Seaview Prison è un reportage di viaggio dedicato a Cuba.

«Tutti apparteniamo allo Stato, cara, anche le nostre case, le nostre carriere, le nostre preoccupazioni, i nostri soldi, i nostri cani, le nostre mogli e persino le nostre puttane, e perché no, le corde con cui forse un giorno ci impiccheranno…o ci impiccheremo».

Quando con gentilezza mi hanno invitato dentro alle loro case e mi hanno raccontato le loro storie, mi si è aperto un mondo. Cuba e il suo mare si sono presentati come un altro pianeta, dove un popolo straordinario, che respira cultura in ogni angolo del Paese, vive perennemente tra due fuochi: l’orgoglio per il suo passato e la voglia di conoscere mondo, quello fuori dall’isola, che per la maggior parte di loro è precluso. “Perché il popolo di Cuba non ha la possibilità pratica di viaggiare in diverse parti del mondo o di anche solo andare in hotel?” Questa domanda è una delle tante che vengono raccolte in un video trasmesso a Cuba dove diversi studenti criticano il governo per le diverse restrizioni imposte alla popolazione.

Come ogni altro essere umano, i Cubani sono tremendamente curiosi di sapere come si vive in quel resto del pianeta che fino a pochissimo tempo fa potevano solo immaginarsi, senza poterselo nemmeno sognare grazie ad Internet, perché nemmeno al mondo virtuale avevano accesso. Cuba è considerata da loro come un’immensa, enorme, gabbia. Una prigione con vista mare. Una prigione dove il tempo si è fermato. E dalla quale fai molta fatica ad uscire. Non importa se si tratta di un breve viaggio, di una missione ufficiale, di una visita per alcuni mesi o della partenza finale.

Nel 2013, il governo cubano ha abolito i limiti per ottenere un visto per lasciare il paese e, teoricamente, ogni cubano può viaggiare all’estero. In pratica, però, questo è al di fuori della portata della maggior parte dei cubani che dovrebbero risparmiare il loro stipendio base (circa 20 dollari al mese) per diversi anni, prima di arrivare a permettersi un biglietto aereo.«Quando ho lasciato Cuba per la prima volta, mi sentivo più cubano di quanto mi sentissi in trent’anni di vita nel mio paese. È brutto dover lasciare la tua patria per essere trattato come una persona, indipendentemente dal fatto che tu abbia soldi o meno».

di Annalisa Durighello