo per visitarla, due giorni sono sufficienti. Noi, invece, ci siamo fermati qui per 4 giorni. Cercavamo di temporeggiare in attesa di Giorgio, Emily e Paolo, alcuni amici che hanno deciso di trascorrere in Malesia le loro vacanze estive. Ci saremmo dovuti incontrare due settimane dopo nei pressi della bellissima isola di Tioman, nel sud est della Malesia.

Nei giorni trascorsi da Tarynn abbiamo avuto modo di conoscere alcuni dei suoi amici che ci hanno introdotto agli usi e costumi locali, oltre a farci assaggiare il famigerato “Re dei frutti”, il Durian Fruit!!! Già da Singapore, camminando per strada, soprattutto nei pressi dei mercati, era possibile percepire uno sgradevole odore aleggiare nell’aria, un odore simile al gusto che lasciano alcune compresse medicinali quando le si tiene troppo tempo in bocca prima di deglutirle con l’acqua. Ecco, questo è il Durian che, per quanto poco invitante, qui è considerato una leccornia e non ci si può proprio sottrarre dall’assaggiarlo!!! Cosi Tarynn e gli amici, che in verità si divertono ad osservare le varie espressioni, per lo più disgustate, dei turisti occidentali, si sono presentati una sera con il tanto temuto frutto. Dopo un attimo di studio, sia io che Aga ci siamo tappati il naso e ne abbiamo addentato un bel pezzo. Devo ammettere che l’odore è molto peggio del suo sapore ma, tuttavia, non è qualcosa che ordinerei al ristorante o che comprerei al banco del mercato. Il gusto è una via di mezzo tra cipolla ed un chewingum molto dolce…come potete immaginare non è proprio gradevolissimo!!!! I nostri nuovi amici malesiani, invece, lo mangiavano con gusto, evidentemente soddisfatti delle nostre espressioni un pò incerte e titubanti. La cosa particolare di questo frutto è che, come dopo una gran mangiata di aglio, non ci si riesce a liberare del suo sapore per giorni. Nonostante non ne avessimo mangiato moltissimo, il sapore del Durian ci ha fatto compagnia per circa tre giorni!! Non per niente in quasi tutti gli hotel o guesthouse, accanto al cartello “Vietato Fumare”, è anche presente un cartello che vieta di portare all’interno Durian Fruit, dato che è praticamente impossibile liberarsi del suo sgradevole odore.

Lasciata Melacca, ci siamo diretti verso le Cameron Highlands, delle bellissime colline situate nel centro della Malesia, ricoperte da immense piantagioni di thè, dove è possibile praticare trekking immersi in un paesaggio da sogno. Sfortunatamente il tempo era pessimo, faceva freddo ed improvvisi temporali trasformavano le strade in torrenti e i sentieri in pericolose piste di fango. Ma nella mia testa rieccheggiavano insistenti le parole di Sir. Baden Powell: “Non esiste buono o cattivo tempo, ma solo buono o cattivo equipaggiamento”, quindi ci siamo fatti coraggio e al grido “Non siamo mica fatti di zucchero!!”, come dice sempre Aga quando mi lamento del cattivo tempo, abbiamo deciso di avventurarci per il nostro trekking approfittando, in verità, di un timido sole mattutino. Le prime 3 ore di cammino sono state eccezionali. Il posto è davvero incantevole ed è possibile visitare anche piccole aziende agricole che coltivano fragole e producono miele ma, nel momento in cui eravamo il più lontano possibile da ogni riparo, dal cielo ha iniziato a cadere un’impressionante quantità d’acqua che non ci ha dato tregua per tutte le due ore impiegate per raggiungere la guesthouse, per poi smettere qualche istante dopo…maledetto Murphy e le sue leggi!!! :-)

Ah, per la cronaca, credo che Sir.Baden Powell non sia mai stato in Malesia durante uno di questi temporali perchè, equipaggiamento o no, a me sembrava ci fosse un tempo di merda!!! :-)

Dopo una rapida occhiata alle previsioni meteo e appreso che il tempo era pessimo in tutta la Malesia, abbiamo deciso di dirigerci verso Kuala Lumpur, dove è comunque possibile svolgere qualche attività indoor. Sfortunatamente non eravamo riusciti a contattare nessuno via Couchsurfing, a causa dell’assoluta mancanza di pianificazione negli spostamenti. All’interno del sito, però, esistono gruppi che offrono sistemazioni last minute e, dopo due notti trascorse in un dormitorio, abbiamo ricevuto l’invito di Jeeva. A casa sua abbiamo incontrato altri viaggiatori, una coppia proveniente dalla Repubblica Ceca, in viaggio ormai da diversi anni, ed una ragazzo di Los Angeles che si guadagna da vivere con il poker on-line, cosa che gli offre la possibilità di viaggiare e “lavorare” in ogni parte del mondo. Jeeva vive con sua mamma e sua sorella in un piccolo appartamento nella periferia di Kuala Lumpur. Sono una famiglia davvero particolare. Estremamente gentili ed ospitali. Pur essendo nati tutti in Malesia, hanno evidenti origini indiane, anzi, il loro stile di vita è completamente uguale a quanto abbiamo potuto osservare in India: il loro modo di vestire, il loro modo di mangiare, le loro credenze, la musica ed i programmi d’intrattenimento che guardano in tv. Sembra che qualcuno abbia preso una famiglia indiana e l’abbia trasferita in blocco in questo piccolo appartamento di Kuala Lumpur. La cosa davvero particolare è che nessuno di loro è mai stato in India. Ci andranno per la prima volta il prossimo novembre. Erano quindi tutti molto interessati ai nostri racconti indiani.

