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“Il culto per la vita, se è davvero profondo e totale, è anche culto per la morte. Le due sono inseparabili. Una civiltà che rifiuta la morte, finisce per negare la vita”. Così scriveva Octavio Paz, tra i maggiori intellettuali messicani della seconda metà del Novecento, ne “Il labirinto della solitudine”, per tentare di descrivere la misteriosa e complessa filosofia del vivere del suo Paese, la cosiddetta mexicanidad, caratterizzata, tra le altre cose, dalla mancanza di una separazione tra la vita e la morte. Senza la morte non ci sarebbe la vita, è una legge di natura. Questo postulato è profondamente radicato nella cultura messicana e ha origini antichissime, diversamente dalla mentalità europea per la quale l’accettazione della morte è un tabù insuperabile.

La sacralizzazione della morte del Messico contemporaneo nascerebbe dalla sovrapposizione del culto azteco del dio e della dea dell’oltretomba, Mictlantecuhtli e Mictecacihuatl, figure umane per metà disincarnate. Le due divinità precolombiane furono assorbite nel corso dei secoli da una nuova immagine sacra la Santa Muerte, la cui venerazione risalirebbe a tre secoli fa anche se è generalmente ritenuto un fenomeno degli ultimi vent’anni. La Santa Muerte o Niña Blanca è rappresentata da uno scheletro che indossa un saio francescano. Il suo principale luogo di culto è divenuto Tepito, uno dei quartieri più pericolosi di Città del Messico e non è un caso.

Raffigurazione Mictlancihuat nel codice Borgia ©WikimediaCommons
Mictlanteuctli raffigurato nel Codice Fejervary-Mayer ©Xjunajpù

Negli ultimi anni la “Madrecita” è diventata anche la protettrice della malavita, motivo di imbarazzo per il governo messicano che fatica a riconoscere ufficialità a questo culto come del resto la Chiesa cattolica che la considera un affronto per le sue origini pagane.

Tale è la dimestichezza dei messicani con la Morte da farla Santa. E questo non costituisce l’unico aspetto straordinario del rapporto del popolo messicano con la morte. Il Messico, come ha più volte sottolineato lo scrittore Pino Cacucci, in virtù della sua pluritrentennale frequentazione di quella terra, “è l’unico posto al mondo in cui si parla di festa dei morti “, una delle giornate più importanti dell’anno per i messicani. Il Día de Muertos, che si festeggia oggi è “un’invenzione meticcia relativamente recente, che riprende alcune tradizioni precolombiane e le fonde con quelle cattoliche”.

Le celebrazioni vanno dalla notte del 31 ottobre a quella del 2 novembre ma sono precedute da un lungo periodo di fervidi preparativi come si usa fare in Europa per il Natale. Ritenuto “una delle espressioni culturali più antiche e di maggiore rilevanza per i gruppi indigeni del Paese”, è stato dichiarato dall’Unesco “Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità”. La mestizia e la sobrietà che caratterizza il giorno della commemorazione dei defunti nel continente europeo e in Nord America, in Messico lascia il posto ad una sorta di variopinto carnevale fatto di danze e sfilate in costume, tappeti di petali arancioni di cempasuchil, il corrispondente del nostro crisantemo, concerti di mariachi dinanzi alle tombe nei cimiteri dove si allestiscono veri e propri banchetti che durano tutta la notte, allietati da fiumi di tequila e mezcal che simboleggiano idealmente un festoso ricongiungimento dei morti con le persone amate.

Secondo la tradizione popolare i defunti tornano dall’aldilà per riunirsi con parenti e amici. In virtù di tale antica credenza i messicani sugli appositi altari del Dia de Muertos preparano per i defunti generose e coloratissime ofrendas (offerte) nelle case, nei locali e nelle piazze principali “in bilico tra il kitsch, il meraviglioso e il sorprendente”. Sugli altari dinanzi alle foto dei morti trionfano le calaveras, dolcetti di cioccolato e teschi di zucchero colorati e l’immancabile pan de muertos, un pane dolce ricoperto di zucchero.

Ogni luogo, pubblico e privato è letteralmente sommerso da teschi e scheletri delle più svariate materie e dimensioni. Protagonista indiscussa è la Catrina di cui esiste anche un corrispettivo maschile, El Catrin, una figura scheletrica vestita di tutto punto, con tanto di cappello alla francese e piume di struzzo, parodia delle signore dell’alta borghesia messicana di primo Novecento. Questo reportage, da cui si evince lo stupore e la curiosità dello sguardo europeo dinanzi ad un evento così straordinario e inconsueto, tenta più che di spiegare di fermare, che è proprio del mezzo fotografico, soprattutto la paradossale vitalità di questo funerale pittoresco. L’ossatura portante è costituita da una serie di ritratti di persone mascherate da morti o travestiti da Catrina, fedelmente ispirati all’immagine resa nota dalle incisioni di José Guadalupe Posada il quale era solito ricordare, in piena consonanza con lo spirito del Dia de Muertos, “un memento mori collettivo e irriverente”, che ricchi o poveri, potenti o oppressi, non siamo che ossa che camminano.

Testo e foto di Filippo Cristallo