di Emiliano Pinnizzotto, Graffiti Press

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La piaga dell’oppio nei villaggi di confine tra India e Birmania. In questa zona remota, dimenticata da entrambi i governi, senza controllo e prevenzione sul territorio, il consumo di oppio è aumentato così rapidamente da rendere schiavi un terzo degli uomini.

Occhi semiaperti, sorriso inebriato, lentezza dei movimenti sono i segni dell’effetto di “KANI” che chiamano oppio nel dialetto locale.

Esiste una zona completamente diversa da qualsiasi altro luogo in India. Una regione rimasta totalmente isolata per millenni, grazie alla sua conformazione geografica, circondata da foreste e montagne ripide e situata all’estremo nord est indiano, oltre il corridoio di Siliguri: è il NagalandIn questo stato non c’è traccia dello sviluppo e della crescita economica dell’India. La completa diversità culturale, la crescente povertà e la totale sfiducia nelle istituzioni federali corrotte, hanno creato un forte sentimento separatista e secessionista, che ha generato dozzine di gruppi militanti, uniti soltanto dal loro background etnico.Per anni questa zona è stata teatro di azioni di gruppi terroristici di vario genere, che hanno provocato numerose vittime.  La sicurezza oggi è decisamente migliorata, ma c’è una caratteristica nel loro modo di vivere che non aiuta il controllo e la pace nel territorio. La cultura dei Naga,

infatti, impone loro di girare sempre armati

I TAGLIATORI DI TESTE

Anche oggi, come succedeva in passato, sono sempre accompagnati dal loro fidato “Dao”, una sorta di machete che usano per ogni necessità, e un fucile, simile a una vecchia carabina, che si costruiscono da soli. L’utilizzo delle armi è sempre stato una prerogativa di questo popolo, necessità nata per combattere i nemici, proteggere le donne durante il lavoro nei campi, aprire passaggi nella foresta e difendersi dagli animali. La popolazione indigena viene chiamata Naga ed è divisa nel territorio in 16 tribù autoctone, diverse per caratteristiche culturali e linguistiche, e spesso belligeranti tra loro per il controllo e la supremazia sul territorio di caccia e di coltivazione. Anche per questo, nel corso dei secoli, si è sviluppata la cultura degli Head Hunters, i tagliatori di teste del Nagaland, un temibile manipolo di guerrieri che per aumentare la loro gerarchia e il loro potere nel villaggio, praticavano il taglio rituale della testa del nemico, ucciso in battaglia. Ancora oggi indossano fieri delle collane in bronzo che raffigurano il numero di teste prese al nemico una volta sconfitto. I tagliatori di teste del Nagaland, specialmente quelli tatuati in volto, sono gli ultimi testimoni di una cultura che probabilmente scomparirà nei prossimi 10 anni.

LA PIAGA DELL’OPPIO

Negli ultimi anni il Myanmar ha iniziato a produrre ed esportare oppio in tutta l’Asia. Ciò ha portato a un crescente uso di questa droga che sembra raddoppiare ogni anno, specialmente nelle aree più povere. L’oppio e l’eroina stanno creando danni irreparabili nel tessuto sociale birmano e nei paesi limitrofi, come il Nagaland. Il distretto di Mon, situato esattamente dove il confine indiano incontra il Myanmar, è una delle zone più colpite in assoluto.I villaggi di questa regione sono molto difficili da raggiungere e sembrano completamente dimenticati da entrambe le nazioni. Sul confine non c’è presenza di esercito e di polizia, e questo permette ai corrieri della droga di entrare indisturbati in India dalla Birmania, attraversando a piedi i sentieri impervi di montagna, circondati dalla fitta vegetazione delle foreste circostanti. Senza controllo e prevenzione sul territorio, il consumo di oppio si è diffuso così rapidamente da rendere schiavi molti uomini e tantissimi ragazzi di questi villaggi. Mentre le donne vanno nei campi a lavorare, faticando tutto il giorno con qualsiasi condizione climatica, gli uomini si riuniscono in una delle povere capanne del villaggio, per fumare tutto il giorno l’oppio birmano. 

Radunati intorno al fuoco eseguono scrupolosamente il loro rituale: iniziano con l’ebollizione della sostanza, poi passano alla mescolatura del liquido con un tabacco artigianale, ricavato dall’essicazione di foglie di una pianta presente nelle foreste circostanti. Alla fine, con delle pipe di legno da loro intagliate, fumano fin dalle prime luci del giorno. Il risveglio da questo stato è accompagnato da grande confusione e smarrimento. Tra una dose e l’altra vivono in uno stato di grande depressione; la dipendenza li porta presto all’intossicazione e il continuo incremento dei dosaggi può condurli rapidamente alla morte. I bambini vengono lasciati nella stessa casa adibita a fumeria, sotto il controllo di sorelline poco più grandi di loro e solo nei casi più fortunati affidati a qualche nonna, non più in grado di andare nei campi a lavorare. Mentre gli adulti fumano, l’odore acido dell’oppio e i suoi fumi acri si diffondono in tutta la capanna, anche dove i bambini giocano. Dimenticati da entrambi gli stati (India e Myanmar) senza supporto, controllo e prevenzione, un terzo degli uomini di questi villaggi è ormai diventato dipendente e schiavo dell’oppio. Gli adulti smettono di lavorare e i giovani abbandonano velocemente la scuola appena conoscono la droga, entrando cosi in un tunnel di apatia che distruggerà i loro sogni e interromperà bruscamente la loro adolescenza. La situazione è davvero drammatica e critica, anche se quasi sconosciuta.  Ma cosa succederà fra pochi anni? Senza un intervento concreto, fra poco non ci sarà più nessuno disponibile a lavorare, interi villaggi saranno abitati unicamente da uomini e ragazzi completamente dipendenti dall’oppio, generazioni di “zombie” che lasceranno sprofondare le loro famiglie nella disperazione e la loro regione nella povertà più assoluta.