Jeeva, oltre ad essere lo chef del ristorante di proprietà della National Geographic è anche uno degli chef del sultano del Brunei che, quando organizza feste ed eventi, si serve di grandi cuochi provenienti da ogni parte del mondo. E pensare che quando gli abbiamo domandato cosa facesse nella vita ci ha risposto “Ogni tanto cucino in qualche posto”…A tradirlo è stato il menù in pelle orlato di nastri dorati che riportava i piatti serviti all’ultima festa di compleanno del sultano. Jeeva, inoltre, è un grande appassionato di animali selvatici, in particolare rettili e serpenti, e collabora con l’esposizione di animali rari ospitata nella Kuala Lumpur Tower, oltre a possedere una collezione privata in casa sua, esattamente nella camera in cui dormivamo noi. Devo dire che Aga non era molto contenta di condividere la stanza con una tarantola, un pitone, un cobra, un serpente delle mangrovie, due iguana e altri piccoli serpentelli più o meno velenosi. Inoltre il letto era sistemato esattamente tra le gabbie degli animali ed il loro cibo, dei bei topolini, che soggiornavano dalla parte opposta del letto. Ogni mattina ed ogni sera, prima di andare a dormire, Aga faceva l’appello controllando che tutti fossero al proprio posto e che le gabbie fossero correttamente chiuse.

Kuala Lumpur è una grossa metropoli seppur il centro è molto raccolto e si possa agevolmente visitarlo a piedi. Oltre alle impressionanti Petronas Tower, stupende soprattutto di notte, e qualche gigantesco centro commerciale (c’è n’è uno che addirittura ospita un luna park con tanto di montagne russe al proprio interno), non vi sono altre grandi attrazioni di rilievo. A nostro parere più ci si allontana dal centro e più la città acquista fascino. Le persone rallentano la propria andatura e si trova anche il tempo per sedersi davanti ad un caffè e scambiare due chiacchiere con la gente del posto, sempre pronta a regalare un sorriso. Una zona molto interessante è, per esempio, quella di Chow Kit. Quartiere poco frequentato dai turisti, dove è ancora possibile osservare le tradizionali abitazioni malesi, che contrastano con l’imponenza dei grattacieli circostanti, e che durante il Ramadam, nelle ore serali, vede le sue stradine riempirsi di bancarelle traboccanti di squisite specialità della cucina locale, il tutto a prezzi bassissimi. Qui abbiamo anche incontrato May, una ragazza danese conosciuta in India, di passaggio a Kuala Lumpur per poi proseguire il suo viaggio alla volta dell’Indonesia. Abbiamo trascorso una bellissima serata mangiando pollo alla griglia e noodles in compagnia della gente del posto. Credo che trascorrere il tempo con i locali sia sempre interessante ma mangiare in loro compagnia lo sia ancora di più. Ci si sente più legati. Ritengo sia dovuto al fatto che la cucina, solitamente, rappresenta un elemento molto importante di una cultura. Racchiude storia e tradizioni ed è facilmente accessibile e comprensibile anche quando vi sono barriere linguistiche e culturali che limitano la possibilità di comunicazione tra le persone. E’ sicuramente il modo che preferiamo per entrare in contatto con la gente del posto…anche perchè adoriamo mangiare,ma questo è un altro discorso :-) .

A prestissimo con il prossimo post dalle bellissime isole della Malesia orientale.
Posted in Luca | Leave a comment

SINGAPORE – Ritorno al futuro -

Sembra di essere saliti sulla DeLorean con Marty McFly e Doc, ed essere partiti per uno dei loro viaggi nel tempo, nel futuro questa volta. Tra l’India e Singapore, infatti, sembra vi siano centinaia d’anni di differenza.
La piccola ed economicamente ricchissima città-stato di Singapore si sviluppa in verticale; come un bambino che per mostrare di essere più grande si alza sulle punte dei piedi, Singapore cerca di mostrare la propria ricchezza costruendo grattacieli sempre più alti e moderni, per compensare le proprie limitate dimensioni territoriali, che non esprimono adeguatamente il potere e l’influenza che il piccolo statarello effettivamente possiede, e per accogliere la popolazione sempre più numerosa. Non appena si mette il naso fuori dall’aeroporto (tra l’altro ottimamente collegato al centro città) ci si trova circondati da vetro e metallo. I palazzi adibiti ad uffici si mescolano con quelli residenziali, tutti dotati di piscina, palestre e campi da tennis. Tutto funziona perfettamente. E’ tutto estremamente pulito ed ordinato. Le macchine si fermano ai semafori, nessuno strombazza forsennatamente il clacson, la gente veste abiti di marca e ad ogni angolo spunta un centro commerciale. La città è viva, animata, sia di giorno che di notte, ma sempre molto composta ed ordinata, anche a causa delle opprimenti leggi che regolano pressochè ogni aspetto della vita dei cittadini; pensate che in molte aree della città è vietato masticare il chewingum e, addirittura, camminare a piedi nudi per strada. Abbiamo conosciuto una ragazza che è stata arrestata per essersi tolta le infradito mentre era a spasso per la città…tra l’altro proprio il giorno del suo compleanno!!!
La differenza tra India e Singapore è davvero impressionante.
Devo ammettere però che essere giunto a Singapore mi ha messo di buon umore. Ero felice di essere tornato alla modernità ed ai suoi comfort perchè da ben 3 giorni, a causa di una fortissima infiammazione alla gola, avevo ben più di 40° di febbre e non riuscivo nè a mangiare nè a bere. Inoltre il viaggio in aereo tra Mumbai e Singapore, sotto il continuo getto dell’aria condizionata (ci sono davvero temperature polari negli aeroporti e negli aerei asiatici), non aveva fatto che peggiorare la mia salute. Quindi un pò di vizi avrebbero sicuramente reso la convalescenza meno pesante. L’unica preoccupazione era che saremmo dovuti essere ospiti a casa di un gentile ragazzo giapponese che, magari, intuendo le pessime condizioni di salute in cui versavo, avrebbe potuto comprensibilmente preferire di non correre il rischio di ammalarsi e rifiutarsi di accoglierci nel suo appartamento.
Fortunatamente Kuni, il nome del nostro ospite, è davvero una persona estremamente gentile e ci ha permesso di rimanere a casa sua ben oltre il periodo che avevamo inizialmente concordato attraverso la community di Couchsurfing. In teoria avremmo dovuto soggiornare da lui solamente per un giorno e mezzo, invece ci siamo trovati costretti a fermarci ben 5 giorni dato che, proprio quando io ho cominciato a sentirmi meglio, Aga si è ammalata, e giù, anche lei con 40° di febbre. Dopo una nottata trascorsa in ospedale, abbiamo scoperto che Aga, oltre a braccialetti e collanine, si era portata un altro souvenir dall’India: un bel batterio nello stomaco!!! Abbiamo quindi prolungato il nostro soggiorno da Kuni di un altro paio di giorni. Non male comunque, poichè abbiamo avuto la possibilità di festeggiare il 45° anniversario dell’indipendenza di Singapore.
Comunque sia, per quanto riguarda malattie e roba varia, speriamo di aver dato tutto nei primi due mesi del viaggio, perchè stiamo visitando più ospedali e cliniche mediche che templi e monumenti.
Tornando al Couchsurfing, molti di voi lo conosceranno già, ma concedetemi due minuti per spiegare a coloro che non hanno idea di cosa diavolo stia parlando in cosa consista e come funzioni. Couchsurfing (parola composta dai termini inglesi couch = divano e surfing = surfare) è una community virtuale di gente, sparsa in tutto il mondo, che condivide la passione del viaggio ed offre un posto per dormire, o anche solo consulenza ed aiuto, ai viaggiatori di passaggio nella propria zona di residenza. Solitamente si dorme su dei materassi gonfiabili, brandine o per terra, su dei sottili materassi di spugna. Quando si è particolarmente fortunati si dorme su divani o addirittura veri e propri letti. Il sito è gratuito, è solamente necessario creare un profilo personale, inserire una breve descrizione di sè stessi e dei propri gusti ed interessi, possibilmente qualche foto, ed iniziare a “surfare”. Oltre ad essere un buon modo per risparmiare un pò di soldi, rappresenta anche un interessante mezzo per entrare in contatto con usi e costumi locali o, comunque sia, per ricevere utili consigli da persone che hanno una conoscenza più approfondita del luogo che si sta visitando. E’ inoltre possibile, per chi fosse interessato, offrire domicilio ai viaggiatori in transito nella propia città, regalandosi l’opportunità di conoscere gente interessante e respirare un pò dell’atmosfera e delle emozioni del viaggio, pur non muovendosi da casa.
La permanenza a casa di Kuni, era la nostra prima esperienza di couchsurfing ed è stata estremamente positiva. C’è da dire che Kuni è un personaggio un pò particolare, una sorta di superstar del couchsurfing. In tre anni, ossia dal suo ingresso nella community, ha ospitato oltre 580 viaggiatori. Inoltre è un grande amante dei viaggi e ha visitato ben 96 paesi…impressionante!!! Nei cinque giorni in cui siamo stati suoi ospiti, dal suo appartamentino sono passati: una coppia di polacchi, un californiano, due ragazze newyorkesi, una coppia slovena, una tedesca, un olandese, un malese, un francese, una spagnola, un colombiano ed una ragazza di taiwan.
Durante questi brevi incontri con gli altri viaggiatori, oltre a condividere le varie esperienze di viaggio e scambiarsi consigli, nascono delle vere e proprie amicizie. La communità virtuale prende forma nel mondo reale e ci si trova a partecipare emotivamente agli eventi che coinvolgono gli altri viaggiatori. Come quando il giovane ragazzo malese, Nash, doveva sostenere un colloquio per lavorare come Cabin Crewer per la Singapore Airlines; eravamo tutti sinceramente felici per lui quando ha passato la prima selezione e siamo subito usciti a festeggiare. Oppure quando abbiamo improvvisato una festa non appena scoperto che era il compleanno della ragazza tedesca. Una festa davvero particolare, con persone provenienti da posti completamente diversi, casualmente riunite in quel piccolo appartamentino di Singapore, che si trovavano a brindare alla salute di una ragazza di cui ignoravano persino l’esistenza sino a qualche ora prima. O anche quando la gentilissima ragazza thaiwanese, una volta appreso che Aga aveva la febbre alta, non ci ha pensato due volte prima di farle un lungo massaggio rigenerante con degli oli balsamici per darle un pò di sollievo.
Non vediamo l’ora di poter di nuovo “surfare” in qualche altra città e consigliamo a tutti i backpackers di iscriversi a questo sito. Per noi è’ stato fantastico trascorrere le giornate in compagnia di queste persone e, con alcune di esse, manterremo sicuramente i contatti…ci serviva giusto un’altra scusa per viaggiare un altro pò ed andare a trovarli tutti :-) !!!
Sfortunatamente non possiamo dirvi molto di più su Singapore; a causa delle precarie condizioni di salute non siamo riusciti a visitarla al meglio. Ma ci torneremo (il nostro volo per Bangkok parte proprio da Singapore) e speriamo di potervi fornire qualche informazione in più. Anzi, se avete consigli su cosa vedere e fare a Singapore, sono ben accetti.
A presto. Dalla Malesia questa volta.

Posted in Luca | 2 Comments

GOODBYE INDIA

Sono già trascorse un paio di settimane da quando abbiamo salutato l’India ed è giunto il momento di tirare le somme e  fornirvi un nostro giudizio generale sul primo paese toccato nel nostro viaggio. Vorremmo scrivere una sorta di sommario ogni volta che avremo lasciato definitivamente un paese, con le nostre valutazioni ed i nostri commenti, di modo che vi possa tornare utile per un eventuale viaggio nell’area, oltre che per raccogliere ed esporre in maniera più ragionata le opinioni presentate via via nei nostri post, più immediati e di pancia.

L’India, un paese davvero incredibile, pieno di storia, tradizioni e fascino. Dove ogni cosa è possibile, come ammettono gli stessi indiani con un mezzo sorriso dolce-amaro stampato sul viso. Visitare l’India è un’esperienza, una sfida. Non affrontate un viaggio in India come fareste per qualsiasi altra destinazione. Non è una vacanza. Se avessimo speso qui le nostre canoniche 2/3 settimane di ferie estive, probabilmente saremmo tornati a lavoro più stressati di prima e avremmo dovuto chiedere ferie per riprenderci dalle ferie. Dopo un viaggio in India, se ci si riesce ad innamorare di questo spettacolare paese, si può davvero gridare con orgoglio “Ce l’ho fatta!!!”. L’India, infatti, non è per tutti; non è assolutamente un paese facile da esplorare ed è continuamente necessario scendere a compromessi, anche con sè stessi. Bisogna adeguarsi ad usi e costumi locali ed essere dotati di un’immensa dose di pazienza. Occorre fare molta attenzione alle truffe ed ai raggiri, fronteggiare continuamente individui che cercano di spillare denaro ai turisti in ogni modo possibile ed immaginabile, sgomitare nelle code nelle stazioni dei treni e degli autobus per acquistare un biglietto o per richiedere informazioni, sopportare l’incredibile calca sui mezzi di trasporto locali (in una jeep si viaggia anche con oltre 30 persone), abituarsi ai continui ritardi e disservizi, essere pronti a contrattare sul prezzo di pressochè qualunque bene o servizio, adeguarsi al bassissimo livello di igiene e pulizia e mettere in conto piccoli e grandi problemi di salute che, con molta probabilità, flagelleranno la vostra permanenza nella terra dei maharaja. Per quanto ci riguarda possiamo elencare: diverse tipologie di mal di pancia, dovute sia all’abbondanza di spezie e peperoncino nei cibi che alle scarse condizioni igieniche e di conservazione degli alimenti, sfoghi della pelle, allergie, infezioni dell’apparato digerente e respiratorio (con oltre 40° di febbre per quasi una settimana), oltre ad il fatto che Aga è dovuta anche ricorrere al dentista in quanto un ponte, applicatole oltre 10 anni fa, ha deciso improvvisamente che non vi era posto migliore dell’India per andare in pensione. Ok, magari noi siamo stati particolarmente sfigati, ma meglio mettere in conto qualche piccolo imprevisto del genere.

Ovviamente tutte queste difficoltà vi si presenteranno in misura inversamente proporzionale al budget che avrete a disposizione. E’ infatti possibile alloggiare e assaporare la deliziosa cucina indiana in hotel e ristoranti di gran classe, dotati di ogni comfort e assolutamente pulitissimi. Si potrà anche affittare una macchina con autista, come per il nostro viaggio in Rajastan, evitando tutta una serie di problemi legati agli spostamenti. Ma in questo modo, pur se decisamente comodo e gradevole, si corre il rischio di erigere una sorta di barriera tra di voi e la vera India, precludendovi la possibilità di scoprire un mondo tanto affascinante quanto unico, in quanto la bellezza di questo paese si nasconde tra la gente, nel loro modo di vivere la quotidianità, nei loro costumi e nel loro carattere.

Si può davvero affermare che chi venga in India piange due volte, una quando arriva ed una quando riparte. Ed è esattamente quanto è successo a noi durante il nostro soggiorno; le difficoltà iniziali incontrate a Delhi, il tramautico incontro con i procacciatori di turisti, lo scioccante impatto con la povertà estrema di alcune aree del paese. Ricordo che dopo il primo giorno a Delhi, il solo pensiero di dover rimanere due mesi in India ci faceva rabbrividire. Superato il primo periodo di ambientazione (vi ricordo che per noi questo è il primo viaggio fuori dai confini dell’Europa) viaggiare attraverso l’India si è trasformato in un’esperienza fantastica ed assolutamente indimenticabile. Le difficoltà da affrontare, i contrattempi, l’emozione di giungere in una nuova destinazione sconosciuta in attesa di scoprire cosa ci attendesse a destinazione, un misto di eccitazione e timore, la ricerca degli hotel e dei ristoranti, i contatti con la popolazione locale, i loro sorrisi, le discussioni con i procacciatori di clienti, gli incontri con gli altri viaggiatori, le loro storie ed il costante scambio di idee e suggermenti; tutto ciò ha reso la nostra permanenza in India indimenticabile.

Siamo sicuri che gran parte del nostro amore verso questo paese sia dovuto al periodo di volontariato che abbiamo svolto presso il piccolo villaggio rurale di Dukerphol, nel West Bengala, che ci ha dato modo di scoprire la vera natura del popolo indiano e la sua immensa ospitalità e gentilezza. Non riusciamo proprio ad immaginare l’India senza un periodo di volontariato, possibilmente lontano dalle grandi città e dagli itinerari turistici, e ci sentiamo vivamene di consigliarlo a chiunque. Senza questo mese di volontariato, siamo sicuri che avremmo lasciato l’India con un pò di amaro in bocca in quanto, ok, è molto particolare, vi sono grandi ed evidenti contraddizioni, bei monumenti e magnifici palazzi e templi, oltre a singolari usanze ed abitudini, ma niente di più. Anzi, ad essere sinceri, le città in sè stesse non sono molto belle (nemmeno comparabili ai gioielli che abbiamo in Europa), sono sporche, polverose, caotiche e congestionate dal traffico. Se dovessimo limitare il nostro giudizio sull’India solamente alla prima parte del nostro  viaggio, sarebbe sicuramente un giudizio positivo ma non credo ci sentiremmo di raccomandarla.

Sfortunatamente la maggior parte dei turisti, per questioni di tempo o di possibilità, si limita solamente ad una visita delle maggiori attrazioni turistiche, senza visitare le aree rurali che, a nostro parere, sono quelle dotate di maggior fascino. Inoltre, nelle grandi città, quando si ha l’occasione di parlare con qualcuno del posto, non si è mai sicuri se sia una normale chiacchierata tra due persone desiderose di conoscersi oppure vi sia qualche fine commerciale celato dietro la gentilezza dell’interlocutore e, sfortunatamente, 90 volte su 100 è proprio così. Invece, ed è importante sottolinearlo, la popolazione indiana è totalmente differente da quella minuscola e fastidiosa percentuale che non permette ai turisti di godersi i tesori e le bellezze di questo incredibile paese. Al di fuori delle grandi città non si è più visti come turisti ricchi portatori di denaro, bensì come ospiti da conoscere e da aiutare in ogni modo possibile. Per noi è stata una piacevolissima sorpresa scoprire la gentilezza e l’infinità ospitalità di questa gente.

Molto di voi saranno un pò confusi leggendo questo articolo, in quanto sono stati messi in luce molti aspetti apparentemente negativi per poi, al contrario, affermare che l’India è un paese assolutamente affascinante. Confrontandoci con i molti turisti incontrati durante il nostro viaggio, abbiamo tutti concordato che la bellezza dell’India si celi proprio all’interno dei suoi difetti e delle sue particolarità. In effetti si ama l’India per gli stessi motivi per cui la si odia. Il viaggiatore, e noi confermiamo in pieno, è continuamente soggetto a rapidi e radicali sbalzi di umore: si passa da momenti di assoluta euforia e felicità, sino al disgusto ed alla frustazione più nera. Una sorta di sinusoide dell’umore. Non ci si può fare niente, l’India ti coinvolge e ti rivolta portandoti repentinamente da un estremo emotivo all’altro. Per citare il simpatico gestore della guest house in cui siamo stati ospiti a Varanasi: “L’India è come una droga; puoi fare un bel viaggio o puoi fare un brutto viaggio….ma cazzo, sarà comunque un dannatissimo viaggio!!!”, e ancora, “Solamente tre tipi di occidentali amano l’India: gli hippy, i criminali o gli svitati”. Ecco, ci sentiamo di escludere la categoria dei criminali…mmmhhh, e a guardarci bene non siamo poi nemmeno così hippy….ahia, il cerchio si restringe!!! :-)

Posted in Luca | 4 Comments

INTO THE WILD

Dopo svariati tentativi di connetterci alla Rete, finalmente riusciamo a caricare il nostro post sulla bellissima esperienza che stiamo vivendo qui, nel piccolo villaggio sperduto chissà dove nel West Bengala. Oltre ai consueti problemi di connessione, bisogna fare i conti con i continui black out che affliggono l’area a causa del sistema di approvvigionamento di energia elettrica piuttosto improvvisato.

In questo periodo siamo ospiti presso una chiassosa cittadina, Raidighi, a 7 Km dal villaggio di Dukerphol e dall’ospedalino in cui prestiamo servizio. Raidighi, sebbene molto piccola, rappresenta il centro commerciale dell’area: vi è un bancomat, un computer con collegamento ad Internet (da cui vi stiamo scrivendo), un discreto bazar, un hotel, alcuni negozietti ed un porticciolo, dove ogni giorno una decina di battelli scaricano pesce fresco. Qui, inoltre, la maggior parte delle abitazioni è costruita in mattoni, e non in paglia e fango come nei villaggi circostanti, e l’elettricità è presente in molte case, sebbene a singhiozzo.

Tutt’altro scenario avvolge il viaggiatore non appena si lascia alle spalle le rumorose viette di Raidighi; l’ambiente riacquista il suo fascino primordiale, quasi primitivo. Le costruzioni in fango, come camaleonti, si mimetizzano tra gli alberi e le distese di risaie si rincorrono sino all’orizzonte. Il tutto è abbracciato da una fitta vegetazione la quale, come una cornice, racchiude questi luoghi che sembrano appartenere ad un’epoca lontana, da noi ormai presente solamente sui libri di scuola. E’ stupendo camminare per le stradine sconnesse attraverso i vari villaggi e farsi rapire dalla bellezza del paesaggio circostante. Si prova anche una certa invidia nell’osservare come la gente del posto viva a così stretto contatto con la natura mentre noi, troppo cittadini, non riusciamo a goderci appieno il mondo vero, reale, non quello asettico ed artificiale in cui siamo cresciuti. Troppe cose ci ripugnano o ci spaventano, come ragni e scarafaggi giganteschi, per poterci lasciar andare completamente. Mette di buon umore guardare i bambini giocare a calcio nel fango, utilizzare gli stagni come piscine e rincorrersi a piedi nudi tra le risaie. Che differenza rispetto al nostro paese, dove i bambini vengono tenuti sotto strettissima sorveglianza per timore che si possano far male, sudare troppo o, peggio, sporcare gli abiti appena lavati.  I nostri mondi sono più lontani di ciò che i molti chilometri che li separano possano far immaginare.

La semplicità della gente locale è strabiliante. Sono persone genuine, sicuramente le più gentili che abbiamo mai incontrato in vita nostra. Questa semplicità si riflette anche nel loro stile di vita e nei loro comportamenti, molto più naturali rispetto ai nostri. Per esempio, non c’è niente di male ad infilarsi le dita nel naso mentre si parla con qualcuno, a masticare a bocca aperta, a ruttare sonoramente appena finito di mangiare…immagino sia quindi superfluo spiegarvi il motivo per cui uno dei dottori dell’ospedale è stato da noi soprannominato “Dottor Scoreggia”, giusto??? :-)

La maggior parte della popolazione è analfabeta, non ha accesso a nessun canale di comunicazione ed il loro intero mondo termina poco oltre i confini del villaggio. Per molti di essi, sicuramente per i più piccoli, noi siamo i primi stranieri con cui entrano in contatto e le reazioni sono le più svariate: bambini che scoppiano a piangere disperati come se avessero visto il demonio; altri che rimangono pietrificati a bocca aperta, scrutandoci a fondo per comprendere chi o cosa siamo; i più coraggiosi ci sorridono e magari si avvicinano un pò. Gli adulti, invece, ci osservano e cercano di scambiare qualche parola con noi ma, sfortunatamente, la lingua rappresenta una barriera insormontabile. Sono pochissimi coloro che conoscono qualche parola d’inglese e le mille domande nella nostra testa rimangono lì intrappolate, senza nessuna risposta. Ed è un vero peccato perchè la voglia di comunicare e conoscere a fondo la cultura di questa gente è fortissima, e cresce ogni giorno di più. Anche aiutarsi con i gesti non ha dato buoni risultati; non vi è alcuna somiglianza tra il nostro linguaggio del corpo ed il loro, si ottengono solamente un’infinità di fraintendimenti. Nonostante questi piccoli problemini siamo riusciti a trascorrere molto tempo in compagnia della popolazione locale, soprattutto grazie alla loro infinita ospitalità e gentilezza che, più volte, ci è sembrata oltremodo eccessiva; come quando ci fanno aria con il ventaglio, non appena sospettano possa far troppo caldo per noi, oppure quando ci cedono i posti sulle uniche due sedie disponibili, mentre tutti gli altri sono seduti per terra, anche persone molto anziane. E guai a rifiutarsi, non è possibile dire di no; un pò come quando la nonna ti riempie il piatto di pasta per la terza volta nonostante, con tono supplichevole, le dica di essere prossimo all’esplosione e lei, di tutta risposta e con l’aria affranta: “Meeee e dai, non ti piace allora?”, e giù un’altra mestolata!!! (Chi di voi ha la nonna meridionale sa bene di cosa stia parlando…). Il massimo, credo, si sia raggiunto al matrimonio a cui abbiamo preso parte, come ospiti d’onore, il secondo giorno dopo il nostro arrivo al villaggio. Al termine della giornata di lavoro all’ospedale, ci siamo spostati a casa della sposa, una capanna di fango in cui vivono una decina di persone e dove, inoltre, vi è una stanza adibita a stalla per le 3 caprette e l’unica mucca. Siamo stati accolti come dei re, tra la sorpresa e l’eccitazione generale degli ospiti. Ci hanno fatto accomodare sulle uniche due sedie in plastica e ci hanno letteralmente circondato, osservandoci a brevissima distanza, ponendoci mille domande incomprensibili e stringendoci continuamente la mano. Dopo qualche minuto hanno iniziato a truccarci ed Aga è stata avvolta in un bellissimo abito tradizionale indiano, il sari, di proprietà della zia della sposa. Gli unici truccati eravamo noi e gli sposi…come se non catalizzassimo già abbastanza l’attenzione! Abbiamo scattato centinaia di foto, praticamente con ognuno degli invitati che, essendo privi di macchina fotografica, si accontentavano di farsi fotografare con la nostra, osservarsi per qualche secondo nel piccolo schermo digitale, e sapere che avremmo portato quell’immagine a casa con noi.

Poco prima di cenare ci ha raggiunto lo zio dello sposo il quale, con aria molto formale e severa, ci ha rivolto un saluto e ci ha posto qualche domanda in un inglese stentato, per poi tirare fuori un bottiglione da 2 litri di Sprite, tenuto nascosto chissà dove. Si è fatto portare due bicchieri di vetro e ha versato la bibita, solamente a noi due. Ringraziando, leggermente imbarazzati, abbiamo iniziato a sorseggiare la bibita, sotto il suo sguardo attento e quello invece più famelico di una decina di bambini, troppo ben educati per osare chiederne anche solo un goccio. Una volta terminato il bicchiere, con una rapidità insospettabile per un omone così grande e grosso, ha provveduto a riempirli nuovamente sino all’orlo. Non avevamo idea di come comportarci, eravamo gli unici seduti su delle sedie, con un bicchiere, a bere Sprite, mentre tutti gli altri ospiti erano in piedi o per terra, bevevano dalla bottiglia, ma senza toccarla con le labbra, e dovevano accontentarsi di semplice acqua. Fortunatamente è giunto il momento della cena a toglierci dall’imbarazzo e a salvarci da un altro litro di Sprite. Giusto qualche minuto per accomodarci ognuno al proprio posto, e parenti ed amici degli sposi hanno iniziato a servire il cibo: riso, patate preparate in vario modo, pesce, pollo e sfoglie di pane, tutto nello stesso piatto. Per chi non lo sapesse, in India si mangia con le mani, solamente con la destra però, perchè la mano sinistra è adibita all’igiene personale e, vi ricordo, in India non esiste la carta igienica…vabbè tralasciamo l’argomento. Tanto sta che, appena abbiamo toccato il cibo, io ed Aga, con le nostre manine da cittadini nullafacenti, ci siamo scottati e le abbiamo ritratte rapidamente. Non lo avessimo mai fatto. Il padre della sposa ha subito cacciato qualche strillo e, magicamente, si sono materializzati al nostro fianco due anziani signori dotati di ventaglio per fare aria sui nostri piatti, oltretutto scusandosi più volte per non averci pensato prima….Non vi dico l’imbarazzo. Non c’è stato modo di farli smettere.

Prendere parte al matrimonio è stata un’esperienza unica, estremamente interessante. Il modo in cui si celebrano i matrimoni, ma credo un pò tutti i festeggiamenti in generale, comunica molto riguardo i costumi di un popolo e varia da paese a paese. Qui, per esempio, sono molto diversi da quanto avviene in Italia. Il matrimonio rappresenta un momento di festa che coinvolge tutti gli abitanti del villaggio. La componente religiosa sicuramente la fa da padrona; si trascorre molto tempo a pregare ed i rituali propiziatori per i novelli sposi si susseguono l’uno dopo l’altro. Inoltre, in India, e nelle zone rurali in modo particolare, la gran parte dei matrimoni vengono concordati dai genitori, spesso attraverso l’opera di un mediatore che mette in contatto le varie famiglie con figli in età da matrimonio (se non studiano, di norma 20/22 anni per lui e 18 per lei, in caso contrario appena terminati gli studi). Gli sposi, quindi, non si conoscono affatto e incroceranno lo sguardo con la persona con cui condivideranno il resto della loro vita solamente il giorno delle nozze. I festeggiamenti a cui abbiamo preso parte celebravano l’unione di due ragazzi provenienti da famiglie estremamente povere, per questa ragione, e anche perchè gli invitati erano circa 300, la cena e buona parte dei festeggiamenti si sono tenuti all’interno della struttura dell’ospedalino, che funge anche come sorta di centro culturale e punto di ritrovo per gli abitanti dell’area.

Il primo giorno di lavoro all’ospedale è stato devastante, sia fisicamente che mentalmente. Sincero mea culpa però, in quanto noi, nel nostro perfetto mondo immaginario, pensavamo di venir qui ad intrattenere e giocare con i bambini, pesare i neonati e seguire il progetto nelle scuole avviato dall’associazione. Col cavolo! Non appena arrivati all’ospedale ci hanno subito assegnato le nostre mansioni: io mi sarei occupato di fare massaggi e riabilitazione a persone con difficoltà motorie, mentre Aga si sarebbe occupata delle iniezioni. Bene così, anche perchè io ho una fobia assurda degli aghi, già solo alla semplice vista di un ago accuso giramenti di testa. E’ sempre stato così, non posso farci nulla. Sono un fifone, va bene?!? I pazienti quel giorno erano tantissimi, sembrava non finissero mai, e poi quanti bambini, impressionante!! In verità abbiamo successivamente scoperto che solamente 2 giorni a settimana sono così intensi, il giovedì e la domenica, in quanto l’ospedalino fornisce assistenza anche a pazienti provenienti da altre località che giungono numerosi in quanto, dietro un compenso simbolico (solitamente 20 centesimi di euro), l’ospedale del S.A.R.A. Project offre assistenza medica e distribuisce i medicinali necessari, per i più poveri il servizio è gratuito, mentre negli ospedali governativi i dottori forniscono solamente una rapida e sommaria visita medica e le ricette per i medicinali che, però, la maggior parte della gente non ha i soldi per acquistare. Come se l’impatto con la realtà di cui avremmo fatto parte per il prossimo mese a venire non fosse stata sufficientemente pesante, tra pazienti semi paralizzati, ferite da disinfettare e ricucire, denti da asportare e centinaia di iniezioni da somministrare, tornando a casa abbiamo anche trovato il cadavere di un giovane ragazzo, che poteva essere intorno ai 25 anni, sdraiato a pancia all’aria in una pozzanghera, a gambe aperte e con il viso ricoperto da centinaia di mosche…La gente non sembrava molto turbata dalla situazione, forse pensavano stesse dormendo; in India non è raro incontrare gente sdraiata per strada, o nei posti più impensabili, che schiaccia un pisolino. Noi però, non essendo così abituati, ci siamo avvicinati al corpo del povero ragazzo, attirando l’attenzione degli altri passanti sul corpo ormai esanime. All’arrivo della polizia ci siamo allontanati e siamo tornati alla nostra guest house, con miliardi di pensieri nella testa e una gran stanchezza da smaltire.

I giorni successivi sono stati decisamente più semplici e ci hanno dato modo di conoscere a fondo il progetto e tutte le numerose iniziative che la Onlus S.A.R.A Project porta avanti ormai da oltre 10 anni (con l’occasione vi invitiamo a dare un’occhiata al loro sito Internet, in modo particolare alle numerose persone che ci hanno richiesto maggiori informazioni sulle Onlus in cui lavoreremo durante il nostro viaggio: www.saraproject.org. Il sito deve essere riaggiornato ma i contatti e tutte le attività illustrate sono tutt’ora attivi). Oltre al progetto sanitario, sono attivi importanti programmi informativi rivolti alle giovani mamme sui comportamenti corretti da tenere in gravidanza e nei primi anni di vita del bambino; programmi rivolti ai bambini delle scuole per insegnare loro le basilari regole igieniche, molto carenti in India e nelle aree rurali in modo particolare;  un fitto programma di doposcuola che propone corsi di musica, recitazione, yoga e altre numerose attività culturali e formative; adozione a distanza per permettere ai bambini poveri dell’area di frequentare la scuola (che qui è visto come un privilegio, non come una tortura); fondamentale è anche l’installazione di numerose pompe per l’aspirazione di acqua pulita e potabile dal sottosuolo, di modo che la gente smetta di utilizzare le acque sporche degli stagni, dove finiscono anche gli scarichi delle abitazioni.

Il mese che sta volgendo al termine è stato stupendo. Questa gente, pur non essendone al corrente, ci ha dato tantissimo. Non vorrei apparire scontato e banale ma è sicuramente stata una delle esperienze più intense, emozionanti e formative della nostra vita. Entrare a far parte attivamente di una comunità così diversa dalla nostra, adattandosi al suo stile di vita, assumendone i ritmi, tastandone in certa misura le problematiche ma anche i pregi, ci ha  offerto la possibilità di scoprire la vera natura e la sincera ospitalità del popolo indiano, in un modo che per un semplice turista non sarebbe stato possibile, e di conoscere più a fondo noi stessi, scoprire alcuni limiti e superarne degli altri, rivedere alcune opinioni sulla vita e sul mondo e modificare la nostra scala di valori.  Se ritenete che tutto ciò possa essere un pò eccessivo in un arco di tempo così breve, sappiate che il tempo per riflettere non manca affatto. Non che le cose da fare scarseggino, anzi, ma senza distrazioni come radio, televisione e la miriade di altri piccoli e grandi impegni che, a casa nostra, ci impediscono di trovare un pò di tempo per stare soli con noi stessi, sommato alla bellezza e tranquillità dei paesaggi che caratterizzano l’area, diventa facile perdersi in mille pensieri.

Un grazie di cuore alla Onlus S.A.R.A. Project, a tutto lo staff dell’ospedale e a tutti gli abitanti di Raidighi e Dukerpol.

Posted in Luca | 7 Comments